Bianca come il latte, rossa come il sangue.

Un anno di vita scolastica del sedicenne Leo, alle prese con il calcetto, problemi scolastici, musica, amici e innamoramenti vari. Il solito tran-tran, finché incontra un prof in grado di stupirlo; scopre un rapporto maturo con il padre; conosce una ragazza di cui si innamora perdutamente; impara che bisogna saper sognare e poi trasformare i sogni in progetto, D’Avenia propone una visione dell’esistenza brillante, una chiamata alla grandezza nella vita quotidiana, una storia d’amore tenera e toccante, un invito alla maturità per tutti, ragazzi, genitori, prof. Una lettura indimenticabile, che i liceali (cui sin indirizza primariamente, anche utilizzando il loro linguaggio e i loro codici tipici) ameranno a prima vista, anche se è prevedibile che questo romanzo non accontenti facilmente la critica raffinata e spocchiosa, altera e snob, che dalla letteratura pretende lacrime, tristezza e cupa pensosità,
Perché è vero che il romanzo contiene parti drammatiche, è vero che fa (anche) piangere, ma – per fortuna – non vuole demolire, bensì costruire: sono lacrime di risa, lacrime di gioa, raggiungendo in alcuni momenti quella che il grande Tolkien, per esempio, chiamava “eucatastrofe”: l’improvviso lieto fine di una storia che ti trafigge con una gioia da farti venire le lacrime agli occhi…
Abbiamo scoperto una voce nuova e squillante della narrativa italiana e, chi ha figli adolescenti, non può fare a meno di regalare questo libro.

Lo scafandro e la farfalla

Quella raccontata nelle pagine di questo libro è la storia realmente accaduta a Jean-Dominique Bauby, un giornalista e redattore della rivista ELLE. una persona che potremmo definire “felice”. Un uomo come tanti, innamorato di Ines, la donna con cui convive, Jean-Do, appassionato di libri e viaggi, belle donne e cucina raffinata.
All’età di 43 anni, l’8 dicembre 1995, Bauby ebbe un ictus. Quando si risvegliò 20 giorni dopo, scoprì che il suo corpo aveva cessato di funzionare del tutto: poteva controllare soltanto la sua palpebra sinistra.
In queste condizioni, tuttavia, riuscì a dettare, parola per parola, i suoi pensieri, così da riuscire a scrivere in questo modo il libro Lo scafandro e la farfalla. Bauby, con un battito di ciglio, fermava il suo interlocutore su una lettera dell’alfabeto che gli veniva recitato secondo l’ordine di frequenza della lingua francese
Ciò che maggiormente colpisce di tutta la storia, è la straordinaria capacità di quest’uomo di apprezzare la vita fino all’ultimo respiro. La luce del sole, il bagno fatto dagli infermieri, i racconti della moglie della corrispondenza che riceveva da tutto il mondo. La tragicità della negazione dei più elementari movimenti, come per esempio grattarsi la punta del naso.
Ed è proprio la tenacia, la passione e la determinazione di quest’uomo a tenere in vita quell’unico spiraglio di comunicazione, conquistato mediante un codice complicato e oneroso, attraverso il quale egli rivendica la libertà di esprimersi e il diritto all’esistenza.
In un’epoca in cui siamo bombardati da notizie di pandemie, epidemie che molto teoricamente coinvolgerebbero tutto il mondo, spesso a vantaggio di molti, ma non certo dell’umanità, numerose patologie sono sconosciute o poco considerate. Personalmente sono venuta a conoscenza della Sindrome Locked-in (sindrome del chiavistello) leggendo un altro libro (sempre autobiografico e sempre storia reale) “Io parlo” di Laetitia Bohn-Derrien. “La sindrome di Locked-in è una condizione nella quale il paziente è cosciente e sveglio, ma non può muoversi oppure comunicare a causa della completa paralisi di tutti i muscoli volontari del corpo. È il risultato di un ictus al tronco-encefalo che vede danneggiata la parte ventrale troncoencefalica (corrispondente ai fasci piramidali). Esita come risultato in quadraplegia ed inabilità a parlare in individui che per altri aspetti sono intatti dal punto di vista cognitivo. I pazienti con la sindrome “Locked-In” possono comunicare con altre persone, codificando la chiusura delle palpebre oppure muovendo i loro occhi. (Wikipedia)”
Diverse modalità ma stessa patologia.
Stesse sofferenze ma esiti diversi, fortunatamente non sempre fatali con nel caso di Bauby che morì per arresto cardiaco conseguente ad una polmonite, all’età di quasi 45 anni. Il libro venne pubblicato il 7 marzo del 1997. Ebbe eccellenti critiche e nella prima settimana vendette 200.000 copie. Prima di morire Bauby fonda l’ALIS (Association of the Locked-In Syndrome) allo scopo di aiutare i pazienti affetti da questa patologia e i loro familiari.

 

Leggere – Perchè i libri ci rendono migliori, più allegri e più liberi.

Ho scelto questo libro non tanto per un particolare interesse verso l’autore, Corrado Augias, quanto più per il suo titolo, all’apparenza banale e scontato, ma contrariamente, a mio avviso, ricco di contenuti e significato.
Augias si interroga così: perché si legge e come si impara a farlo? Quali meccanismi emotivi si attivano? Come nasce la passione per la lettura? Perché leggere fa bene, ma può talvolta anche far male? E perché non riusciremo mai a sostituire il piacere che dà la lettura di un libro stampato con le altre possibili forme di lettura “elettronica”?
E con un taglio squisitamente autobiografico, offre uno spaccato della sua vita privata e prova a darsi e a darci delle risposte plausibili e concrete al riguardo.
Inizia dai suoi primi approcci, da studente liceale, con il grandi classici(I Sepolcri di Foscolo, Guerra e pace, I miserabili) ma anche alcuni libri proibiti come L’amante di Lady Chatterley, alla scoperta di Edgar Wallace, Conan Doyle e Raymond Chandler e della narrativa poliziesca (la sua preferita anche oggi), all’amore più maturo per i romanzi di Joseph Roth e Robert Musil, lettura di testi che lo hanno incuriosito, emozionato, sorpreso, allietato
Mi viene in mente, pensando ad Augias che “viaggia” nel tempo con i suoi testi a Marcel Proust che in alcune pagine memorabili della “Ricerca del tempo perduto”, ricorda le sue numerose giornate immerso nella lettura: giornate “accuratamente ripulite dai mediocri incidenti del quotidiano” e riempito di nuove esistenze, di nuove vite, di ogni possibile gioia e sventura, di avvenimenti e sensazioni quasi impossibili da immaginare nel corso di una vita intera. In quella sospensione al di fuori del tempo – “la lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini dei secoli passati…Conversare con uomini d’altri secoli è quasi lo stesso che viaggiare” – Cartesio – Proust osservava, in estasi, il mondo dall’alto. L’incanto di quel volteggiare solitario era una sensazione unica, ma la sua gioia più grande consisteva, una volta tornato alla realtà, di condividerne la bellezza con altri.
L’autore coglie ogni occasione per comunicarci un messaggio fondamentale: le pagine di un libro consentono il volo, sono leggere ma non passeggere. Ci conducono in mondi sconosciuti e ci sollevano a quote che pensavamo inaccessibili. La lettura ci porta in viaggio verso nuove realtà, in dimensioni dove troveremo altri individui che rappresentano, ognuno per ciò che è, un universo a parte, un universo da avvicinare, da accogliere, certi della grande peculiarità rappresentata dal pensiero plurale.
E’ un libro che suscita numerose riflessioni, qualcuna anche amara; per esempio oò capitolo III – “La carta contro la pietra”, in cui l’autore racconta, sviscera, analizza e sottolinea l’enorme importanza che la lettura riveste nella cultura dell’uomo e non di rado alla sua stessa sopravvivenza.
Qui cita un libro, “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, uscito nel 1953, e ci rivela che questa è la temperatura a cui la carta brucia. [..] La persecuzione contro i libri è propria di tutti i regimi dispotici, e basterebbe questo per farci amare la lettura.
Meno si legge, meno la mente si apre e sempre meno difese avremo per dare voce ai nostri pensieri.
Un libro accattivante e sorprendente, sul piacere unico che solo la lettura ci può donare. Sulla sua capacità di aiutarci a conoscere noi stessi e il mondo che ci circonda, a crescere, a diventare più liberi. Questo piccolo libro è fonte di molte riflessioni e suggerisce molti, altri, libri da leggere.
Infine, Augias vuole sottolineare l’elogio di un certo tipo di lettura, quella silenziosa e attenta, che Petrarca esigeva e Macchiavelli, seppure esiliato e vessato,  non tardava a mettere in pratica, così “si chiudeva nel suo studio per quattro ore, dimenticando ogni affanno e non temendo più né la povertà né la morte”.
E a proposito di “lettura silenziosa e attenta”, voglio segnalarvi un’oasi scoperta proprio attraverso la lettura, di un giornale, questa volta. Io ne sono rimasta affascinata, così come credo la maggioranza di quelli che realmente amano la lettura intesa come la intendeva Kafka “Se il libro che stiamo leggendo non ci colpisce come un soffio di vento nel cranio, perché annoiarsi leggendolo? Un libro deve essere l’ascia che spezza il mare ghiacciato che è dentro di noi” Il libro deve essere l’ascia che spezza il mare ghiacciato che è dentro di noi, un fuoco nel cuore.
Si tratta de “Il Circolo dei Lettori” a Palazzo Graneri della Roccia a Torino.
Un’iniziativa dell’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte ed è il primo circolo italiano esclusivamente dedicato ai lettori.
E’ situato nello storico Circolo degli Artisti, all’interno di Palazzo Graneri della Roccia, ed è innanzitutto un luogo dove leggere, da soli o insieme, e ascoltare leggere, condividere interessi e passioni.
Uno spazio di aggregazione, dove progettare e promuovere iniziative destinate ad incidere sul tessuto sociale torinese, attraverso specifici percorsi rivolti a comunità o quartieri socialmente svantaggiati.
Infine, il Circolo dei Lettori vuole essere una casa, un rifugio in cui raccogliersi per ascoltare una bella pagina o raccontare una buona storia, un punto di riferimento per scrittori e lettori di passaggio in città.
Non è una scoperta fantastica?
Concludo, pensando ed Augias e a chi leggerà il suo libro, con una citazione di Giuseppe Pontiggia, scrittore contemporaneo scomparso nel 2003, amante della lettura, prima ancora che della scrittura che ci aiuta a comprendere ulteriormente il vero valore di quello spesso comunemente è inteso come un “hobby” ma che invece, ha ben altre radici e va ben oltre: “Dobbiamo coltivare la lettura come esperienza che non coltiva l’ideale della rapidità, ma della ricchezza, della profondità e della durata. Una lettura concentrata, amante degli indugi, dei ritorni su di sé, aperta più che alle scorciatoie ai cambiamenti di andatura che assecondano i ritmi alterni della mente e che vi imprimono le emozioni e le acquisizioni”.

Ritorno alle virtu

Se il titolo di questo libro potrebbe non incuriosire il lettore, poiché ha in sé un aggettivo oggi ritenuto ormai antiquato, il sottotitolo – la riscoperta di uno stile di vita – certamente catturerà, invece, la sua attenzione massima. Questo perchè siamo tutti molto attenti allo stile della vita perché lo associamo alla qualità della vita.
Ma lo stile che propone Ravasi, nulla ha a che vedere con quello che gran parte della società concepisce.
Infatti, oggi, “Virtù”, nell’immaginario collettivo, è una parola, un qualcosa che ha bisogno di essere svecchiata e trovare applicazione concreta con modi più moderni, evitando così il rischio di passare per tradizionalisti ad oltranza o, peggio ancora, reazionari.
Scorrendo le pagine troviamo una citazione esilarante di Woody Allen, dalla quale si può partire per capire la nostra contemporaneità: “al mondo ci sono buoni e cattivi: i buoni dormono meglio, ma i cattivi da svegli si divertono di più!”
Proseguendo, poi, scopriremo quanto sia vera e quanta strada abbiamo ancora da fare per capire che non è esattamente questa la strada per la vera libertà dell’individuo.
Ciò che oggi rappresentano le preoccupazioni principali dell’uomo sono il successo, l’utilitarismo, l’egocentrismo. Il nostro stile di vita è inteso maggiormente come raggiungimento del benessere, della sicurezza economica, della salute. Assente o quasi, piuttosto, è l’attenzione che si pone in ciò che è concretamente l’essere umano in quanto Uomo, nel suo “contenuto”, nei suoi valori,  nelle sue doti, nei suoi talenti, nella sua sensibilità, nel suo senso del rispetto verso l’altro.
In queste pagine, in realtà, si parla di fede, di speranza, di carità (virtù teologali) si parla di prudenza, di fortezza, di giustizia, di temperanza (virtù cardinali o morali naturali).
Ravasi, facendosi interprete di numerosi pensatori (Dante, S. Agostino, Platone, Tommaso d’Aquino, Aristotele, Boccaccio) che nei secoli hanno affrontato queste tematiche, ha illustrato, raccontato, disegnato, chiarito e riferito magistralmente con infinita delicatezza e grande semplicità tutte le virtù esistenti, affinché tutti le possano meglio conoscere, scoprire per farne prezioso tesoro e metterle a frutto per vivere la vita con vero stile.
Charles Péguy – poeta francese – così interpreta la speranza: “E’ la speranza cosa difficile, e a voce bassa e vergognosa. E la cosa facile è disperare. Ed è la grande tentazione”.
Oppure Kafka, quando esprime il suo pensiero di carità: “Amore è tutto ciò che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita, verso tutte le altezze e tutte le profondità. L’amore non è un problema, come non lo è un veicolo; problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori, la strada”
E ancora, Sant’Agostino rispetto alla fede: “Chiunque crede pensa, e pensando crede…La fede, se non è pensata è nulla!”
Gianfranco Ravasi è un uomo di chiesa, ma è soprattutto un uomo di grande cultura, di un’apertura mentale non comune, con conoscenze filosofiche e teologiche al di sopra della media; quindi, non fosse altro che per una semplice “acquisizione di sapere”, vale la pena leggere questo libro.
Dovremmo, poi, leggerlo tutti perché in esso si ritrovano pezzetti di vita di ognuno di noi, delle proprie tempeste delle passioni, delle proprie vicissitudini caratteriali, dei propri limiti e attraverso la conoscenza di questo eccezionale mosaico di virtù, trovare una probabile luce che illumini il proseguo della nostra esistenza.

 “Le virtù sono conquista di se stessi, dominio sulle tempeste delle passioni, adesione coerente e permanente al bene, alla verità, alla bellezza, alla giustizia”    Gianfranco Ravasi

I quaderni del pianto

L’idea di inserire nelle Stelle di Carta questo libro nasce da un accostamento di esperienze di vita dolorose che tuttavia hanno prodotto frutti, buoni frutti.
Il nostro Peter Pan Onlus è nato in seguito ad un evento penoso e luttuoso, ma ha portato gioia e speranza per tanti bambini e a tante famiglie.
La storia – peraltro cronaca di tutti i giorni in alcuni Paesi del Sudamerica – raccontata ne “I quaderni del pianto”, è altrettanto un racconto struggente e per certi versi inquietante, ma ha come comune denominatore la lotta per la vita, la ricerca della speranza e la vittoria a favore dei più sfortunati e dei più deboli.
Marcela Serrano affronta la tragedia dei bambini rapiti per venderne gli organi o per essere dati in adozione a famiglie facoltose.
La protagonista, una donna di umili origini che vive in campagna, partorisce in ospedale una bambina, ma dopo qualche giorno le dicono che la figlia è morta in seguito a una febbre violenta.
Lei non si rassegna, si convince che la piccola sia ancora viva, e decide di agire.
Con l’aiuto di una giornalista scopre che nell’ospedale dove era stata ricoverata ci sono troppe morti sospette e trova una donna pronta a testimoniare di aver sentito i medici parlare chiaramente di un rapimento: il sospetto di un traffico illegale di adozioni e di organi diventa quasi una certezza. La protagonista, insieme ad altre madri nella stessa situazione, decide di creare un’associazione che si batte per portare alla luce gli orribili crimini. Un giorno, durante un sit-in, vede una bambina tenuta per mano dalla moglie del ministro degli Interni…
Un romanzo pungente ma delicato, poetico ma tremendamente reale, travolgente ma riflessivo, uno stile essenziale tutto considerato; certe tematiche avrebbero potuto necessitare di molte più parole e meditazioni, ma la Serrano è riuscita comunque a trasmettere tutte quelle sensazioni e spunti di valutazione che questo dramma sociale richiede.
Una capacità, la sua, come anche quella di Isabelle Allende e altre scrittrici latino americane, che riesce a toccare con infinita delicatezza ma altrettanta fermezza, la descrizione dell’animo femminile, con le loro passioni e il loro coraggio attraverso una gestualità tenue ma potente e spesso risolutiva.

Diario di scuola

“La paura e la vergogna sono un dolore che ho sentito per tutta la durata dei miei studi, ma dolore è anche quello del professore che non riesce a trasmettere niente ai suoi alunni, e per questo si sente ferito nella sua identità”.

Diario di scuola affronta il grande tema della scuola dal punto di vista degli alunni. In verità dicendo “alunni” si dice qualcosa di troppo vago: qui è in gioco il punto di vista degli “sfaticati”, dei “fannulloni”, degli “scavezzacollo”, dei “cattivi soggetti”, insomma di quelli che vanno male a scuola. Pennac, ex somaro lui stesso, studia questa figura popolare e ampiamente diffusa dandogli nobiltà, restituendogli anche il peso d’angoscia e di dolore che gli appartiene. Il libro mescola ricordi autobiografici e riflessioni sulla pedagogia, sulle universali disfunzioni dell’istituto scolastico, sul ruolo dei genitori e della famiglia, sulla devastazione introdotta dal giovanilismo, sul ruolo della televisione e di tutte le declinazioni dei media contemporanei. La lettura di questo libro si fonde con le esperienze personali di ciascun lettore, portandolo a varie considerazioni sull’argomento scuola: dalle figure che uno studente può interpretare, ai consigli per i genitori a non considerarle definitive, a sperare sempre che il somaro, in un modo o in un altro riuscirà a trovare la sua strada. Lo scrittore ha messo, poi, l’accento soprattutto sulla lentezza del processo di apprendimento, che oggi si scontra con i ritmi veloci a cui sono oggi sottoposti i ragazzi. “Ma è necessario ricordare che anche se sono bombardati dalle informazioni, per loro la scuola resta sempre un’ossessione”. E il terzo trimestre, come si legge anche sulla quarta di copertina del suo libro, sarà decisivo!

Mia madre, la mia bambina

Tahar Ben Jelloun è un noto scrittore e poeta marocchino (con il best seller “Il razzismo spiegato a mia figlia” l’ONU gli ha conferito, nel 1988, il Global Tolerance Award) che ha affrontato in questa sua ultima opera, il tema delicato e doloroso di una malattia devastante e sempre più dilagante: il morbo di Alzheimer.
Questa patologia colpisce la memoria e le funzioni mentali, il pensare, il parlare, ma può causare altri problemi come confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale. Tra il 50 e il 70% delle persone affette da demenza soffrono di malattia di Alzheimer – un processo degenerativo che distrugge lentamente e progressivamente le cellule del cervello. Può essere considerata a tutti gli effetti una malattia terminale, che causa un deterioramento generale delle condizioni di salute.
Tahar Ben Jelloun non è più giovanissimo (nato nel 1944 a Fès, in Marocco) e questo contribuisce in maniera determinante a rendere il suo racconto, del legame d’amore madre/figlio, così commovente, speciale, delicato, toccante e appassionante. Forse solo un Uomo, con la maturità e l’esperienza degli anni, riesce a cogliere quelle sensazioni e situazioni ai limiti della sopportazione umana, che spesso la malattia impone, trasformandole in veri e propri atti d’amore e dimostrazioni di vicendevole donazione.
E’ un amore straordinario, quello narrato da Tahar, in questa cronaca di vita interiore dove sono impresse tutte le emozioni che prova il figlio per l’inconsistente dissolvenza materna. Così amorevolmente impotente, questo figlio, davanti alla madre in passato così forte e determinata ed oggi irrimediabilmente assente.
Con un racconto semplice questo autore esprime una profondità di sentimenti e stati d’animo basati sull’assoluta comprensione della madre, nonostante soffra per la mancanza di complicità attiva; un tipo di relazione, questa, che deve necessariamente instaurarsi tra un malato, che richiede illimitata disponibilità senza poter offrire altro che parole non dette; proprio come un neonato in balia dell’amore dei genitori.
Ma non è soltanto la parte relazionale madre/figlio, che colpisce e afferra tutta l’attenzione del lettore, ma anche la cura e l’attenzione che pone descrivendo il mondo in cui questa relazione è nata e vissuta; il mondo arabo.
Un mondo in cui i figli sono animati da un profondo rispetto verso i genitori e che cercano di preservare ricordi e tradizioni come tributo verso una benedizione del genitore, elargita alla fine della propria vita.
Questo libro è anche un’occasione di riflessione di tipo sociale: il rapporto tra il mondo arabo, con le sue attenzioni legate alle tradizioni e alla famiglia e il nostro occidente, fatto di materialismo in cui “il legame diventa misero e dettato da leggi più legate al denaro e ai beni” e i nostri anziani spesso lasciati e abbandonati nelle cliniche per lungodegenti, sopportati e allontanati.
Non è assolutamente un testo triste, è anzi un bel viaggio in un tempo e in luoghi lontani ma hanno un unico comune denominatore; l’amore per la vita, l’amore come unico strumento di sopravvivenza, anche oltre la vita stessa, attraverso il ricordo.

Nella luce

In questo numero di Peter Pan le Stelle ci sono davvero, non sono solo di carta e hanno un nome: Silvio e Maila.
Sono i protagonisti di questi due piccoli libri scritti dal nonno e il papà di Silvio – “Nella luce – una testimonianza di fede a tre voci” di Mauro e Italo Zancan -, e dal papà e la mamma di Maila, – “La mia ira” – tutti guardiamo dall’alto in basso e tutti siamo soggetti al tempo. Il tempo…porterà le giuste meditazioni” di Ferruccio Alberto Ferrigno e Kelia Decandia – Davide Zedda Editore -entrambi ospiti, in passato, della Casa di Peter Pan.
Immaginate quale emozione sfogliare e leggere le pagine di vita vissuta di queste famiglie…!
Due famiglie con la stessa difficile esperienza da affrontare, ma in conclusione, con destini diversi. Destini diversi che però queste persone hanno sentito di dover esprimere, testimoniare, quasi gridare.
Si è sentito forte il bisogno di lasciare un segno di ciò che la vita può riservarci, del come si possa reagire e affrontare tale esperienza, sul come in alcuni giorni si riesca solo a sopravvivere ed in altri ci si possa esaltare per una briciola di speranza.
Il grido della sofferenza e il sussurro di uno stato di pace raggiunta per fede o per sano ottimismo.
Questi due piccoli testi, che peraltro hanno aiutato concretamente l’Associazione, poiché tutto il ricavato del venduto è stato devoluto a Peter Pan, ci danno l’occasione per valutare meglio ed interrogarci sul cosa vuol dire soffrire e dare un senso a quella sofferenza.
Viene da chiedersi, anzi no, leggendo i libri, viene da rispondersi: “tutto questo ha certamente un suo perché”.
Chi è solo “spettatore”, in questo caso “lettore”, non può far altro che arrendersi a questa risposta di fronte a tanta disperazione, fatica, smarrimento e senso di impotenza.
Ma sono gli autori stessi, che vivono la realtà e paradossalmente ci suggeriscono questo.
Il dolore che attraversa ogni sillaba, ogni lettera, ogni riga di questi racconti, è quasi tangibile, ma è altrettanto palpabile che la ragione può prevalere su quel senso di follia, che ti sfiora, quando rivolgi il pensiero ad una malattia irreversibile o ad una fine certa, di un proprio caro, di tuo figlio.
Nella nostra cultura non siamo educati ad affrontare la malattia come un qualcosa con cui forse è possibile convivere, ma come una cosa indubbiamente da combattere. E se questo inizialmente è giusto e sacrosanto, poichè ci deve dare il giusto slancio verso una battaglia che va senz’altro combattuta a favore della vita, forse arriva un momento in cui è anche necessario prendere coscienza che occorre cogliere ciò che ci è concesso raccogliere in questo tempo che ci è stato affidato. Da Dio? Dal destino? Potremmo dare mille risposte, concepire infinite supposizioni o rimanere completamente muti, di fronte ad una domanda così straordinariamente misteriosa e grandiosa…
I nostri amici sembrano suggerirci, sommessamente, quasi sotto voce ma con grande chiarezza che è opportuno fare ancor di più: è necessario, quasi doveroso, raccogliere il meglio anche nella peggiore delle circostanze. Scorrendo le pagine di questi libri, nonostante le diverse vicissitudini, mi sono resa conto che loro hanno saputo farlo.
Tutto diviene prezioso e unico. Tutto diviene insegnamento. Si relativizzano tante realtà che consideriamo imprescindibili, si sospendono rancori e polemiche sterili, si demoliscono illusioni.
Il nostro Tutto può divenire un Nulla in un attimo, ma quel tutto deve lasciarci un segno e deve essere semenza per la nostra anima, per quello che siamo e che dovremo diventare, per il nostro futuro e quello di chi circonda.

In queste pagine si coglie quello che all’apparenza può sembrare un concetto paradossale, ovvero il del “perdere per trovare”, del donare per avere. E questo mi fa ricordare una parabola ebraica che ho letto diversi anni fa e che mi sono trascritta perché l’ho subito trovata…illuminante:

“In una stanza silenziosa c’erano quattro candele accese. La prima si lamentava: “Io sono la pace. Ma gli uomini preferiscono la guerra: non mi resta che lasciarmi spegnere”. E così accadde. La seconda disse: “Io sono la fede. Ma gli uomini preferiscono le favole: non mi resta che lasciarmi spegnere”. E così accadde. La terza candela confessò: “Io sono l’amore. Ma gli uomini sono cattivi e incapaci di amare: non mi resta che lasciarmi spegnere”. All’improvviso nella stanza comparve un bambino che, piangendo disse: “Io ho paura del buio”. Allora la quarta candela disse: “Non piangere. Io resterò accesa e ti permetterò di riaccendere con la mia luce le altre candele: io sono la speranza”

Silvio, Maila e i loro cari attraverso queste preziose pagine ci ribadiscono proprio questo: “non permettiamo a nulla e a nessuno, neppure alla malattia o alla morte di spegnere quelle luci meravigliose che sono in ognuno di noi, anzi, alimentiamole con la speranza perché, in ogni momento della nostra vita ci aiuteranno a sopravvivere e a non avere paura nel buio della disperazione”

La mia ira

In questo numero di Peter Pan le Stelle ci sono davvero, non sono solo di carta e hanno un nome: Silvio e Maila.
Sono i protagonisti di questi due piccoli libri scritti dal nonno e il papà di Silvio – “Nella luce – una testimonianza di fede a tre voci” di Mauro e Italo Zancan -, e dal papà e la mamma di Maila, – “La mia ira” – tutti guardiamo dall’alto in basso e tutti siamo soggetti al tempo. Il tempo…porterà le giuste meditazioni” di Ferruccio Alberto Ferrigno e Kelia Decandia – Davide Zedda Editore -entrambi ospiti, in passato, della Casa di Peter Pan.
Immaginate quale emozione sfogliare e leggere le pagine di vita vissuta di queste famiglie…!
Due famiglie con la stessa difficile esperienza da affrontare, ma con conclusioni e destini diversi. Destini diversi che però queste persone hanno sentito di dover esprimere, testimoniare, quasi gridare.
Si è sentito forte il bisogno di lasciare un segno di ciò che la vita può riservarci, del come si possa reagire e affrontare tale esperienza, sul come in alcuni giorni si riesca solo a sopravvivere ed in altri ci si possa esaltare per una briciola di speranza.
Il grido della sofferenza e il sussurro di uno stato di pace raggiunta per fede o per sano ottimismo.
Questi due piccoli testi, che peraltro hanno aiutato concretamente l’Associazione, poiché tutto il ricavato del venduto è stato devoluto a Peter Pan, ci danno l’occasione per valutare meglio ed interrogarci sul cosa vuol dire soffrire e dare un senso a quella sofferenza.
Viene da chiedersi, anzi no, leggendo i libri, viene da rispondersi: “tutto questo ha certamente un suo perché”.
Chi è solo “spettatore”, in questo caso “lettore”, non può far altro che arrendersi a questa risposta di fronte a tanta disperazione, fatica, smarrimento e senso di impotenza.
Ma sono gli autori stessi, che vivono la realtà e paradossalmente ci suggeriscono questo.
Il dolore che attraversa ogni sillaba, ogni lettera, ogni riga di questi racconti, è quasi tangibile, ma è altrettanto palpabile che la ragione può prevalere su quel senso di follia, che ti sfiora, quando rivolgi il pensiero ad una malattia irreversibile o ad una fine certa, di un proprio caro, di tuo figlio.
Nella nostra cultura non siamo educati ad affrontare la malattia come un qualcosa con cui forse è possibile convivere, ma come una cosa indubbiamente da combattere. E se questo inizialmente è giusto e sacrosanto, poichè ci deve dare il giusto slancio verso una battaglia che va senz’altro combattuta a favore della vita, forse arriva un momento in cui è anche necessario prendere coscienza che occorre cogliere ciò che ci è concesso raccogliere in questo tempo che ci è stato affidato. Da Dio? Dal destino? Potremmo dare mille risposte, concepire infinite supposizioni o rimanere completamente muti, di fronte ad una domanda così straordinariamente misteriosa e grandiosa…
I nostri amici sembrano suggerirci, sommessamente, quasi sotto voce ma con grande chiarezza che è opportuno fare ancor di più: è necessario, quasi doveroso, raccogliere il meglio anche nella peggiore delle circostanze. Scorrendo le pagine di questi libri, nonostante le diverse vicissitudini, mi sono resa conto che loro hanno saputo farlo.
Tutto diviene prezioso e unico. Tutto diviene insegnamento. Si relativizzano tante realtà che consideriamo imprescindibili, si sospendono rancori e polemiche sterili, si demoliscono illusioni.
Il nostro Tutto può divenire un Nulla in un attimo, ma quel tutto deve lasciarci un segno e deve essere semenza per la nostra anima, per quello che siamo e che dovremo diventare, per il nostro futuro e quello di chi circonda.

In queste pagine si coglie quello che all’apparenza può sembrare un concetto paradossale, ovvero il del “perdere per trovare”, del donare per avere. E questo mi fa ricordare una parabola ebraica che ho letto diversi anni fa e che mi sono trascritta perché l’ho subito trovata…illuminante:

“In una stanza silenziosa c’erano quattro candele accese. La prima si lamentava: “Io sono la pace. Ma gli uomini preferiscono la guerra: non mi resta che lasciarmi spegnere”. E così accadde. La seconda disse: “Io sono la fede. Ma gli uomini preferiscono le favole: non mi resta che lasciarmi spegnere”. E così accadde. La terza candela confessò: “Io sono l’amore. Ma gli uomini sono cattivi e incapaci di amare: non mi resta che lasciarmi spegnere”. All’improvviso nella stanza comparve un bambino che, piangendo disse: “Io ho paura del buio”. Allora la quarta candela disse: “Non piangere. Io resterò accesa e ti permetterò di riaccendere con la mia luce le altre candele: io sono la speranza”

Silvio, Maila e i loro cari attraverso queste preziose pagine ci ribadiscono proprio questo: “non permettiamo a nulla e a nessuno, neppure alla malattia o alla morte di spegnere quelle luci meravigliose che sono in ognuno di noi, anzi, alimentiamole con la speranza perché, in ogni momento della nostra vita ci aiuteranno a sopravvivere e a non avere paura nel buio della disperazione

Mamma senza paracadute

Sento di essere davanti ad un bivio, è vero,
ma sui cartelli che dovrebbero indicarmi la direzione da prendere
non c’è scritto niente.

Tra le esperienze di vita più significative e rappresentative della nostra crescita, vi è senz’altro quella della maternità.
Una nuova prova che disorienta, sconvolge, emoziona, intimorisce.
Soprattutto in un’epoca come la nostra, in cui “mamme” si diventa sempre più tardi – per i più svariati motivi, più o meno giusti o giustificati – la presa di coscienza e la presa in carico di un altro essere umano su sé stessi, costituisce uno dei momenti più intensi e impegnativi della nostra esistenza. E’ il momento in cui occorre “mettersi da parte” per fare e dare spazio all’”altro”, ad “un al-tro”. E questo, senz’altro, impone di possedere o di acquisire, laddove ancora non la si abbia sviluppata, una buona dose di maturità. E’, quindi, il momento di crescere…

Mamma senza paracadute è un romanzo sulla maternità, la cronaca di un viaggio che comincia con l’annunciazione di una gravidanza inattesa, che passa attraverso il disorientamento di vivere in funzione di un altro essere e si conclude quando il processo di accettazione dell’identità materna è completato. Laura ha una vita piena di impegni quando scopre di essere incinta. Decide di sfruttare il periodo di attesa per mettersi in ascolto di quello che succede dentro e fuori di lei arrivando fino ad esprimere un pensiero, a mio avviso, rappresentativo di una grande e concreta evoluzione personale: “una vita che arriva è il miglior antidoto contro questa dilagante ubriacatura collettiva di virtualità insensata.” L’autrice propone una nuova figura di madre, quella per cui un figlio non è più un ostacolo alla libertà femminile, non rappresenta solo un arricchimento affettivo, un istinto di riproduzione, ma è una tappa della propria crescita mentale ed esistenziale.