Avere un tumore a vent’anni

Quella che segue è una
lettera di Riccardo Ciapponi, 23 anni, studente di ingegneria a Milano. Ha
deciso di raccontare ai lettori di 
Solferino28anni la sua battaglia più grande: un tumore ai surreni.
Grazie a lui e a tutti i ventenni che, come Riccardo, hanno combattuto o stanno
combattendo contro una malattia ladra di gioventù.

Un giorno, in uno dei
miei surreni, si formò un tumore e il mio corpo iniziò a subire gli effetti di
un eccesso di cortisolo nel sangue, una condizione clinica che prende il nome
di sindrome di Cushing;  adesso che sono
passati due anni, so di essere fortunato 
perché è stata solo una grossa seccatura senza conseguenze permanenti,
se non qualche cicatrice che si sta sbiadendo .

Avere una malattia
importante a ventuno anni è stato un fatto imprevisto: non me lo aspettavo,
pensavo che la buona salute fosse un dato di fatto più che una quotidiana
fortuna, credevo di potere contare sempre su me stesso.

Sono stato invece
testimone di un continuo progresso della malattia, inizialmente senza nemmeno
saperne la causa, e studiare, muovermi, stare in giro con gli amici diventava
ogni giorno più difficile. Asportata la ghiandola e il suo adenoma, sì è
sistemato quasi tutto nel giro di sei mesi, lasciandomi un surrene in meno e
una grande lezione: in breve tempo l’equilibrio psicofisico può essere alterato
e sia il corpo sia la psiche non sono immuni da problemi di svariata natura che
possono sopraggiungere in qualsiasi momento.

Questo senso di
fragilità, secondo me, aiuta molto di più ad apprezzare il presente, seguendo
la filosofia di vita ben espressa da Orazio: Carpe diem, quam minimum credula
postero.  Credo infatti che non si debba
fare affidamento a ciò che può capitare nel futuro, bisogna ovviamente pensarci
se si vogliono fare progetti ma lo spettro di ciò che accadrà non deve
influenzare negativamente il presente.

So che, stando alle
statistiche, avrò un problema cardiovascolare o un cancro e morirò, fintanto
che questo non accade non ho alcun motivo di preoccuparmi e, anzi, devo godermi
la vita fintanto che posso.

Nel pieno della malattia
però non riuscivo a ragionarci così serenamente sopra, mi limitavo ad aspettare
il giorno dell’operazione che avrebbe risolto tutto. In quei momenti difficili
mi sono stati molto vicini i miei amici ma soprattutto i miei genitori e mio
fratello: per me un amico è una persona a cui posso mostrare le mie debolezze.

Tuttavia mi sono trovato
in uno stato mentale e fisico tale da cercare di evitare tutti. La mia famiglia
però era sempre lì e il loro incondizionato sostegno è stato per me un grande
aiuto, su di loro ho fatto affidamento quando sulle mie capacità non potevo più
contare.

Riccardo

DATA: 09/03/2012

FONTE: corriere.it

Pubblicato in Ultimissime

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