Iavarone, il super scienziato in esilio: «Gli altri tornano a casa L’Italia non attira i migliori»

Antonio Iavarone: «Il mio sogno sarebbe quello di proiettare l’Italia tra i primi Paesi al mondo nel settore della ricerca
dei big data, della medicina personalizzata e dell’oncologia. Un sogno, certo. Ma la vita mi ha insegnato che tutto è
possibile»
di Pier Luigi Vercesi
Quando il primo ministro britannico chiese a Michael Faraday perché si dovessero spendere tanti quattrini per mettere a
punto quella cosa chiamata «elettricità», lo scienziato rispose: «C’è una buona probabilità che un giorno lei la possa
tassare». Così il mondo anglosassone trovò un varco — pur prosaico — per convincere chi teneva i cordoni della borsa a
investire sul futuro. In Italia, quasi due secoli dopo, quella crepa pare non si riesca ancora a produrla. Ma non è solo
questo ad alimentare il fenomeno battezzato «fuga dei cervelli» che spinge il nostro Paese sempre più verso l’irrilevanza.
Il caso di Antonio Iavarone è emblematico. Una ventina d’anni fa, con la moglie Anna Lasorella, realizzò un laboratorio
all’interno del reparto di oncologia pediatrica del Policlinico Gemelli di Roma. Il lavoro cominciava a dare i suoi frutti
quando i due coniugi denunciarono il primario perché imponeva loro di aggiungere la firma di suo figlio alle loro
pubblicazioni scientifiche. Vennero processati per diffamazione e il giudice diede loro ragione. Ma il mondo accademico non mosse un dito, si limitò a pacche sulla spalla in privato. Dovettero così prendere la via «dell’esilio». Fu allora che
cominciarono ad avere successo. Nell’arco di un paio di lustri si affermarono come gli scienziati più influenti nel loro
settore a livello mondiale. La Columbia University e la ricerca «meritocratica» negli Stati Uniti spalancarono loro le
porte. Dalla finestra dello studio di Antonio Iavarone a New York oggi si scorgono palazzi che ospitano le start up nate per
sviluppare farmaci grazie anche alle ricerche fatte dai gruppi di lavoro coordinati dai due «esuli». Viene naturale
chiedere: il vostro è un caso isolato (per una volta a lieto fine) o è la normalità? «Di solito le persone migliori se ne
vanno e non tornano più — spiega Iavarone —. È giusto fare esperienze all’estero, ma quando un ricercatore dimostra il suo
talento, lo si deve riportare in patria. Così fanno quasi tutti i Paesi avanzati. L’Italia no. Da noi sono i migliori a
incontrare maggiori difficoltà: sanno di essere bravi e si aspettano di più. Per poter rientrare devono invece asservirsi
al potente di turno e dichiarare fedeltà a questo o a quell’altro. Ci saranno pure eccezioni, ma una cosa è certa: l’Italia non sa attrarre scienziati. Per poter competere non si devono solo ingaggiare gli italiani “fuggiti”; i migliori cervelli
vogliono lavorare con scienziati di uguale valore, in un ambiente internazionale, dove prevale la cultura scientifica e non chi gestisce i soldi».Pare di capire che l’Italia non stia nemmeno partecipando al campionato della ricerca scientifica. Eppure Iavarone era
stato chiamato, ai tempi del governo Monti, per contribuire alla rifondazione della ricerca in Italia. «Tante riunioni,
importanti conferenze, nessun seguito». Siamo quindi destinati al declino? «No. Singapore, ad esempio, fino a pochi anni fa

fuori dai radar della ricerca, in pochi anni ha realizzato uno Science Park che compete con gli Usa. Oggi in Italia si
parla tanto di Human Technopole. Spero possa invertire la rotta. Ma un progetto così importante finora non ha coinvolto la
comunità scientifica internazionale. È il solito errore per il timore di dover competere. Andrebbero poi fatti altri
ragionamenti: perché non pensare anche a un Human Technopole Sud? Se conoscessimo le caratteristiche genetiche delle
popolazioni meridionali potremmo comprendere meglio le predisposizioni a determinate malattie».Professore, lei nutre qualche risentimento verso il nostro Paese? «Al contrario. Il mio sogno sarebbe quello di proiettare
l’Italia tra i primi Paesi al mondo nel settore della ricerca dei big data, della medicina personalizzata e dell’oncologia.
Un sogno, certo. Ma la vita mi ha insegnato che tutto è possibile».
corriere.it 3.1.18


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