Scoperto l’interruttore che spegne il sistema immunitario favorendo il tumore

Uno studio del’Ospedale Bambino Gesù e dell’Università di Genova spiega il meccanismo che inibisce il sistema immunitario davanti a un tumore

Quando le cellule del sistema immunitario entrano in contatto con quelle tumorali si scatena una reazione che disattiva i meccanismi di difesa del corpo, permettendo al tumore di crescere liberamente.
Il meccanismo è stato scoperto in uno studio condotto dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e dall’Università degli studi di Genova. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica “Journal of Allergy and Clinical Immunology”.
L’oggetto dello studio sono le cellule natural killer (NK), delle cellule del sistema immunitario che svolgono un ruolo importante nel riconoscimento e nella distruzione delle cellule tumorali. Queste cellule dovrebbero combattere il tumore, ma nel loro funzionamento qualcosa va storto: è come se si spegnessero all’improvviso, permettendo al virus di diffondersi. I ricercatori del Bambino Gesù e dell’Università di Genova hanno scoperto cosa fa spegnere queste cellule.
Lo studio ha dimostrato che in pazienti con tumore queste cellule esprimono sulla loro superficie un recettore inibitorio (un vero e proprio interruttore cellullare) chiamato PD-1. Quando le cellule NK attaccano quelle tumorali per ucciderle, vengono frenate perché il recettore PD-1 interagisce con molecole presenti sulla superficie esterna delle cellule tumorali (PDL-1) “spegnendo” le cellule NK. Come conseguenza, un importante meccanismo di difesa viene disattivato e il tumore può crescere liberamente.
Il recettore PD-1 era stato scoperto in precedenza sui linfociti T, altri “soldati” molto importanti delle difese immunitarie, in grado anch’essi di uccidere le cellule tumorali. Tuttavia, in molti casi, i tumori, soprattutto quelli più aggressivi, riescono a eludere l’attacco da parte dei linfociti T, ma sono ancora aggredibili dalle cellule NK. Se anche le cellule NK sono bloccate per effetto del PD-1, le difese anti-tumorali vengono praticamente annullate e il tumore può crescere liberamente.
I ricercatori hanno dimostrato in laboratorio, ma anche su alcuni pazienti, che è possibile evitare la reazione tra le molecole presenti sulle natural killer e sulle cellule tumorali. La dottoressa Emanuela Marcenaro dell’Università di Genova spiega: “Questo è stato dimostrato non solo in laboratorio ma anche in pazienti affetti da alcuni tumori molto frequenti, quali il melanoma e i tumori polmonari, grazie all’uso di un anticorpo monoclonale specifico per il recettore PD-1. L’anticorpo, legandosi al PD-1, lo ‘maschera’, impedendogli di interagire con il PDL-1 e di generare segnali che inattivano le cellule killer. La novità del nostro studio sta nell’aver dimostrato che l’interruttore PD-1 è presente anche sulle cellule NK di pazienti con tumore. E va sottolineato che le cellule NK svolgono un ruolo molto importante nelle difese contro i tumori”.
“Lo studio, possibile grazie al continuo supporto dell’AIRC, è stato compiuto in pazienti con carcinoma dell’ovaio, tumore frequente e molto aggressivo, ma ha una valenza più generale perché rivela come tumori controllabili prevalentemente dalle cellule NK siano possibili candidati per la terapia con anticorpi anti-PD1”, aggiunge il professor Alessandro Moretta, direttore dei laboratori di istologia dell’Università di Genova.
“Il trattamento è potenzialmente valido anche per i tumori pediatrici – spiega il professor Lorenzo Moretta, direttore del dipartimento dei laboratori e immunologica e responsabile dell’area di ricerca di immunologia del Bambino Gesù – Tuttavia sono necessari ulteriori studi in laboratorio per chiarire quali tumori possano trarre beneficio da questa terapia. Ad ogni modo, posso affermare che i risultati ottenuti con anticorpi anti-PD-1 sono straordinari e hanno rivoluzionato la prognosi di tumori particolarmente aggressivi. Pertanto, la comprensione del meccanismo d’azione del PD-1 e l’identificazione delle cellule delle nostre difese immunitarie coinvolte in questo meccanismo (ad es. le cellule NK del nostro studio) permetteranno progressi decisivi nella lotta contro alcuni tumori”.
Daniele Eboli
il giornale 23/08/2016

E’ SCOMPARSO IL PROF. SERGIO FASANELLI

L’Associazione Peter Pan Onlus partecipa al dolore di Maria Teresa Barracano Fasanelli, fondatrice e Presidente Onorario, per la scomparsa del marito Prof. Sergio Fasanelli e stringe in un abbraccio affettuoso la famiglia e i parenti tutti.

Sergio lascia nel cuore di tutta Peter Pan un ricordo indelebile non solo per le sue straordinarie doti professionali ma anche per la sua grande umanità, ironia, il suo sorriso dolce e rassicurante e per il suo incondizionato amore per la vita.

Il funerale sarà celebrato a Roma, martedì 30 agosto 2016 alle ore 10, presso la Chiesa di Santa Chiara Piazza dei Giuochi Delfici.

Oncoematologia pediatrica, nuovo reparto al Bambino Gesù di Roma

Sette stanze altamente tecnologiche compongono la struttura dedicata al trapianto emopoietico ed alle terapie cellulari del nosocomio romano. Inaugurazione con il ministro della Sanità. E a Salerno taglio del nastro per il centro radioterapico dell’Ospedale San Giovanni di Dio dedicato ai più piccoli
di TINA SIMONIELLO
SETTE posti letto, sette stanze altamente tecnologiche, che vanno ad aggiungersi alle 6 già preesistenti. Sette ambienti isolati dall’esterno, per proteggere i bambini affetti da leucemie, linfomi – ma anche da mielodisplasie, emoglobinopatie, aplasie midollari, deficit immunitari – sottoposti a trapianto e quindi immunocompromessi, dal rischio di infezioni, un rischio alto, specialmente nei primi 90-100 giorni che seguono il trapianto.
Il nuovo reparto. Le sette stanze di cui parliamo sono il nuovo reparto Trapianto Emopoietico e Terapie Cellulari del Bambino Gesù di Roma, un ospedale che ha contato 111 trapianti di midollo allogenico e 32 di midollo autologo solo nel 2015, e nel quale, in sei anni, dal 2010 ad oggi, sono stati eseguiti più di 800 trapianti di cellule emopoietiche. La nuova struttura è stata inaugurata il 31 maggio, presente il ministro della Salute Beatrice Lorenzin. “In Italia – ha detto – ogni anno si ammalano di cancro 1.380 bambini in età pediatrica e 780 adolescenti. Negli anni Settanta sopravviveva il 40%, mentre oggi tra l’80-90% e anche oltre. Quindi oggi dal cancro si guarisce e questa è una fantastica nota, non solo di speranza, ma anche di certezza che dobbiamo dare ai genitori e alle famiglie, aiutandoli in questo percorso di guarigione. Voglio dire alle famiglie e ai bambini: si guarisce”.
La necessità di organizzare una rete. “Non possiamo avere una struttura di altissima eccellenza come è questa in ogni regione – ha aggiunto Lorenzin – per le patologie più complesse dobbiamo creare una rete, per ottenere il massimo possibile”. Il ministro ha poi elencato alcuni punti di criticità della pediatria: per esempio, la questione dei farmaci non ancora testati sui bambini, e quindi non disponibili per la fascia pediatrica, e l’importanza di nuove linee guida per la sperimentazione in ambito pediatrico.
Dal trapianto aploidentico alla immunoterapia cellulare. “In sei anni abbiamo trapiantato con cellule emopoietiche più di 800 bambini e la domanda è andata sempre crescendo, per questo è stato importante aumentare i letti disponibili. Solo lo scorso anno abbiamo trapiantato 55 bambini da genitore”, ha spiegato Franco Locatelli, responsabile del Dipartimento di onco-ematologia del nosocomio romano. Il trapianto da genitore al quale Locatelli si riferisce è il trapianto aploidentico, che letteralmente significa ‘identico a metà’ ed è stato messo a punto nel 2009-2010. Semplificando: un genitore, per definizione, ha il 50 per cento del patrimonio genetico in comune con il figlio, che tradotto in termini immunologici significa una sorta di compatibilità dimezzata. Un dimezzamento che è stato superato dalla tecnica aploidentica appunto, che Alice Bertaina, a capo del nuovo reparto, spiega così: “Preleviamo sangue periferico del padre o della madre, lo trattiamo in laboratorio per eliminare i linfociti T alfa e beta positivi, che sono le cellule “cattive” responsabili delle reazioni avverse nei piccoli pazienti. E solo dopo trapiantiamo il bambino. In questo ospedale siamo stati i primi ad aver applicato questa tecnica su una casistica importante di bambini”.
L’ultima evoluzione del trapianto aploidentico è l’infusione di linfociti T “trasdotti con il gene suicida della caspasi 9”. “Il problema è che i linfociti T alfa e beta positivi hanno una loro utilità – prosegue Bertaina – proteggono il piccolo paziente dalle infezioni. Allora, con una tecnica che utilizziamo da circa un anno e mezzo, prima di trasfonderle nel paziente le lavoriamo in laboratorio in modo da renderle capaci di autodistruggersi qualora diventassero effettivamente nocive per il paziente. Ma per la fine dell’anno contiamo di mettere e a punto una tecnica di immunoterapia cellulare, una tecnologia indipendente dal trapianto e che consiste nel fornire al bambino, ammalato di leucemia ma anche di tumori solidi, linfociti T ingegnerizzati cioè resi capaci di eliminare in modo elettivo le cellule tumorali: il senso è avere linfociti T ad hoc per leucemie, ad hoc per neuroblastomi e così via. In questo modo potremo trattare tumori che non rispondono alle chemioterapie”.
Nuova radioterapia pediatrica a Salerno. Sempre oggi, ma a Salerno, è stato inaugurato il reparto di Radioterapia pediatrica presso l’Ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona, battezzato “l’isola dei Tesori”: un titolo stevensoniano, tra la favola e l’avventura, che è stato scelto per via dei disegni che decoreranno le pareti della nuova struttura. “Nel nostro paese sono cinque i reparti di radioterapia pediatrica pubblica di alta specialità, tutti situati da Roma in su”. La struttura di Salerno si candida come “nuovo punto di riferimento non solo per i piccoli ammalati della Campania, ma per tutto il Sud Italia”. La nascita del reparto, si legge nella nota, è “merito delle associazioni Open Oncologia Pediatrica e Neuroblastoma e Trenta Ore Per La Vita onlus che, insieme, sono riuscite a realizzare un progetto che sembrava impossibile: dare alle famiglie l’opportunità di evitare lunghe trasferte, e rendere meno ‘ospedalizzati’ gli ambienti di cura”.

repubblica.it 31.5.16

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Staminali, al Bambino Gesù nuova tecnica di trapianto di midollo da genitori a figli

ROMA – “Si tratta di una tecnica innovativa di ingegneria dei trapianti di midollo che, in assenza di donatore compatibile, consente il trapianto dai genitori ai figli”, spiega Franco Locatelli, responsabile del reparto di Oncoematologia e medicina trasfusionale dell’ospedale della Santa Sede. “Il protocollo messo a punto nei nostri laboratori – gli fa eco entusiasta Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’ospedale romano – rappresenta una pietra miliare nella terapia di molte patologie del sangue ed è destinato a incidere radicalmente sulla loro storia naturale”.

di Davide Patitucci

Le cellule staminali in Italia non sono solo fonte di polemiche e contenziosi nelle aule giudiziarie. Lo dimostra una nuova procedura, messa a punto dai ricercatori dell’Ospedale pediatrico Bambin Gesù, che ha già salvato la vita di decine di bambini con malattie genetiche rare o tumori del sangue. Illustrata oggi a Roma, la metodica ha già avuto un primo riconoscimento internazionale con la presentazione dei risultati lo scorso dicembre a New Orleans, nel corso del congresso della Società americana di ematologia, e la pubblicazione sulla rivista specializzata “Blood”. “Si tratta di una tecnica innovativa di ingegneria dei trapianti di midollo che, in assenza di donatore compatibile, consente il trapianto dai genitori ai figli”, spiega Franco Locatelli, responsabile del reparto di Oncoematologia e medicina trasfusionale dell’ospedale della Santa Sede. “Il protocollo messo a punto nei nostri laboratori – gli fa eco entusiasta Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’ospedale romano – rappresenta una pietra miliare nella terapia di molte patologie del sangue ed è destinato a incidere radicalmente sulla loro storia naturale”.

Il metodo è stato testato finora su circa 70 bambini affetti da leucemie e su una trentina di piccoli pazienti con malattie rare che coinvolgono il sangue o il sistema immunitario, come la talassemia, l’immunodeficienza severa, o l’anemia di Fanconi. Ma in cosa consiste la nuova metodica? “La tecnica – chiarisce Alice Bertaina, responsabile dell’unità trapianti di midollo del Bambin Gesù – consiste nel ripulire le cellule staminali del donatore, che può essere indifferentemente uno dei due genitori, eliminando solo quelle cattive che causano le principali complicazioni, ma preservando, allo stesso tempo, una grande quantità di cellule buone che proteggono il paziente dalle infezioni, soprattutto nei primi mesi successivi al trapianto. Questo metodo di trapianto di cellule staminali – aggiunge la studiosa – consente di avere oltre il 90% di probabilità di cura definitiva, e di ottenere una percentuale di successi confrontabile a quella che si aveva cercando un donatore compatibile”.

Fino a pochi anni fa le tecniche di manipolazione cellulari adoperate nei trapianti di midollo osseo comportavano, infatti, un elevato rischio di mortalità, a causa soprattutto di infezioni. Inoltre, i trapianti da uno dei due genitori erano caratterizzate da una probabilità di successo significativamente inferiore a quella ottenibile impiegando come donatore un fratello o una sorella, oppure un individuo immunogeneticamente compatibile, identificato al di fuori dell’ambito familiare.

In Italia, nel 2013, sono stati sottoposti a trapianto di midollo da donatore esterno per malattie non maligne 125 bambini. Grazie a questa nuova procedura, secondo gli esperti, almeno altri 40 bambini l’anno, destinati ad esempio a dipendenza cronica da trasfusioni, potranno avere una chance di guarigione definitiva. “Con questa tecnica possiamo offrire a tutti la speranza di un trapianto efficace per diversi tipi di malattie – sottolinea Locatelli -. Nonostante i registri dei donatori volontari di midollo osseo, che contano ormai più di 20 milioni di iscritti, e le banche di sangue cordonale e placentare, pari a 600mila unità in tutto il mondo, infatti, il 30-40% dei pazienti non riesce ancora a trovare un donatore idoneo”.

L’Abstract dello studio sulla rivista Blood

Fondazione Just Italia sostiene AISOS nella ricerca sulla diagnosi e cura dell’osteosarcoma

È stato presentato il 23 aprile scorso a Roma il Progetto di Ricerca AISOS Onlus “Studio dei Meccanismi alla base della patogenesi dell’Osteosarcoma”. Lo studio scientifico è sostenuto e finanziato da Fondazione Just Italia, Onlus dell’omonima azienda veronese che da quasi 30 anni distribuisce in Italia i cosmetici naturali svizzeri.

L’osteosarcoma, il tumore maligno primitivo più frequente dello scheletro, colpisce in prevalenza bambini e adolescenti. Per questo, la Ricerca Scientifica è cardine per attaccare e distruggere i processi biomolecolari che portano all’insorgenza e allo sviluppo di questa neoplasia maligna; individua infatti – attraverso la diagnosi tempestiva – protocolli terapeutici innovativi e più efficaci.

Fondazione Just Italia sostiene ogni anno un Progetto nazionale di Ricerca Scientifica, destinato al mondo dei bambini e, quest’anno, ha scelto di essere a fianco di AISOS Onlus, Associazione Italiana Studio Osteosarcoma.

“AISOS – ha ricordato il suo Fondatore e Presidente, il medico Francesca Maddalena Terracciano – è nata nel 2004 con il preciso obiettivo di sostenere i piccoli pazienti e le loro famiglie attraverso un percorso strutturato e protetto, dove il paziente è al centro di un protocollo multidisciplinare, in cui si alternano professionisti di elevato livello professionale (anatomopatologi, ortopedici, neuropsichiatri infantili, psicanalisti e psicoterapeuti). L’Associazione si pone inoltre come sportello informatico tra le varie sedi ospedaliere e come Protocollo tra il personale medico e quello delle professioni sanitarie. AISOS Onlus istituisce corsi di formazione e informazione sul piano nazionale e internazionale. L’ultimo è stato organizzato presso l’Ordine dei Medici di Roma, nel dicembre 2012. Finanzia progetti di ricerca e borse di studio. È in rete con dieci ospedali italiani”.

Lo Studio si propone di indagare i meccanismi che possono portare alla propagazione della malattia, con particolare attenzione al ruolo svolto dalle microvescicole. Ne ha fornito una sintesi la biotecnologa Barbara Peruzzi (Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma), membro del Comitato Scientifico di AISOS Onlus, che guiderà l’équipe di Ricerca incaricata di condurre lo Studio: “Le microvescicole sono identificate in campo scientifico con la sigla MVs e sono microparticelle in grado di veicolare informazioni di varia natura tra le cellule dell’organismo, svolgendo la funzione di mediatori cellulari. Per questa caratteristica, si può ipotizzare che siano coinvolte nel ‘dialogo’ tra le cellule di osteosarcoma e le cellule sane del tessuto osseo, rappresentando una componente chiave nell’insorgenza e progressione del tumore. La conferma di questa ipotesi è l’obiettivo di questo Progetto. Interferire con il rilascio delle MVs rappresenta un modo per ostacolare l’evoluzione del tumore”.

L’adesione a un Progetto Scientifico di questa portata è stata argomentata da Marco Salvatori, Presidente di Fondazione Just Italia: “Ogni anno, coerentemente con i valori e la cultura della Responsabilità Sociale di cui la Fondazione è una espressione concreta, sosteniamo un Progetto di Ricerca di rilevanza nazionale destinato al mondo dei bambini. Lo abbiamo fatto negli anni scorsi con analoghi Centri di eccellenza che abbiamo affiancato nelle ricerche sulla Leucemia Linfoblastica Acuta, la Sindrome di Rett, l’utilizzo di cellule staminali mesenchimali per la ricostruzione di ossa distrutte dal tumore. Sono iniziative che ci hanno coinvolto profondamente anche perché la nostra attività imprenditoriale (Just Italia è leader nella vendita a domicilio di cosmetici naturali e opera attraverso una rete di ben 20.000 incaricati alle vendite sull’intero territorio nazionale) ci porta quotidianamente a contatto con migliaia di famiglie, con le quali stabiliamo una relazione diretta e amichevole. Sappiamo che cosa significhi avere un bambino malato, a volte senza futuro. I contenuti e gli obiettivi del progetto AISOS ci sono sembrati particolarmente innovativi perché indagano un’area tuttora sconosciuta di questa malattia e fanno intravvedere prospettive incoraggianti”. Da ultimo, Marco Salvatori ha sottolineato un aspetto di grande attualità: “Sappiamo bene, come cittadini e come imprenditori, quali siano le difficoltà che incontrano i ricercatori italiani per la carenza di risorse e assistiamo con rammarico alla fuga di cervelli dal nostro Paese. Se il nostro contributo può aiutare a prevenire qualche migrazione di giovani talenti ne siamo doppiamente felici. Abbiamo deciso di affiancare AISOS anche perché siamo stati contagiati dalla loro determinazione e dal loro entusiasmo e affidiamo a questo Progetto le speranze di tanti bambini e delle loro famiglie”.

Sull’inquadramento di questa particolare ricerca nell’ambito degli studi in corso sull’osteosarcoma e sulle peculiarità di questa grave patologia è intervenuto il Prof. Carlo Della Rocca, Professore Ordinario di Anatomia Patologica a “La Sapienza” Università di Roma e Vice Presidente del Comitato Scientifico di AISOS Onlus, ricordando come “sostenere la ricerca nel campo di malattie gravi, ma poco frequenti, come l’osteosarcoma, contribuisca a mantener accesa la speranza di coloro che sono affetti dalla patologia e dei loro familiari. Il volontariato in questi casi diventa determinante, stanti le scarse risorse istituzionali spesso concentrate su malattie a più ampia diffusione sociale”.

Concludendo i lavori, la Presidente di AISOS Onlus, Francesca Maddalena Terracciano, ha ricordato che le grandi sfide e le grandi battaglie richiedono l’impegno, la determinazione, la passione e il coinvolgimento della collettività: “Oggi quattro bambini su cinque malati di osteosarcoma guariscono; il nostro obiettivo è che AISOS, con il sostegno di partner come Fondazione Just Italia, li guarisca tutti”.

Missione e finalità dell’AISOS

L’Associazione Italiana per lo Studio dell’Osteosarcoma AISOS è nata con l’obiettivo di operare, in stretta collaborazione con il Dipartimento di Medicina Sperimentale e Patologica dell’Università La Sapienza di Roma, con l’Istituto di Neuropsichiatria Infantile de “La Sapienza Roma 1” e con altre Istituzioni pubbliche e private che mostrino interesse per la prevenzione e la diagnosi di osteosarcoma, questa particolare forma di tumore osseo che colpisce pazienti generalmente giovani.

L’osteosarcoma è il tumore maligno primitivo più frequente dello scheletro. Sebbene in termini generali l’osteosarcoma sia una neoplasia rara, esso rappresenta il tumore maligno primitivo dell’osso che si riscontra con maggior frequenza; è spesso ad alto grado di malignità ed è composto di cellule mesenchimali che producono osteoide e osso immaturo. È la causa di oltre il 10% dei tumori maligni negli adolescenti e al momento della diagnosi va considerato ai fini terapeutici come malattia sistemica essendo alta la percentuale in cui il soggetto presenta già metastasi.

L’Associazione ha come compito principale quello dell’aggregazione e della comunicazione fra i diversi settori della medicina e fra questa e le altre figure professionali del Comparto Sanità per la tutela dei soggetti colpiti da osteosarcoma e per l’assistenza dei loro familiari.

AISOS Onlus accoglie i pazienti ed i loro familiari creando un percorso strutturato con l’ausilio di uno sportello informatico tra le sedi ospedaliere ed i medici referenti; offre l’attività di consulenza, orientamento e diagnosi; organizza eventi di divulgazione ed aggiornamento; promuove attività di ricerca. È un centro di psicoanalisi e psicoterapia che segue i pazienti e le loro famiglie prima, durante e dopo l’intervento.

I protocolli chemioterapici pre e post-operatori, insieme alla resezione chirurgica del tumore primario, hanno aumentato il tempo medio di sopravvivenza fino al 60-80%. Prima dell’avvento della chemioterapia, i trattamenti prevedevano l’amputazione e il tasso di sopravvivenza era circa del 20%, percentuale corrispondente ai pazienti che verosimilmente non presentavano metastasi. La terapia richiede un approccio multidisciplinare, nel quale il ruolo dello psicoterapeuta è mediativo. Il percorso da affrontare per i piccoli pazienti è un protocollo costituito da diverse fasi.

La comunicazione della diagnosi di osteosarcoma alle famiglie ed ai piccoli pazienti deve essere effettuata in un contenitore strutturato: ambiente-medico-psicoterapeuta-famiglia. Chiaro deve essere che in presenza di un adolescente (intendendo per tale il range di età compreso tra quindici e diciotto anni) potranno essere fatte eccezioni per uno o più dei suddetti soggetti. Il prosieguo del trattamento prevede la focalizzazione di un terapeuta con funzione di ancoraggio psico-emotivo.

L’accompagnamento si svolge nelle varie fasi dell’iter clinico di cura dell’osteosarcoma: la chemioterapia pre-operatoria, l’intervento chirurgico, la chemioterapia post-operatoria, la radioterapia e la riabilitazione evidenziano la fondamentale importanza di un ruolo di counseling psicologico nelle situazioni più a rischio (vedi suicidio). La finalità è scaricare le valenze psico-emotive negative capaci di inficiare trattamento e risoluzione.

A fronte della possibilità di utilizzo in alcuni casi di tecniche chirurgiche conservative, come l’ablazione di tessuto osseo, si rendono frequentemente necessari interventi demolitivi ed amputazioni. Come accade per altre patologie oncologiche, il bisogno di un sostegno psicologico, è funzionale ad attivare e sostenere la resilience.

Del resto le risorse economiche per seguire uno di questi piccoli malati sono rilevanti, si attestano intorno ai 40.000 euro per paziente includendo trattamenti chemioterapici (circa otto cicli prima dell’intervento e otto cicli dopo l’intervento), l’intervento chirurgico demolitivo e l’impianto protesico. Inutile dire come tale condizione richieda da parte del personale tecnico preparazione adeguata, sia dal punto di vista pratico, sia dal punto di vista psicologico. Occorre infatti un training postspecialistico di alcuni anni.

All’Associazione Italiana per lo Studio dell’Osteosarcoma aderiscono professionisti di elevato profilo che operano sia in campo medico che in diversi settori della vita sociale.

Tumori dell’occhio, al Bambino Gesù il primo intervento di brachiterapia pediatrica

Tiziana Paolocci –

Una placca radioattiva grande come 1 cent per distruggere le cellule tumorali. Per la prima volta in Italia un paziente di appena quattro anni è stato sottoposto a brachiterapia pediatrica per la cura dei tumori dell’occhio che non rispondono alle cure convenzionali.

L’intervento è stato fatto al Bambino Gesù di Roma ma i risultati scientifici raggiunti sono stati già condivisi con la comunità internazionale.

Alla bambina è stata applicata una placca di rutenio RU106, un’operazione che probabilmente le ha salvato la vita, consentendo alla piccola affetta da retinoblastoma bilaterale – uno dei più frequenti e aggressivi tumori della retina in età pediatrica – di conservare l’unico occhio rimastogli grazie a una consistente riduzione della massa tumorale.

Un risultato reso possibile dall’impegno del nosocomio romano teso a implementare tutte le tecniche innovative per la terapia conservativa dell’occhio con patologie come il retinoblastoma, tumore che colpisce una persona su 20mila, generalmente entro i primi tre anni di vita e con una frequenza, in Italia, di circa 50 casi l0anno. Legato ad un’alterazione del gene RB1, è riconoscibile dalla presenza di un riflesso bianco nella pupilla (leucocoria), anomalia che spesso si evidenzia nelle prime fotografie scattate al piccolo. Benché oggi la percentuale di sopravvivenza di chi è affetto da questa malattia sia superiore al 95 per cemto, meno di un bambino su due riesce a salvare l’occhio malato.

La diagnosi precoce permette di salvare oltre all’occhio anche la vista per un numero crescente di bambini, grazie all’utilizzo di metodiche di ultima generazione come, appunto, la brachiterapia che consiste nell’applicazione mirata di placche radioattive che demoliscono il tumore (in letteratura sono descritti numerosi casi di remissione totale) riducendo allo stretto indispensabile l’area sottoposta alle radiazioni con evidenti vantaggi per la salute dei piccoli pazienti. La dose di somministrazione è proporzionale al volume della massa tumorale e il calcolo viene eseguito da fisici medici e radioterapisti.

Fino a oggi le famiglie con un bambino colpito da retinobalstoma erano costrette, in caso di recidiva, a rivolgersi all’estero, in particolare a Parigi e a Losanna, centri con cui il Bambino Gesù collabora da anni proprio al fine di portare in Italia questa metodica, superando così un gap terapeutico e di procedure.

L’iter per l’autorizzazione, la formazione di medici e paramedici, l’organizzazione dei locali e delle strumentazioni necessarie per il ricorso alla brachiterapia è durato circa 2 anni al termine dei quali è stato possibile eseguire il primo intervento sulla piccola, inviata al Bambino Gesù dall’ospedale Niguarda di Milano e precedentemente trattata presso il Centro Tumori di Parigi.

Per curare la recidiva di malattia nell’unico occhio rimastogli, in una prima fase la bambina è stata sottoposta a un trattamento laser per la riduzione della massa tumorale, successivamente, nel mese di novembre 2012, le è stata impiantata la prima placca di rutenio di circa 12 millimetri (grande quanto una moneta da 1 centesimo). La placca è stata a contatto con il tumore per circa 12 ore e già dopo 2 settimane si è registrata una riduzione della massa di circa il 70 per cento.

«Con questo primo trattamento – sottolinea Antonino Romanzo, oculista del Bambino Gesù, responsabile dell’ambulatorio di Oncologia Oculare – si aprono prospettive incoraggianti per proseguire nell’impegno di sottrarre i bambini colpiti da questa forma tumorale molto aggressiva alla cecità e salvare loro la vita con un intervento conservativo. Un risultato raggiungibile grazie all’organizzazione multispecialistica del Bambino Gesù, modello unico in Italia che coinvolge oculisti, fisici medici, oncologi, anestesisti e radiologi».

Accordo Bambino Gesu’-INMP, consulenza pediatrica per i migranti

ROMA – E’ stato siglato oggi dal Direttore Generale dell’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Poverta’ (INMP), Concetta Mirisola, e dal Presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesu’, Giuseppe Profiti, un accordo di collaborazione per salvaguardare e migliorare la salute dei cittadini non italiani e delle famiglie italiane in procinto di partire verso mete lontane.

Scopo dell’accordo – della durata di un anno – e’ infatti migliorare l’accoglienza e la salute dei piccoli migranti e delle loro famiglie e di tutti i cittadini italiani e non italiani che si spostano da un’area all’altra della Terra. Un fronte comune di eccellenza e di impegno internazionale per rispondere all’alta mobilita’ delle popolazioni e al al ritorno di malattie un tempo ritenute debellate nei Paesi avanzati, le cosiddette ”malattie della poverta”’ (tubercolosi, malaria, colera, ecc.).

Nel dettaglio, l’alleanza tra le due strutture di eccellenza prevede l’avvio di un servizio di consulenza pediatrica grazie all’attivita’ del call center per l’accoglienza del bambino non italiano presso lo sportello accoglienza internazionale del Bambino Gesu’ (06-6859.2688, inizialmente il martedi’ e il giovedi’, dalle 12 alle 14); l’apertura – una volta a settimana – di un ambulatorio pediatrico con personale del Bambino Gesu’ presso la sede dell’INMP; la presa in carico da parte del Bambino Gesu’ dei minori appositamente segnalati dall’INMP che necessitano di ricovero o di cure altamente specialistiche.

L’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Poverta’, dal canto suo, garantira’ la presa in carico delle famiglie segnalate dal Bambino Gesu’ i cui figli sono in cura presso la struttura pediatrica e l’organizzazione congiunta di appositi percorsi formativi nell’ambito della medicina transculturale.

Speciale attenzione sara’ inoltre rivolta anche ai piccoli italiani e allo loro famiglie in procinto di effettuare un viaggio che riceveranno tutta l’assistenza necessaria per quanto riguarda le profilassi da effettuare prima di partire.

La collaborazione prevede anche la possibilita’ di avviare specifiche cooperazioni internazionali, dando cosi’ continuita’ e sviluppo alle attivita’ di intervento che le due realta’ sanitarie conducono gia’ in numerosi Paesi esteri per migliorare le conoscenze e le competenze sanitarie in aree della Terra particolarmente critiche.

Pediatria in allegria Pet therapy e cura dell’orto, arti marziali e lezioni di cucina entrano negli ospedali

Un villaggio con gli animali, la musica, l’arte e i colori costituisce il cuore di Happy valley, il primo centro italiano dedicato alle coterapie che si inaugura il 23 ottobre a San Polo dei Cavalieri, alle porte di Roma, e racchiude in un unico spazio polifunzionale pet therapy, onoterapia, musicoterapia e clownterapia.
Il progetto, attuato dall’associazione Antas onlus, che opera da cinque anni per la divulgazione delle terapie alternative a supporto della medicina tradizionale, è patrocinato dal Policlinico Umberto I, dalla provincia di Roma e dal comune di San Polo dei Cavalieri. Il centro Happy valley ospita un recinto con gli asini per l’onoterapia e un’area di contatto con gli animali domestici, una zona dedicata specificamente alla pet therapy e laboratori con aule multimediali per chi si dedica all’arte e alla musicoterapia.
Arti marziali e orto per aiutare la guarigione. All’ospedale Bambino Gesù di Roma verrà invece attivato a partire da novembre un nuovo progetto inizialmente rivolto ai pazienti di oncologia e a coloro che si recano in ospedale per frequenti dayhospital, destinato ad aiutare i piccoli pazienti a veicolare in modo corretto l’energia, a controllare le sensazioni e il dolore nonché a imparare a conoscere meglio il proprio corpo e le sue reazioni. L’attività, che avrà luogo una o due volte a settimana all’interno della ludoteca, è affidata a istruttori dell’associazione non profit Kids kickin’ cancer, che promuove queste tecniche di arti marziali destinate ai pazienti ospedalieri. Negli Stati Uniti un progetto simile, promosso dalla National children’s leukemia foundation e denominato ninja power, aveva dato ottimi risultati sui bambini malati per i quali, come ha sostenuto la direttrice del programma, Susan Gardin, è importantissimo ritrovare la forza fisica ed emotiva perduta a causa della malattia e delle cure. Durante le lezioni i bambini imparano la disciplina del karate in modo ludico e al contempo si avvicinano a concetti importanti come il controllo del respiro e la meditazione tramite esercizi capaci di calmare le loro menti, spesso affollate di pensieri e preoccupazioni. Non c’è mai in queste lezioni un contatto corpo a corpo, così si evita ogni possibile rischio di farsi male. Un progetto attivato invece all’interno dell’ospedale Meyer di Firenze è quello dell’orto. Zappe, rastrelli e palette, innaffiatoi, grembiulini, concime e semenze diventano fulcro di attenzione per i piccoli degenti. La cooperativa Antropozoa e il dipartimento di ortofrutticoltura della Facoltà di Agraria dell’Università di Firenze hanno attuato questo progetto di ortoterapia in ospedale per migliorare la qualità di vita in ospedale ma anche far sì che, prendendosi cura di una piantina o di un ortaggio, i bambini imparino a curare se stessi traendo benefici di tipo emotivo e affettivo, oltre che fisico. Durante l’anno sono previsti laboratori all’aperto accessibili sia ai bambini in visita sia ai ricoverati, in cui si può seminare e coltivare. Per un bambino ospedalizzato, inoltre, poter frequentare un ambiente tattile e olfattivamente diverso da quello di cura diventa uno stimolo alla guarigione. Nell’orto ci sono la vasca degli odori con origano, rosmarino, salvia, timo, maggiorana, lavanda, ruta e menta, adornata con piante di girasoli. Ci sono poi la vasca degli ortaggi con melanzane, peperoni e zucchine e la vasca dei pomodori, in cui ci sono ciliegini, pomodori nani, cuori di bue. Non mancano anche semenzai dei radicchi e delle insalate.
Anche la radio entra in ospedale. Il Dynamo Camp, luogo di terapia ricreativa situato a Limestre, in provincia di Pistoia, migra verso gli ospedali per creare laboratori di web-radio. Il camp, strutturato per ospitare gratuitamente per svago e vacanza bambini e ragazzi in cura per patologie gravi o croniche di età compresa tra 7 e 17 anni sia durante la terapia sia nel periodo post ospedalizzazione, ha attuato un tour che prevede la realizzazione di un progetto creativo caratterizzato dalla preparazione di uno show radiofonico, stimolando la creatività dei ragazzi attraverso giochi e attività. Il laboratorio viene gestito dal team di Radio Dynamo e da volontari di Dynamo Camp e Telecom Italia, in uno studio radiofonico mobile allestito all’interno delle strutture ospedaliere. Il tour toccherà adesso alcuni nosocomi come il Pausillipon di Napoli, l’Ospedale Policlinico di Bari e il Sant’Orsola di Bologna.
Il gioco sa di mare. Al Gaslini di Genova è stata appena inaugurata La Tana dell’Orso, un luogo che prende vita grazie a un progetto della Gaslini band band, Associazione di volontariato impegnata nel migliorare l’accoglienza dei piccoli ospiti dell’ospedale pediatrico genovese. Si tratta di una vera e propria tana aperta ogni giorno della settimana in cui i piccoli e le loro famiglie possono ritrovare un ambiente accogliente e domestico. Tra le oltre 60 associazioni di volontariato attive al Gaslini c’è anche il Porto dei piccoli, che ha come comune denominatore il mare. Biologi, attori, musicisti danno vita a un piccolo sogno marino. Attraverso laboratori ludico-didattici ispirati al Grande Blu, si imparano nozioni di biologia e geologia, musica e danza, arte e teatro. Sono attive all’interno di questo progetto anche lezioni di cucina, sempre incentrate su ricette che richiamano il mare e le sue risorse.
Lo sport in corsia. All’Ospedale Sacco di Milano continua l’iniziativa di educazione alimentare e fisica realizzata dal Servizio di diabetologia e malattie del metabolismo della Clinica pediatrica dell’Università degli Studi di Milano, destinata ai piccoli pazienti diabetici. «Presentare un’attività sportiva che li coinvolga dà modo di trasmettere in modo intuitivo informazioni di tipo alimentare e terapeutico, ma permette anche di insegnar loro come intraprendere in modo sereno un’attività sportiva nonostante la malattia», ha commentato Andrea Scaramuzza, responsabile della diabetologia pediatrica dell’Ospedale Sacco, «l’appuntamento di novembre sarà dedicato al calcio e verranno invitati due campioni di serie A di Milan e Inter e a gennaio, per il mese dedicato alla ginnastica, arriverà un ex olimpionico che giocherà con i pazienti». Un aiuto per i piccoli e i familiari arriva poi dalle associazioni di volontari e professionisti che si occupano di animare i reparti attraverso il gioco, la lettura delle favole e la realizzazione di laboratori creativi. Presso la Clinica De Marchi di Milano, per esempio, i volontari Aibo (Associazione per il bambino in ospedale) si occupano dei pazienti ogni sera raccontando loro fiabe, anche interattive, e distraendoli prima del riposo. I clown, nati invece per strappare un sorriso ai degenti, che sono bimbi prima ancora che pazienti, aiutano non solo ad alleviare le sofferenze, ma anche a migliorare l’umore e l’esperienza in ospedale. La prima realtà italiana a iniziare questa assistenza caratterizzata dall’ascolto, dal gioco e dalla magia è stata la Fondazione Theodora onlus che si occupa anche di rigorosa formazione dei professionisti e della loro retribuzione. I Dottor Sogni sono artisti che si prendono cura della parte sana del bambino, delle sue emozioni e dei suoi desideri. Le attività dei clown vengono organizzate una volta a settimana per far sì che il bambino viva questo incontro come un evento speciale. Spesso l’artista diventa, nei suoi panni di pagliaccio, un confidente e un amico del piccolo paziente che torna per un po’ a essere solo bimbo.

di Cristina Cimato

FONTE: milanofinanza.it – 22.10.11