I bambini ci credono. Frecce intelligenti per sconfiggere i tumori

Antonella abita nella provincia di Roma. Ha nove anni, gioca, corre, va a scuola, ? allegra. Nell’ottobre 2002, quando arriv? al Bambino Ges?, era destinata a morire. Aveva un neuroblastoma, un tumore del sistema nervoso periferico.Prognosi infausta. Le avevano trapiantato il midollo, c’era stata una ricaduta. La sua famiglia s’? messa nelle mani dell’ospedale romano. Una terapia mirata, uscita da uno studio pilota del reparto di oncologia diretto dal professor Alberto Donfrancesco, ha scardinato la malattia. E ha aperto la strada alla guarigione di altri ragazzini. Marco mangia lo yogurt e saltella. Ha dieci anni, ha un cuore nuovo dal 2003. Pap? e mamma adesso riescono a dormire tranquilli. Sono passati cinque anni dal trapianto e non c’? più pericolo di rigetto. Grazie alla fotoferesi, una terapia messa a punto sui bambini proprio nell’ospedale del Gianicolo.Vittorie nella ricerca, fiori all’occhiello nella cittadella capitolina di medicina e chirurgia pediatrica. Che si trasforma di anno in anno, aggiunge padiglioni nuovi agli antichi, scava sotterranei nei quali ricercatori italiani e stranieri s’incaponiscono fino a quando non trovano la strada giusta. A Oncologia arriva l’ottanta per cento dei bambini malati nel Lazio. ?I tumori infantili sono in leggero aumento e non sappiano per quali motivi – quantifica Donfrancesco, romano, primario al Bambino Ges? da 20 anni – Oggi in Italia si registrano annualmente 140-150 nuovi casi per milione di soggetti tra zero e quindici anni. E per? ci rinfrancano i progressi. Nel ’68, quando mi sono laureato a La Sapienza, i bambini affetti da cancro non avevano speranza, oggi guariscono mediamente nel 70 per cento dei casi, sia che abbiano tumori solidi che leucemie. Si vince la malattia perché i protocolli terapeutici agiscono su più fronti – chirurgia, radioterapia, chemioterapia – e con adeguata tempistica. Ma si soffre anche di meno, grazie alle cure di supporto: antifettive, trasfusionali, infusionali, contro il dolore. E se si bombarda il cancro con la super-chemio (10-15 volte più forte dello standard) che ha effetti irreversibili sul midollo, si ha oggi a disposizione un "antidoto" costituito dalla reinfusione – dopo 48-72 ore – di cellule staminali autologhe che vanno a ripopolare il midollo stesso?. Ma nel caso del neuroblastoma metastatico il 70 per cento dei piccoli pazienti non guarisce dopo queste cure. ?Sono tumori solidi a piccole cellule rotonde, altamente aggressivi, con tendenza a dare metastasi?, spiega Donfrancesco. E allora? E allora, ecco l’innovazione, l’arma nuova da sfoderare dopo che le ?mazzate terapeutiche?, come le chiama il professore, non hanno avuto completo successo. ?Dobbiamo agire sul residuo microscopico della malattia, puntando su specifici obiettivi. Ovvero antigeni o recettori individuati sulla superficie delle cellule tumorali. Una volta trovato il bersaglio, possiamo usare una terapia mirata, un farmaco molecolare che, associato alla chemio, diventa risolutivo. E in questo caso la chemioterapia non ? più somministrata a dosi massicce in pochi giorni, ma a dosi basse e prolungate, tali da riuscire a tenere sotto controllo la patologia?. Cos? ha vinto Antonella: contro il suo recettore EGFR ? stato catapultato il Gefitinib, agente biologico. Poi la chemio. Una ?tripletta? efficace al punto che il suo caso esemplare ? stato pubblicato – a sancire l’importanza della scoperta – sul Journal of Pediatric Hematology Oncology. ?Una storia finita bene perché la famiglia si ? fidata di noi, non s’? lanciata nel viaggio della speranza – sottolinea Donfrancesco – Del resto, restiamo collegati con gli specialisti di tutto il mondo, siamo noi i primi a indicare dove si effettuano le cure più efficaci?. E Marco? Com’? la storia della nuova terapia che ha allontanato per lui lo spettro del rigetto? La racconta il professor Gian Franco Bottazzo, veneziano, immunologo, da dieci anni direttore scientifico del Bambino Ges?. La parola-chiave ? fotoferesi, ?una macchina – dice Bottazzo – dove il sangue del paziente passa attraverso raggi ultravioletti per poi venire reiniettato?. ?Nel 1998 – spiega – una ricerca Usa l’aveva usata sugli adulti come preventiva al rigetto acuto di un cuore nuovo. Decidemmo di provarla per il trattamento del rigetto cronico, quello che avviene dopo qualche tempo dal trapianto. La squadra di ricercatori diretta da Rita Carsetti cap? che le cellule passate agli ultravioletti vanno in apoptosi, un inizio di morte. Ma accert? che anche durante il giorno finiscono spontaneamente in apoptosi milioni di cellule. Entrano a questo punto in scena le cellule dendritiche, ovvero "spazzine": inglobano i batteri ma anche le cellule in apoptosi. ? concentrando la ricerca sulle "spazzine" che sono state scoperte le "T regolatorie", o Treg, sottospecie di linfociti che hanno bassa frequenza negli individui in situazione normale e la funzione di mantenere la tolleranza, ovvero la non-reattivit?, contro i costituenti normali dell’organismo?. A questo punto la svolta. ?La dottoressa Carsetti – racconta il professore – ha avuto l’intuizione di misurare i livelli delle Treg dopo che erano state reiniettate le cellule trattate con fotoferesi. Trovandoli notevolmente aumentati. Tali da tenere a bada i linfociti che riconoscono un organo trapiantato come estraneo e quindi producono reazione da rigetto. La fotoferesi pu? dunque sostituirsi ai farmaci immunosoppressori, efficaci ma disastrosi quanto ad effetti collaterali: indebolendo la funzione del sistema immunitario, impediscono al fisico di reagire s? contro l’organo trapiantato, ma anche contro le infezioni. Insomma, abbassano perniciosamente le difese dell’individuo?. Anche in questo caso l’importanza della scoperta italiana ? stata ?ratificata? nella rivista ?Transplantation?. Ed apre nuovi scenari pure per chi ? affetto da patologie autoimmuni e per gli allergici. ?? ormai assodato l’effetto contro il rigetto cronico dei trapiantati di cuore e polmoni – chiarisce Bottazzo – Da tre anni usiamo la fotoferesi come profilassi su chi deve avere un rene nuovo. Ce ne vogliono cinque per definire i risultati, ma pensiamo di essere sulla buona strada?.
L’ultima notazione ? sulle donazioni. ?Per noi sono fondamentali. Da Il Tempo ci ? venuto un aiuto. Siamo grati, soprattutto perché non ? stato indirizzato genericamente all’ospedale, ma al settore della ricerca, nel caso specifico quella della dottoressa Rossella Rota. I risultati ottenuti, in oncologia e in trapiantologia, indicano quali traguardi si possono tagliare?.


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