Leucemie infantili, studio del Bambino Gesù: “Possibile guarire con trapianto midollo da genitore non compatibile”

Dall’ospedale pediatrico di Roma l’annuncio di una tecnica con la manipolazione delle staminali che potrebbe rappresentare la via della guarigione definitiva per centinaia di bambini di tutto il mondo.

Il trapianto di midollo da genitori – che mai sono completamente compatibili con i figli – in bimbi affetti da leucemie e tumori del sangue ha dimostrato di offrire le stesse probabilità di guarigione del trapianto da donatore compatibile. Il risultato di questa sperimentazione – pubblicato sulla rivista internazionale Blood – è stato ottenuto grazie ad una nuova tecnica di manipolazione cellulare sviluppata dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, che ha anche la più grande casistica al mondo. Tale tecnica è stata allargata alle leucemie in età pediatrica e ai tumori del sangue. Per gli esperti del Bambino Gesù, si tratta di “un’occasione di guarigione definitiva per centinaia di bimbi in Italia e nel mondo”.

I risultati, “eccezionali” secondo gli esperti, sono stati rilanciati dalla Società Americana di Ematologia (ASH). Il metodo – messo a punto dall’équipe di Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Oncoematologia e Medicina Trasfusionale al Bambino Gesù – era già stato applicato e pubblicato per quanto riguarda le immunodeficienze e malattie genetiche (talassemie, anemie).

Il nuovo studio ora allarga le patologie trattabili a leucemie e tumori del sangue. Dunque, anche in assenza di un donatore completamente compatibile, la tecnica rende possibile il trapianto di midollo da uno dei 2 genitori con percentuali di guarigione sovrapponibili a quelle ottenute utilizzando un donatore perfettamente idoneo. In particolare, la procedura di trattamento cellulare è stata applicata a 80 pazienti con leucemie acute resistenti o con ricadute e la probabilità di cura definitiva per questi bimbi, informano al Bambino Gesù, “è superiore al 70%”.

Il trapianto di cellule staminali del sangue rappresenta una terapia salvavita per un elevato numero di pazienti pediatrici affetti da leucemia o da altri tumori del sangue, così come per bambini che nascono senza adeguate difese del sistema immunitario o con un’incapacità a formare adeguatamente i globuli rossi (malattia talassemica). Per tanti anni, l’unico donatore impiegato è stato un fratello o una sorella immunogeneticamente compatibile con il paziente. Ma la possibilità che due fratelli siano identici tra loro è solamente del 25%. Per ovviare a questa limitazione, sono stati creati i Registri dei donatori volontari di midollo osseo, che arruolano ormai più di 29 milioni di donatori, e le Banche di raccolta e conservazione del sangue placentare, le quali rendono disponibili circa 700.000 unità nel mondo

repubblica.it 26.7.17

Peter Pan Onlus illumina d’oro la fontana del Tritone a Roma e accende la speranza per i bambini e gli adolescenti in lotta contro il cancro.


A settembre nel mondo intero ci si mobilita per diffondere presso il grosso pubblico, le Istituzioni, la conoscenza dei problemi dei bambini e degli adolescenti malati di cancro attraverso la campagna #Lightupgold, promossa da Childhood Cancer International, la rete mondiale di 181 associazioni locali e nazionali, guidate da genitori con figli malati, provenienti da 90 Paesi e 5 continenti.

Il color oro vuole simboleggiare la forza, il coraggio e la resilienza dei bambini e degli adolescenti malati di cancro.
In Italia il cancro colpisce ogni anno circa 2000 bambini e adolescenti. La percentuale di guarigione può arrivare all’80%, ma il cancro è ancora la prima causa di morte per malattia nei bambini. C’è un grosso problema legato alla sperimentazione di nuovi farmaci pediatrici, le case farmaceutiche non investono abbastanza, occorre fare di più. Basti pensare che nel mondo negli ultimi 30 anni sono stati sperimentati soltanto due nuovi farmaci pediatrici, e che a bambini e adolescenti vengono adattati farmaci per adulti in base al peso ed all’altezza, Ma i bambini e gli adolescenti malati di cancro non sono adulti in miniatura!
Perchè questa campagna. Perchè se non si conosce questo problema: non si presterà sufficiente attenzione ai primi sintomi, la diagnosi non sarà tempestiva, non ci saranno stanziamenti di fondi per promuovere la ricerca, non ci saranno terapie mirate, i bambini e gli adolescenti guariranno di meno.

Durante questo mese, in moltissime città i monumenti più famosi, gli edifici pubblici, i punti panoramici, si illuminano d’oro, per esprimere così solidarietà e sostegno ai piccoli malati, tra questi il Taj Mahal e le Cascate del Niagara.

Anche l’associazione di volontariato Peter Pan Onlus, attiva nella Capitale con Case d’accoglienza e servizi per le famiglie con bambini e adolescenti malati di cancro non residenti a Roma, sostiene la Campagna Internazionale “ACCENDI L’ORO”, e si è fatta promotrice dell’illuminazione d’oro della seicentesca Fontana del Tritone, in piazza Barberini, grazie alla collaborazione di Roma Capitale, con ACEA e ARETI. Il capolavoro di Gian Lorenzo Bernini resterà illuminato d’oro dalle ore 20 del 28 settembre per tre notti.
Peter Pan Onlus invita le cittadine e i cittadini a scattare dei selfie accanto alla fontana d’oro e a diffonderle su social e altri canali con la scritta ‘Anch’io sostengo la campagna “Accendi l’Oro 2017’ con Peter Pan Onlus”.
COMUNICATO STAMPA, ROMA 28 SETTEMBRE 2017

PER MAGGIORI INFORMAZIONI:
Ufficio stampa +39 335.7846859

Tutti per uno, uno per tutti: domenica 1 ottobre ‘Corriamo insieme a Peter Pan’ a Villa Pamphilj !

ROMA_Corriamo insieme a Peter Pan_ 1 ottobre 2017_COMUNICATO STAMPAhttp://www.peterpanonlus.it/tutti-per-uno-uno-per-tutti-domenica-1-ottobre-corriamo-tutti-a-villa-pamphilj-insieme-a-peter-pan/?preview=true

In dirittura d’arrivo la 19esima edizione di Corriamo insieme a Peter Pan. Non solo maratona, al termine delle gare tanti giochi ne l’Isola che c’è. Iscriviti ora!

COMUNICATO_Corriamo insieme a Peter Pan_Roma 1 ottobre 2017

Psiconcologia in adolescenza: il doppio dramma dell’accettazione della malattia e dei cambiamenti corporei

La psiconcologia in adolescenza si occupa di indagare i vissuti degli adolescenti oncologici e li aiuta ad accettare la malattia e i cambiamenti nel corpo.

Psiconcologia in adolescenza: La neoplasia o tumore, rappresenta in patologia la formazione di un nuovo tessuto che sostituisce il precedente e che cresce in modo diverso da quello fisiologico. Quando tale malattia, di per sé debilitante ed estenuante per il corpo e la mente, si manifesta o viene scoperta durante la fase adolescenziale, molteplici sono le difficoltà e gli scompensi che possono verificarsi negli adolescenti.

I cambiamenti che caratterizzano l’ adolescenza

L’ adolescenza rappresenta di per sé un periodo di vita caratterizzato da profondi cambiamenti. Sia per quanto riguarda l’aspetto corporeo che quello psichico. Il corpo maschile e femminile in questa fase vanno incontro a rapide modifiche, come il cambiamento della voce, la maturazione dell’apparato riproduttivo, la comparsa dei caratteri sessuali secondari, seguito a volte dall’incremento ponderale. In questa fase inoltre si stabilizza l’identità sessuale.

Il periodo di transizione dall’infanzia all’età adulta, comporta anche degli sconvolgimenti nella vita psichica. I cambiamenti corporei spesso vengono vissuti con disagio e sofferenza, infatti l’immagine corporea non è più quella dell’infanzia ma non ha raggiunto la maturità sufficiente per essere considerata adulta. Secondo Mastrangelo gli adolescenti devono affrontare tre lutti: la perdita del corpo infantile, la perdita del ruolo infantile e la perdita dei genitori dell’infanzia. Il più sofferto di questi lutti è costituito dalla perdita del corpo infantile, in quanto nella società contemporanea non viene data nessuna connotazione sociale agli individui che si trovano in questa fase, che vengono dunque condannati ad una marginalità sociale.

Psiconcologia: quando il tumore genera ulteriori cambiamenti nel corpo

La neoplasia o tumore, rappresenta in patologia la formazione di un nuovo tessuto che sostituisce il precedente e che cresce in modo diverso da quello fisiologico. Quando tale malattia, di per sé debilitante ed estenuante per il corpo e la mente, si manifesta o viene scoperta durante la fase adolescenziale, molteplici sono le difficoltà e gli scompensi che possono verificarsi. Infatti tutti gli stravolgimenti che questa delicata fase della vita comporta, nel caso di patologia organica vanno a sommarsi alle difficoltà di accettazione e adattamento alla malattia e alle cure, a difficoltà relazionali, a problemi di compliance alle terapie, al disagio emotivo dei pazienti lungosopravviventi, al dolore delle malattie in fase terminale e a cure particolari come le chemioterapie ad alte dosi e gli interventi chirurgici mutilanti, rendendo la transizione alla fase adolescenziale ulteriormente più complessa e sofferta.

Gli adolescenti malati quindi devono affrontare i difficili cambiamenti dovuti alla pubertà, osteggiati e resi più complessi dall’insorgenza della malattia.

Per quanto riguarda i cambiamenti fisici e corporei, essi, in caso di malattia sono alterati o interrotti; può infatti verificarsi la perdita dei capelli, la variazione del peso corporeo, la comparsa di cicatrici in seguito agli interventi chirurgici, o la costante presenza del catetere.

Anche il suddetto processo di separazione dalle figure genitoriali è ostacolato dalla tendenza dei genitori di pazienti neoplasici all’ iper-coinvolgimento e all’iperprotettività, che spesso comportano una perdita di autonomia degli adolescenti con tumore, essi non sono indipendenti né dal punto di vista economico né da quello decisionale; essi a volte regrediscono ad una dipendenza totale dalle figure genitoriali.

Invece di andare incontro ad una progressiva maturazione della personalità, ed al conseguimento degli obiettivi di sviluppo, quello che si verifica in tali pazienti è una regressione, con paura della malattia e delle conseguenze dei trattamenti. Inoltre la tipica crisi d’identità adolescenziale si intreccia con il problema di integrare una condizione mentale tipica della giovinezza, ricca di speranze, entusiasmi, desideri e una condizione fisica che necessita di cure come accade nell’età senile. L’adolescente con tumore si trova inoltre costretto a sperimentare anche una serie di problemi sociali, come la mancata frequenza scolastica, le carenti o nulle relazioni con i compagni e amici, la sospensione di attività sportive o ludiche e la ridotta frequenza delle relazioni con eventuali fratelli o sorelle. Insomma , il vissuto di isolamento è alle porte.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che, come ha rilevato Ferrari ( 2010) spesso gli adolescenti stanno in una “ terra di nessuno “ tra il mondo dell’oncologia pediatrica e quella dell’oncologia dell’adulto, dunque si trovano sospesi tra questi due ambiti, dunque, il risultato è che il trend di miglioramento in termini di sopravvivenza documentato negli ultimi anni per i bambini e per i pazienti adulti non si è osservato nei pazienti in questa fascia di età, infatti a parità di condizione clinica, di fatto un adolescente ha minori probabilità di guarigione di un bambino, spesso semplicemente in relazione alla rapidità con cui arriva alla diagnosi, alla qualità della cura, all’arruolamento nei protocolli clinici.

Pertanto il rischio che si determini l’insorgenza di una psicopatologia è piuttosto elevato, e sarebbe dunque fondamentale un’integrazione degli interventi per la salute mentale nell’oncologia dell’adolescente.

Un altro dato interessante e corroborante l’idea di un’integrazione della cura psicologica a quella organica è dato da alcune ricerche di Spiegel e Giese-Davis ( 2002) secondo cui lo stress emotivo della malattia, il modo in cui esso viene gestito, e soprattutto la sua estremizzazione e cronicizzazione potrebbe essere in relazione all’incidenza del cancro e influenzare gli aspetti fisiologici e le capacità di coping. Spiegel infatti pratica la psicoterapia di gruppo con pazienti oncologici, favorendo in tal modo il supporto reciproco tra questi pazienti.

Psiconcologia: l’importanza della compliance e dell’accettazione della malattia e delle cure

La compliance indica l’accettazione delle cure e del trattamento medico consigliato. Nei giovani pazienti spesso le angosce dovute alla malattia si intrecciano con le difficoltà di far fronte alle trasformazioni adolescenziali, ed è frequente che emergano comportamenti di negazione della malattia e di rifiuto delle cure. Il rifiuto delle cure e del trattamento in pazienti neoplasici, non va solitamente interpretato come un sintomo di patologia psichica, ma può rendere necessario il trattamento psicologico qualora dovesse rappresentare un impedimento alle cure mediche.

Nell’ambito della psiconcologia lo psicologo viene interpellato di solito quando il comportamento del paziente interferisce con il piano terapeutico. Tra i problemi più gravi si riscontrano la negazione di malattia, il fatalismo paralizzante, la rabbia incontrollabile e l’ideazione persecutoria. Il trattamento può richiedere un intervento di sostegno per le paure di dolore legate all’intervento o la perdita di controllo e di aumento di vulnerabilità, le perdite riguardano la privazione di un seno o un arto, dei capelli, oppure del lavoro e dei contatti sessuali, o della funzionalità sessuale. I meccanismi difensivi che il paziente adotta a questo punto sono finalizzati all’elaborazione dei vissuti e delle emozioni suscitati dalla malattia. Spesso, come ricorda Ferrari, un limite che si riscontra nel personale sanitario, è considerare che il comportamento dei pazienti sia regolato completamente da meccanismi logico- razionali, ed alcune situazioni vengono considerate inspiegabili. Esistono invece delle specifiche raccomandazioni cliniche quando un paziente adolescente rifiuta un trattamento salvavita che prevedono la valutazione della capacità decisionale, la valutazione delle ragioni del rifiuto e il fondamento di tale rifiuto.

Bisogna tener conto del fatto che spesso gli adolescenti sono più interessati agli effetti collaterali acuti che non alla guarigione a distanza, sebbene con grossi sacrifici.

Spesso in psiconcologia la collaborazione nei pazienti in età evolutiva è compromessa in maniera evidente dall’angoscia; il mondo ospedaliero può apparire inquietante agli occhi dei giovani pazienti e dunque il rifiuto al trattamento può essere causato dalla paura. È perciò fondamentale che l’organizzazione di un reparto di cura di adolescenti malati di tumore sia organizzato con finalità di diminuire lo stress e l’ansia. È dunque necessario che gli adolescenti malati siano curati in luoghi costruiti appositamente per loro. In casi invece estremi di opposizione al trattamento o di insorgenza di malattia psicopatologica è raccomandabile un trattamento psicoterapeutico individuale o di gruppo.

Un altro aspetto importante da considerare nell’ambito della psiconcologia, per quanto riguarda l’adattamento alle vicende difficili come le malattie gravi, riguarda i meccanismi di difesa intesi come strumenti utilizzati dagli individui non solo per fronteggiare l’angoscia derivante da conflitti psichici interni, ma anche come meccanismi per far fronte all’angoscia legata ad aspetti reali, come situazioni che mettono a rischio la vita. Tali difese vanno valutate in base alla loro intensità, flessibilità e al livello di maturità del soggetto e alla possibilità di modificarsi in base alle situazioni. L’impiego elastico delle difese permette infatti di fronteggiare efficacemente l’angoscia. Nello specifico nel caso della malattia l’obbiettivo fondamentale dei meccanismi di difesa è quello di attenuare l’angoscia di morte. Spesso nei pazienti oncologici in età evolutiva si assiste a fasi di regressione a comportamenti tipici di fasi precedenti dello sviluppo. In particolare, durante le tappe più importanti del processo di separazione individuazione è possibile che si verifichi una regressione più intensa e un conflitto tra esigenze di autonomia e bisogni di accudimento. Una regressione eccessiva che si protrae troppo a lungo per effetto di una malattia grave durante la crescita, può rappresentare un problema.

Un aspetto importante su cui negli ultimi anni si è concentrata l’attenzione dei clinici riguarda quelle reazioni del paziente che non consentono l’espressione della sofferenza. Il rischio è che le paure più profonde vengano negate e compaiano come sintomi psicopatologici in momenti successivi.

Trattamento di psiconcologia per gli adolescenti

Le modalità di intervento in psiconcologia e di supporto psicologico nell’adolescente affetto da neoplasia sono differenti rispetto a quelle dei pazienti adulti o dei bambini. Infatti mentre è generalmente l’ammalato a chiedere una cura perché consapevole del suo disagio o perché ritiene che un intervento psicologico potrebbe essere di giovamento, nell’assistenza alle malattie gravi questo accade molto raramente, perché il soggetto di solito non presenta una psicopatologia conclamata, ma adotta modalità di adattamento fisiologico inadeguate o insufficienti che quindi richiedono un intervento di supporto. È in questa fase fondamentale che la proposta di intervento di supporto psicologico venga svolta in modo appropriato ai fini di una buona riuscita dell’alleanza terapeutica, ed è consigliabile che siano i medici a prospettare al giovane paziente oncologico la possibilità di un intervento psicologico. È infatti importante che l’attenzione ai bisogni psicologici sia inserita in un progetto integrato di presa in carico globale del paziente, dove il personale medico collabori attivamente con psicologi e psicoterapeuti, altrimenti c’è il rischio che ad un possibile rifiuto delle cure del corpo si aggiunga il rifiuto per le cure della psiche.

La sensazione di confusione è presente in molti pazienti in seguito all’esordio della malattia e alla diagnosi; l’ascolto e il colloquio con gli operatori può contribuire a ristabilire negli adolescenti in crisi emotiva un concetto di sé stabile e realistico sostenendo un senso di competenza rispetto al funzionamento personale e alle relazioni sociali, affettive e lavorative. Il colloquio può offrire un supporto in un momento di temporanea difficoltà ad integrare un evento o una situazione nei suoi processi di elaborazione di significato. In ospedale la modalità di intervento maggiormente utilizzata è quella supportiva. Tali tipi di intervento hanno l’obiettivo di migliorare l’autostima, la fiducia in se stessi, l’adattamento alla malattia e alle cure, oltre a lavorare per permettere un miglior funzionamento mentale di altre capacità come l’esame di realtà, le relazioni oggettuali, i meccanismi di difesa.

Clerici e colleghi ( 2014) identificano tre aree critiche nell’adattamento psicologico ad una malattia grave, costituite da processi emozionali, risposte cognitive e rappresentazione di sé. Per quanto riguarda le risposte emotive esse possono comportare sensazioni di torpore e ottundimento emotivo e cognitivamente la gamma di pensieri può essere limitata. I pazienti possono sperimentare l’assenza di emozioni positive a causa dell’improvviso irrompere della malattia nella vita, con i suoi effetti limitanti le prospettive del futuro, può riattivarsi una relazione ambivalente con le figure di attaccamento.

Se il corpo è sofferente e mal funzionante a causa della neoplasia o di aspetti derivanti dalle cure, l’adolescente può sperimentare un conflitto tra se stesso e la nuova realtà, avvertendo sensazioni caotiche, di depersonalizzazione e derealizzazione e sensazioni di isolamento.

Si può dunque affermare che l’obiettivo generale della psiconcologia è quello di guidare l’adolescente all’accettazione della patologia organica, sostenendo e promuovendo al contempo il suo sviluppo identitario e la sua maturazione psichica e facilitando il transito ad un’identificazione con la nuova immagine corporea, caratterizzata dai cambiamenti legati alla fase puberale e post puberale e dai cambiamenti imposti dalla malattia. Per fare ciò lo psicoterapeuta che segue un malato oncologico farebbe bene dunque a liberarsi dai suoi vissuti di onnipotenza e ricordarsi che egli può fare molto per il malato, ridimensionando e lenendo la sua angoscia di morte, ma che – chiaramente- la patologia organica non ricade sotto la sua area di competenza. L’intervento psicologico dovrà essere orientato innanzitutto ad affrontare e cercare di risolvere quanto prima l’opposizione del malato al riconoscimento del suo stato ed il rifiuto delle cure.

All’interno della psiconcologia, l’approccio psicoanalitico consiste nella chiarificazione dell’informazione all’interno dell’unità somato-psichica: eliminando le informazioni aberranti originate da misconoscimenti dovuti all’immaturità dell’apparato psichico in formazione, liberando gli accumuli energetici che non hanno trovato modalità fisiologiche di scarica, ridimensionando i vissuti di onnipotenza narcisistici. La scomposizione delle componenti psichiche si completa con una sintesi superiore dei contenuti rappresentazionali-affettivi ( Zangrilli, 2006).

Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/08/psiconcologia-adolescenti/

stateofmind.it  25.8.17

33 ANNI DOPO IL CANCRO/ Tre amici insieme dopo il tumore, la “caposala mamma” e quell’amico down che li aiutò…

33 anni dopo il cancro, ex bambini malati di nuovo insieme. Michele, Ottavio e Francesca si sono ritrovati a 40 anni dopo aver condiviso l’esperienza del tumore all’Ospedale Rizzoli

15 agosto 2017 Fabio Belli

Malati insieme 33 anni dopo Malati insieme 33 anni dopo

Una storia straziante, ma che nasconde un lieto fine in grado di regalare energia e speranza, e far capire come il dono della vita sia straordinario. Michele Birro, Ottavio Demontis e Francesca Pecoraro sono tre amici che si sono incontrati per l’estate per passare un po’ di tempo insieme. Sembrerebbe la più ordinaria delle storie, se non fosse che i tre, arrivati alla soglia dei quarant’anni, si rivedono dopo aver condiviso un’infanzia segnata dal tumore e dalla pausa di non poter neanche iniziare a vivere davvero la loro vita. Michele, Ottavio e Francesca si sono trovati a condividere una stanza dell’ospedale ortopedico Rizzoli di Bologna trentatré anni fa, nel pieno degli anni Ottanta, combattendo un mostro che pareva troppo grande per i giovanissimi corpi, un sarcoma osseo.

L’ospedale Rizzoli, specializzato nella cura dei tumori pediatrici sotto la guida di un luminare della disciplina, il professor Mario Campanacci, ha segnato la storia del loro riscatto.

ANCORA INSIEME 33 ANNI DOPO

Riscatto difficilissimo, se si pensa che molti altri loro coetanei non ce l’hanno fatta, costretti a morire senza che nessuno avesse il coraggio di fare domande. I piccoli improvvisamente vedevano i letti vuoti dei loro compagni d’ospedale, e capivano. Ed erano terrorizzati che potesse toccare a loro, prima o poi. Anche perché le cure erano una vera e propria montagna da scalare, la chemioterapia velenosa e bruciante degli anni Ottanta. La fiala gialla, la fiala rossa e la fiala trasparente, troppo per la resistenza dei giovanissimi pazienti che, ancora oggi, nauseati dal ricordo degli effetti collaterali e del bruciore sotto le vene delle cure, rifiutano di ritrovarsi a bere bevande dal coloro simile di quello delle fiale. I pochi momenti lieti, come andare a vedere insieme Bim Bum Bam nella sala della televisione, ed il tempo trascorso insieme che riaffiora ora che si ritrovano di nuovo, insieme e in salute, per fare il punto sulle rispettive vite.VINCENZA, LA CAPOSALA “MAMMA”

Michele era sfinito dalle cure, e aveva deciso di lasciarsi andare, come fanno i bimbi quando capiscono di stare combattendo una battaglia troppo grande, ingiusta per le loro età. Eppure un bambino down gli ha dato la forza per andare avanti, oggi è un impiegato amministrativo che coltiva ancora la passione del tempo della malattia, il modellismo. Ottavio ha rischiato l’amputazione di una gamba che ha perso 20 anni dopo a causa di un incidente in motocicletta. Una beffa, ma continua a vivere con la sua protesi serenamente in Sardegna. Francesca lavora in un bar, ha due figli ma non scorda i suoi ex compagni d’ospedale, nemmeno quelli che al contrario di lei, Michele e Ottavio, non ce l’hanno fatta. Ma non scorda neanche chi l’ha aiutata come Vincenza Pisapia, la caposala dell’ospedale che ha vissuto le storie dei piccoli malati imparando tantissimo da loro, soprattutto come rialzarsi come ogni caduta nella vita. Un’esperienza che ha reso più forte anche lei, così è stato doveroso per Vincenza ritrovarli nella loro rimpatriata.

ilsussidiario.net  15.8.17

Potenti e precisi: i protoni sanno attaccare i tumori più difficili

Conto alla rovescia per il centro Ieo: aprirà nel 2020

sara ricotta voza

Protoni al posto dei raggi X. Si chiama protonterapia ed è la punta più avanzata della radioterapia ad alta precisione. Dal 2020 si potrà fare all’Ieo di Milano, dove si sta costruendo l’«Ieo Proton Center», il primo in un centro Irccs oncologico italiano.

Un grande investimento – 40 milioni – che porterà l’Italia tra i Paesi, ancora relativamente pochi al mondo, che possono offrire questo innovativo approccio terapeutico. Destinatari fino a 800 nuovi pazienti all’anno, mentre i primi candidati saranno quelli con tumori che, per sede o tipologia, non possono essere trattati con altre forme di radioterapia: si parla di 7mila-10mila persone costrette oggi ad andare all’estero o a rinunciare alla cura. Un bisogno urgente del Paese, quindi, riconosciuto anche dal ministero della Salute che ha da poco inserito la protonterapia nei «Lea», i «Livelli essenziali di assistenza».

I VANTAGGI

Ma perché la protonterapia è preferibile alla radioterapia convenzionale? «Perché è una forma superiore di radioterapia – spiega Roberto Orecchia, direttore scientifico Ieo e docente di Radioterapia all’Università di Milano -: grazie alle proprietà fisiche dei protoni la metodica permette, rispetto a quella convenzionale con fotoni, di risparmiare meglio i tessuti sani circostanti e di convogliare una dose maggiore di energia sul tumore».

Il primo vantaggio è legato alla caratteristica di queste particelle pesanti di rilasciare la dose in modo preciso e circoscritto alla massa tumorale, mentre nella radioterapia convenzionale la parte sana che riceve radiazioni ha un volume più ampio. Ciò significa risparmiare organi vicini importanti come il cuore, nel caso di tumori toracici e nel tumore alla mammella sinistra, e di evitare la cecità in caso di tumori del cervello. Un altro vantaggio si ha nell’oncologia pediatrica, perché la possibilità di irradiare il bambino in maniera limitata riduce il rischio di sviluppare un secondo tumore indotto dalle radiazioni. Infine il trattamento – che va dalle 2 alle 8 settimane – si effettua ambulatorialmente senza bisogno di ricovero: dura al massimo 2 minuti ed è indolore.

GLI OBIETTIVI

Per quali tumori la terapia è particolarmente indicata? Come accennato, le indicazioni tipiche sono i tumori pediatrici, quelli toracici, oculari e cerebrali. I «Lea» ne indicano 10, tra cui le recidive che richiedono il ritrattamento di un’area precedentemente sottoposta a radioterapia.

COME FUNZIONA

La macchina consiste di tre parti. Nel Ciclotrone i protoni vengono accelerati fino a una velocità pari a metà di quella della luce, poi il flusso viene concentrato in fasci e trasportato fino alla sala trattamento («Gantry»), dove vengono rilasciati sul tumore del paziente. L’accelerazione genera nei protoni un’energia che raggiunge i 230 MeV (megaelectron volts) rispetto ai 30 della fotonterapia.

la storia

I protoni furono scoperti nel 1919 da Ernest Rutheford – che vinse il Nobel – ma i primi trattamenti cominciano solo negli Anni 50 a Uppsala e a Berkeley, poi ad Harvard nei 60. Nei 70 vengono trattati pazienti anche in Giappone e Germania, ma per il primo centro clinico per la protonterapia bisogna aspettare il 1990, con l’apertura di Loma Linda, negli Usa, e per il secondo il 2001 con quello di Boston. Tempi lunghi, dovuti, come è avvenuto sempre per tutte le nuove tecnologie di cura, ai costi molto alti.

I CENTRI NEL MONDO

Oggi la protonterapia è al centro dell’interesse scientifico internazionale e i centri si moltiplicano in tutti i Paesi ad alto tasso di sviluppo come Usa, Cina, Giappone. In Europa ci sono 11 centri in costruzione e 7 in pianificazione, di cui uno è quello dell’Ieo. Il Paese leader è la Germania, seguono Francia, Austria, Svizzera e Italia, che può contare già sul centro di adroterapia di Pavia, su un altro a Trento e, a Catania, sui Laboratori dell’Istituto di fisica nucleare per le patologie dell’occhio.

Dal 2020, quindi, si aggiungerà Milano con il primo centro clinico dedicato. «La protonterapia non sostituirà la radioterapia – precisa Orecchia – ma ne integrerà l’azione terapeutica. I principali studi clinici del mondo stanno confrontando l’efficacia delle due metodiche e anche l’Ieo, facendo tesoro del suo patrimonio di ricerca e clinica in radioterapia, parteciperà alla definizione degli standard».

lastampa.it 20.7.17

Riabilitare il bambino con tumore cerebrale, una sfida possibile

L’Irccs Medea pubblica una guida per specialisti e genitori. Gratuita e disponibile online

La riabilitazione del bambino con tumore cerebrale è un percorso complesso, che richiede la collaborazione di molte figure e l’integrazione di numerose conoscenze. È possibile identificare nell’evento tumore vari livelli di complessità: quello del paziente e del sistema di cui fa parte, quello della malattia e quello del percorso di cura. Ognuno di questi livelli interagisce con gli altri, influenzandone i percorsi e i risultati e aumentando il livello di complessità totale.

Per questo motivo l’Irccs Medea – La Nostra Famiglia ha pubblicato il volume Una sfida possibile: la riabilitazione del paziente con diagnosi di tumore cerebrale in età evolutiva (G. Poggi, M.C. Oprandi), uno strumento completamente gratuito e disponibile online per gli specialisti e per i genitori.

La guida, frutto del lavoro dell’équipe dell’Unità di Riabilitazione Neuro-Oncologica e Neuropsicologica dell’Irccs Medea – La Nostra Famiglia, affronta i principali aspetti della cura e della riabilitazione – motoria, cognitiva, neuropsicologica, psicologica e neuropsicomotoria – fino ad arrivare alle più recenti tecniche di teleriabilitazione cognitiva. Nella sezione delle Appendici vengono inoltre riportati i principali test neuropsicologici, psicologici, logopedici e fisioterapici che i professionisti utilizzano nell’assessment del bambino.

«L’attività del nostro reparto ha subìto negli anni un notevole incremento numerico, accogliendo pazienti che vengono inviati dai reparti di oncologia pediatrica e dalle neurochirurgie di diversi istituti Italiani – rileva Geraldina Poggi, responsabile dell’Unità di Riabilitazione Neuro-Oncologica e Neuropsicologica dell’Irccs Medea -. I periodi di riabilitazione inizialmente venivano affrontati solo al termine delle cure, negli ultimi anni invece la tendenza è quella di inserire le sessioni riabilitative in tutte le finestre temporali disponibili: per esempio, tra l’intervento neurochirurgico e l’inizio delle cure oncologiche, tra la radio e la chemioterapia, tra i vari cicli di chemioterapia, con lo scopo di intervenire il prima possibile e ottimizzare ogni intervento».

Qualche dato

Tra il 2000 e settembre 2016 sono stati ricoverati presso l’Unità Riabilitazione Neuro-Oncologica e Neuropsicologica del Medea di Bosisio Parini (LC) 438 bambini con diagnosi di tumore cerebrale, per lo svolgimento di una prima valutazione degli esiti riportati in seguito alla malattia. Molti di questi pazienti sono stati inviati dall’ospedale in cui è stata posta la diagnosi, effettuata la neurochirurgia per rimuovere la massa tumorale (se possibile o necessaria) e dopo aver affrontato il percorso di cura oncologica (chemio e radioterapia), se previsto dai protocolli di cura.

Considerate le problematiche funzionali presentate dai pazienti, i dati rilevati dall’esperienza evidenziano un forte bisogno di trattamento fisioterapico (37%), seguito dal trattamento neuropsicologico (22%), logopedico (18%) e infine neuropsicomotorio, essendo questo un trattamento riservato quasi esclusivamente ai bambini con meno di 6 anni (9%). Da segnalare, inoltre, che nel 35% dei casi è necessario un insegnante di sostegno per l’inserimento scolastico. Con frequenza questi pazienti, oltre che con trattamenti riabilitativi, vengono seguiti anche con trattamenti di supporto psicologico (14%).Monitorando nel corso del tempo i bisogni riabilitativi dei pazienti, si nota come aumenti nel tempo la necessità di intervenire a livello neuropsicologico e psicologico con percorsi di supporto per il paziente. È probabile che la maggiore esigenza dei trattamenti neuropsicologici sia dovuta agli effetti negativi della radioterapia sulle funzioni cognitive e che, con l’aumentare dell’età, i pazienti diventino maggiormente coscienti delle proprie difficoltà e questo renda necessario l’intervento di tipo psicologico.

chiesadimilano.it 11.7.17