60 anni di impegno per cura a 360 gradi bambini

ROMA – Una cura sempre piu’ efficace e rispettosa del bambino, rivolta a 360 gradi, capace di guardare alla vita dopo il tumore e alla sua famiglia; perche’ la malattia quando ti piomba addosso non colpisce solo una persona che sta crescendo ma mette in crisi tutti coloro che gli stanno attorno: e’ stata questa la stella polare che ha orientato la lunga vita professionale di Giulio D’Angio’, uno dei padri dell’oncologia pediatrica mondiale, ”60 anni meravigliosi”, spesi combattere i tumori infantili. D’Angio’, americano di origini italiane, ha 87 anni e nonostante l’eta’ continua a varcare con la passione di sempre il portone d’ingresso dell’universita’ di Philadelphia e a
ricordare che la cura da sola non basta, serve dell’altro. Corporatura piccola, occhi vispi, un papillon colorato e un sorriso disarmante, sono i caratteri che accompagnano i suoi 60 anni di lavoro dedicati con la moglie, anche lei oncologa, allo studio e all’assistenza, alternando ore di ricerca nei laboratori al letto dei piccoli pazienti, al colloquio con i familiari. In questi giorni D’Angio’ e’ a Roma per sostenere una delle numerose associazioni dei genitori dei bambini malati (‘Io domani’ del Policlinico Umberto I di Roma) che sono nate nel nostro paese per aiutare la ricerca, per colmare le carenze e le lentezze della sanita’ pubblica nell’assistenza e nell’innovazione. Ma anche per infondere fiducia e passione agli operatori sanitari che sono attorno ai piccoli malati e alle loro famiglie. D’Angio’ e’ testimone dei progressi degli ultimi 40 anni: se negli anni Sessanta si registrava globalmente soltanto una sopravvivenza del 15% in tutti i tipi di tumore pediatrico, attualmente il tasso di sopravvivenza globale e’ passato al 70%. E questi risultati sono stati ottenuti grazie all’uso coordinato di protocolli di cura fondati su tre armi: chirurgia, radioterapia e farmaci, cosi’ come terapie di supporto antinfettive, emotrasfusionali. ”E’ stata una gioia – rivela – vedere le conquiste dell’oncologia pediatrica e condividerli con mia moglie, anche lei oncologa all’ateneo di Philadelphia. Abbiamo lavorato insieme e ho imparato molto da lei; e’ stato un lavoro fortemente appagante, senza competizione tra di noi, non era importante chi fosse piu’ bravo ma cosa potessimo fare tutti insieme per ogni bambino”. ”All’inizio – ricorda D’Angio’ – studiavo per specializzarmi come chirurgo ma era tremendamente sconfortante quanto poco potessimo fare sul fronte chirurgico per i bambini col cancro. Cosi’ ho deciso di studiare radioterapia che dava piu’ speranze. Sono americano con un nome molto italiano! I miei genitori erano italiani – racconta D’Angio’ ? mio padre, un sarto di un paesino vicino Formia, Trivio, e’ emigrato negli Stati Uniti per avviare un’attivita’ col fratello, mia madre invece era di Napoli, dove loro due si sono conosciuti”.’Lavorare con i bambini – spiega – mi ha insegnato l’importanza della cura totale, del sostegno a 360 gradi non solo medico ma anche psicologico ed umano al bambino e alla famiglia, e mi ha insegnato a non concentrarmi solo sulla guarigione ma anche su quale adulto diventera’ quel bambino; la cura non e’ tutto; la mia attenzione in questi 60 anni e’ stata rivolta anche a minimizzare le terapie perche’ il bambino possa diventare un adulto normale”. ”In questi anni la sopravvivenza dei piccoli pazienti e’ aumentata e il futuro ci preserva grandi promesse, col miglioramento delle terapie molecolari che diverranno sempre piu’ mirate e a misura di paziente – conclude D’Angio’ – ma non si dovra’ mai dimenticare che la cura da sola non e’ abbastanza, e guardare sempre oltre la malattia”.


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