Cordone ombelicale: donatelo, di sicuro non andrà sprecato.

L’ opzione «sociale» Le motivazioni di chi la sostiene. «Donatelo: di sicuro non andrà sprecato»
Si accampano ragioni etiche a favore del dono delle cellule staminali, ma oggi il 95 per cento delle cellule cordonali finisce nei rifiuti speciali ospedalieri Il trapianto da donatore di staminali da cordone è una realtà consolidata, che nel mondo ha permesso di curare oltre diecimila persone, la metà bambini

Angelica torna a casa. Dopo tanto tempo in ospedale può rivedere la sua cameretta, che probabilmente non riconoscerà, visto che i suoi ricordi sono tutti lì, nel reparto del «San Gerardo» di Monza. Angelica è nata 19 mesi fa con una rara malattia genetica, la mucopolisaccaridosi, che colpisce il metabolismo e difficilmente le avrebbe consentito di arrivare all’ adolescenza. La seconda volta, invece, è nata grazie al regalo di una mamma e un bambino sconosciuti, un cordone ombelicale reciso e un trapianto di cellule staminali. «Questa malattia danneggia a poco a poco il cervello, le ossa, il cuore – racconta Maria, la mamma di Angelica -. Oggi mia figlia ha iniziato a camminare e a parlare. Sarebbe diventata un vegetale, ora posso immaginarla a scuola. Ho un altro figlio che ha compiuto 18 anni il giorno prima dell’ intervento. E se fosse accaduto a lui? Quando era piccolo i trapianti per questa patologia non si facevano, non avrei avuto scelta. Abbiamo organizzato una festa doppia, acc o una candelina speciale per quella mamma senza nome». Come Diana, sono migliaia le madri italiane che ogni anno scelgono di conservare per sé, per i figli e i famigliari, le proprie cellule staminali pronte a venire utilizzate in caso di necessità per curare una serie di malattie che vanno dalla leucemia al diabete e la cui lista aumenta con lo sviluppo della ricerca medica in questo campo. «Sono però costrette a portarle all’ estero perché in Italia conservare per sé le proprie cellule staminali è vietato, a seguito dell’ ordinanza emanata nel 2002 dall’ allora ministro della Salute, Gerolamo Sirchia – dice il professor Stefano Grossi, ginecologo, uno tra i primi a importare oltre dieci anni fa in Europa dagli Stati Uniti questo servizio e questa tecnologia -. Negli ultimi cinque anni sono 30 mila le donne italiane che hanno affidato il proprio sangue cordonale a biobanche private con sedi in Svizzera, Belgio, Germania, Gran Bretagna e San Marino; nel 2009 sono state 18 mila e il loro numero è aumentato del 30 per cento rispetto al 2008». Una domanda di esportazione che sviluppa un giro d’ affari superiore ai 50 milioni di euro e che tende a crescere anno su anno, seguendo l’ aumento delle possibilità di cura che le cellule staminali potrebbero consentire. Le patologie trattabili che dieci anni fa si limitavano ad alcune forme di leucemia, anemia e linfomi sarebbero oggi diventate 86 e comprendono diversi malattie genetiche e metaboliche, tumori neuronali, traumi e paralisi cerebrali. A offrire questo servizio, che aggira il divieto normativo italiano, da taluni giudicato “ideologico”, sono una ventina di società, tra cui quella di cui è responsabile nel nostro Paese il professor Grossi, che in Italia ha come principale obiettivo dichiarato la diffusione tramite convegni e comunicazioni rivolti a medici, ginecologi, pediatri e ostetrici della cultura della conservazione autologa e famigliare delle cellule staminali del cordone ombelicale. «La legislazione nazionale è anacronistica anche sul piano economico – è l’ opinione di Grossi -. Basti pensare che la conservazione per 20 anni in una biobanca europea del proprio campione di cellule, costa alla donna all’ incirca 2 mila euro, una quota che comprende tutto, dal kit per il prelievo, al trasporto entro 48 ore al centro dove avviene il trattamento del sangue, fino alla conservazione. Mentre la conservazione in Italia di cellule staminali donate, in una delle banche statali messe in piedi dopo la legge Sirchia – continua Grossi -, costa ai cittadini 2 mila euro l’ anno, onere al quale si deve aggiungere il costo di realizzazione della struttura (stimato in un milione di euro) e la tariffa di 18 mila euro a carico dell’ ospedale al momento della richiesta delle cellule per un trapianto. Se poi si tiene conto che sul nostro territorio ci sono 17 strutture pubbliche totalmente operative (di cui solo tre sono accreditate a livello internazionale) mentre in tutto il mondo sono 120, appare evidente a tutti che tale sistema rappresenti un chiaro spreco di risorse». Ma perché nel nostro Paese è vietata la conservazione autologa e famigliare? «Non esiste una reale motivazione scientifica – sostiene il professor Grossi -. Il governo ne ha fatto una battaglia ideologica, accampando ragioni etiche a favore del dono delle cellule staminali, ma è un argomento secondo me difficilmente sostenibile dal momento che a oggi il 95 per cento delle cellule cordonali finisce quotidianamente nei rifiuti speciali ospedalieri e che mi risulta che il sistema pubblico riesce a conservare soltanto il 25 per cento dei 90 mila campioni che sarebbero necessari. Mentre con la crioconservazione privata, che risponde a una quota crescente di domanda, si potrebbe ampliare in modo significativo il numero dei campioni a disposizione della collettività giungendo a una forma di collaborazione con il sistema pubblico». Filosofia, questa perseguita dalla statunitense Cord:Use, banca leader nella conservazione pubblica del sangue cordonale, che da qualche mese consente ai genitori o di donare il sangue del cordone ombelicale dei loro neonati e inserirlo in un registro pubblico a disposizione dei pazienti che necessitano di un trapianto di sangue cordonale o, viste le innumerevoli applicazioni cliniche, di conservare privatamente il sangue cordonale del loro bambino. Questo darà ai genitori la possibilità di scegliere l’ nativa migliore. «Noi conserviamo 135 mila campioni in Europa e nel 2009 in Italia ne abbiamo raccolti ed esportati 3.600 – dice Grossi -. Siamo una struttura accreditata a livello europeo come banca di cellule e tessuti umani e rispondiamo agli elevati standard qualitativi giustamente imposti dalle Direttive europee vigenti e plaudiamo a questo genere di iniziative che garantiscono qualità e nuove opportunità. Insomma, mentre le nostre leggi impediscono ai cittadini di conservare liberamente, a proprie spese, le cellule staminali dei propri figli, le biobanche europee continuano, tramite le loro filiali e organizzazioni italiane, a esportarle verso i loro centri di raccolta certificati ed accreditati dai colleghi ministri comunitari della salute». «L’ attività principale della nostra società è il marketing sanitario, cioè l’ informazione al pubblico sull’ opportunità della conservazione autologa e la formazione rivolta agli operatori – spiega Giancarlo Di Giovanni, amministratore delegato di un’ altra azienda del settore -. Contattiamo le future mamme tramite internet, dove siamo attivi sia con il nostro sito che sui blog delle mamme e altri social network, le informiamo con un call center e le invitiamo agli incontri di informazione. Poi, ricevuto l’ incarico, organizziamo tutto quanto, a cominciare dalle pratiche autorizzative per l’ esportazione che sono defatiganti e durano circa due mesi, il prelievo del cordone e il trasporto alla nostra biobanca di Londra. Cosa che avviene anche al sabato e alla domenica, di giorno e di notte, un servizio che le biobanche pubbliche naturalmente non fanno. Ed è anche per questo che il loro tasso di conservazione è molto basso nonostante abbiano l’ esclusiva e tre quarti dei cordoni ombelicali disponibili finiscano nei rifiuti ospedalieri». La società di Di Giovanni è attiva dal 2008 e l’ anno scorso ha raccolto mille kit di cellule staminali, fatturando 2,4 milioni di euro e registrando una crescita del 20 per cento circa. «E lo sviluppo economico potrebbe essere maggiore se venisse superata la legislazione vigente che determina il basso livello di conservazione di queste cellule staminali di cui ogni giorno si constata la necessità per la cura di gravi malattie. Prova ne sia che mentre da noi tra banche pubbliche finanziate dallo Stato, ma secondo noi inefficienti, e banche private vietate si raggiunge a malapena un tasso di conservazione del 3-4 per cento, in Paesi quali Spagna, Portogallo e Grecia si raggiungono tassi che vanno dal 22 per cento al 37 per cento». «Una soluzione equilibrata secondo me è quella che era stata individuata dall’ allora ministro Livia Turco – riprende Stefano Grossi – e che prevedeva non soltanto la coesistenza, ma anche la cooperazione tra il settore pubblico e il settore privato, dove era il mercato ad aiutare il pubblico a raggiungere l’ autosufficienza lasciando i campioni conservati a disposizione della collettività, in caso di necessità. A questo scopo si era formulato un emendamento nel decreto mille proroghe del 2007, ma nel 2008 c’ è stata la sua cancellazione». Carlo Arcari RIPRODUZIONE RISERVATA Non si sa come si chiama né dove vive, ma forse in che cosa crede sì. La donatrice di Angelica è una delle migliaia di donne che al termine della gravidanza decidono di aggiungere un nodo a una rete mondiale che si va allargando sempre più. È una scelta solidale, certo, ma è anche una intelligente gestione delle opportunità. Il “miracolo” di Angelica e di altre centinaia di malati italiani (circa 600 dal 2000 a oggi) è fatto di grandi numeri e della condivisione dei dati in tempo reale da un capo all’ altro del mondo. «Più si allarga questa rete, che oggi sfiora il mezzo milione di unità disponibili, più saranno le probabilità di trovare un donatore compatibile per chi ne ha bisogno» osserva Paolo Rebulla, responsabile della Milano Cord Blood Bank, da cui proviene circa la metà della donazioni italiane trapiantate in Italia e all’ estero. Gran parte dei trapianti sono destinati a persone affette da leucemie, linfomi, mielomi, ma con le cellule staminale estratte dal sangue del cordone ombelicale si possono curare talassemie, aplasie midollari, malattie congenite del metabolismo e del sistema immunitario. «Quelle del cordone ombelicale sono cellule preziose – spiega Rebulla -. Rispetto a quelle tratte dal midollo osseo o dal sangue periferico sono particolarmente docili dal punto di vista immunologico, provengono da un organismo che nasce e creano meno problemi di rigetto. In secondo luogo, l’ unità di sangue compatibile è subito disponibile, non c’ è da rintracciare il donatore e sottoporlo a controlli. Terzo, è un sangue molto “pulito”, con meno rischi di contaminazione biologica, da virus ad esempio». Il trapianto allogenico, cioè da donatore, di staminali da cordone è una realtà consolidata, che nel mondo ha permesso di curare oltre diecimila persone, la metà bambini. Oramai sono centinaia i trapianti effettuati in Italia con il sangue placentare (di donazioni sia italiane sia compiute all’ estero), basta consultare i dati del Registro italiano donatori (Ibmdr) per contarne 114 solo nel 2009. E quasi altrettante sono state le unità di sangue cordonale distribuite dalla banche italiane sul territorio nazionale e all’ estero, in un perfetto equilibrio fra dare e avere. È possibile conservare per sé e per i propri cari, quando serve. «Si può conservare il sangue placentare di un neonato per uso dedicato, in caso di malattie del bambino o di rischio familiare per cui sia scientificamente fondata l’ utilità delle staminali» specifica Rebulla. Il decreto ministeriale che a fine 2009 ha regolato la materia indica oltre un’ ottantina di patologie per le quali, recita il dispositivo, «è consolidato l’ uso per il trapianto di cellule staminali ematopoietiche, con comprovata documentazione di efficacia». «Le altre opzioni, – prosegue Rebulla – ossia conservare il sangue cordonale per sé, in vista di un futuro e non meglio specificato utilizzo, non trovano al momento indicazioni supportate dalla comunità scientifica internazionale. Ci sono studi in corso, negli Stati Uniti, per vedere se l’ infusione autologa di staminali è utile contro la paralisi cerebrale e alcune forme di diabete, e stiamo aspettando i risultati. Nel caso delle leucemie e dei linfomi, ad esempio, gli esperti concordano nel dire che funziona molto meglio un trapianto da donatore non identico, per non parlare del rischio di utilizzare staminali con pre i della malattia che favorirebbero le ricadute». È da queste considerazioni di efficacia che provengono i limiti normativi imposti in Italia, dove solo le biobanche pubbliche possono conservare il sangue placentare e non è consentita la conservazione ad uso personale se non nei casi già citati, gli unici in cui si sa che serve a qualcosa. Chi desidera conservare per sé, può farlo a proprie spese rivolgendosi a una banca privata estera. La posizione del Ministero coincide con quella delle società scientifiche, della maggior parte delle associazioni di donatrici e di pazienti. Recentemente la Fiagop (Federazione italiana associazioni genitori oncoematologia pediatrica) è intervenuta duramente a margine di un dibattito televisivo sostenendo che «il destino del sangue cordonale raccolto alla nascita di un bimbo deve essere legato ad un’ informazione corretta e trasparente e non all’ interesse personale e mercantile» portando a supporto le posizioni, fra gli altri, del Centro Nazionale Trapianti, Gruppo Italiano Trapianti di Midollo Osseo, Associazione Italiana di Emato Oncologia Pediatrica, American Society for Blood and Marrow Transplantation, American Pediatrics Accademy, European Group for Blood and Marrow Transplant. «Non facciamo la guerra a nessuno, ma non incoraggiamo la conservazione di routine delle staminali, che si basa su promesse poco definite e sottrae risorse alle terapie efficaci oggi – commenta Rebulla -. La filosofia è semplice, il Ministero ha confermato l’ ordinanza del 2002: il sangue è sempre un bene pubblico di interesse primario e come tale va gestito». Anche per garantire una qualità adeguata: «I trapianti di staminali da sangue cordonale hanno imposto livelli di attendibilità altissimi e tutte le fasi richiedono competenza e controlli rigorosi secondo standard internazionali. Ecco perché – prosegue – c’ è una selezione severa dei campioni e, di quelli prelevati, solo un terzo viene congelato in attesa di un ricevente. Occorre prelevare una quantità adeguata di sangue per assicurarsi di avere un numero congruo di staminali, occorrono controlli ripetuti per verificare l’ assenza di infezioni, altrimenti la sacca non servirà a nessuno o sarà pericolosa. Solo le unità che soddisfano questi criteri vengono infine tipizzate, e inserite nella rete internazionale di donatori». Quanto costa questo sistema complesso? «L’ inserimento in banca di una unità costa circa 2 mila euro, soprattutto per le procedure di tipizzazione, necessarie al corretto identikit del campione prelevato – spiega Rebulla -. Questi costi vengono distribuiti al momento dell’ utilizzo, con un contributo spese fra ospedale fornitore e ospedale ricevente, per una spesa che comunque è molto inferiore a quella sostenuta, ad esempio, per i trapianti da midollo osseo». Il punto, allora, non è solo raccogliere donazioni, ma poi poterle trattare adeguatamente, in modo che abbiano una reale utilità terapeutica. Ma quanti cordoni occorrerebbero per soddisfare il fabbisogno? «Ogni banca distribuisce circa l’ uno per cento delle proprie risorse. Secondo alcuni studi, un Paese come l’ Italia dovrebbe raggiungere circa una donazione ogni mille abitanti, quindi dovremmo puntare a raddoppiare il numero delle donazioni attuali, arrivando almeno a 50-60 mila, il che corrisponde grosso modo all’ obiettivo su scala mondiale – risponde l’ esperto -. Si stanno sperimentando nuove tecniche per ottimizzare le risorse esistenti, espandere il numero di cellule, per trapiantare due donazioni in un solo ricevente, superando così il limite della quantità ridotta di sangue prelevabile dal cordone ombelicale, spesso poco utile ad adulti di peso normale. Al tempo stesso, c’ è ancora parecchio da fare per ampliare le possibilità di raccolta e garantire a tutte le donne che lo desiderano di poter effettuare la donazione, ma è evidente che non tutti i punti nascita possono garantire personale preparato 24 ore su 24». Perché tutte le donne che lo desiderano possano stringere un nodo in più alla grande rete che ha salvato Angelica. Donatella Barus RIPRODUZIONE RISERVATA.

Arcari Carlo

 


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