L’INTERVISTA: Il cancro si cura in tempo reale

Ogni giorno può essere quello giustoIl professor Pier Paolo Pandolfi ha vinto il premio Pezcoller, un
riconoscimento per la ricerca sul cancro. Ha trovato la cura per una grave forma di leucemia e ha individuato
i meccanismi genetici con cui agisce il ‘maligno’. Dice: “Bisogna riparare piuttosto che distruggere: spegnere
l’interruttore, devastare la cellula malata, lasciando intatta quella sana”
Pier Paolo Pandolfi Non si sente un cervello in fuga, ma un cittadino del mondo. Il professor Pier Paolo
Pandolfi si definisce un direttore d’orchestra e dice: “Faccio musica al meglio delle mie capacità, a
prescindere dalla nazionalità dell’orchestra che dirigo”. Nella sua vita ha lanciato la sfida al cancro e,
grazie alle sue ricerche, oggi la cura per questa malattia ormai epidemica è più vicina. Per questo, a ‘soli’
47 anni, ha vinto il premio Pezcoller 1, un riconoscimento che in passato, per alcuni scienziati, ha anticipato
il Nobel. Professor Pandolfi, la giuria del Pezcoller l’ha premiata per l’impegno nella ricerca di nuove
strategie anticancro. Si aspettava questo riconoscimento che per alcuni scienziati ha anticipato il premio Nobel?
“Sono onorato di averlo ricevuto, sia in quanto ricercatore sia in quanto italiano. Da 20 anni la fondazione
Pezcoller coordina a Trento un workshop di ricerca avanzata sul cancro che ha disseminato cultura scientifica.
Tutte le scoperte chiave dell’oncologia moderna sono passate di lì. Il premio è divenuto negli anni ambito
e prestigioso. Speriamo sia di buon auspicio, ma l’obiettivo del gruppo con cui lavoro è trovare la cura per
il cancro. Il Pezcoller sarà una spinta per arrivare a sconfiggere questa malattia epidemica in tempi brevi”.
I suoi studi hanno permesso di trovare la cura per la leucemia promielocita acuta e di identificare il
comportamento dei geni che causano il tumore. In quale direzione può andare adesso la ricerca? “La sfida è di
cercare di definire il network genetico del cancro. Quello che noi chiamiamo la ‘rete del maligno’. Questo
ci permetterà di creare classi di farmaci intelligenti che impareremo a usare, combinandoli tra di loro.
Sappiamo che i tumori condividono dei nodi cruciali che utilizzano per sopravvivere e proliferare. Stiamo
arrivando a definire il numero preciso di questi punti nevralgici, quando saranno dieci o venti allora
l’obiettivo sarà capire quale interruttore spegnere, in quale tipo di tumore e in maniera individualizzata.
Attenzione, non ci vorranno 500 mila molecole per altrettanti tumori. Alla fine avremo una batteria di farmaci,
20 o 30, da combinare a seconda di quello che dice il dna del paziente e del tumore. E questo non è un aspetto
fantascientifico ma una dimensione concreta dell’oncologia moderna”. Non si rischia di avere farmaci
eccessivamente cari, sia in termini economici sia di lavoro? “È chiaro che la ricerca del farmaco mirato
continuerà ad essere costosa. Ma è una spesa che si ammortizza, perché queste nuove terapie tengono in vita
le persone. Un chemioterapico, per esempio, costa moltissimo ma, se il malato muore, avrà avuto un utilizzo
limitato al periodo della cura. Se invece si ricorre a una terapia personalizzata dopo la diagnosi, si salva
il paziente e quel prodotto si usa per trent’anni. Per cui lo sforzo delle case farmaceutiche verrà
ricompensato”. Si può ancora parlare di ‘guerra’ al tumore? “La guerra la fai quando sei primitivo nel
risolvere il problema. Perché devi sopprimere, uccidere, confrontarti in maniera brutale. Questo è tipico
di chi non capisce un meccanismo che è alla base di un processo, sia esso sociologico o medico. Se entri
nella logica del terrorista o dell’avversario, invece, puoi usare mezzi più intelligenti e raffinati per
risolvere il problema: per esempio puoi prevenire un suo attacco. Lo stesso discorso vale per il cancro.
Se capisci il meccanismo con cui agisce, lo puoi combattere. La sfida oggi è riparare la cellula tumorale
invece di bombardare indiscriminatamente tutto il corpo, col rischio di avere effetti collaterali importanti
anche per altri organi che non sono coinvolti dalla malattia. Il farmaco mirato fa questo: aggiusta il difetto
che il cancro usa per crescere, spegne l’interruttore e devasta la cellula malata, lasciando intatta quella sana”.
Questo significa colpire il cancro nei meccanismi genetici che lo generano? “Significa riparare e usare il
difetto genetico a proprio vantaggio. Per questo si parla di diplomazia, cioè si cerca di “correggere”
il comportamento dell’avversario, invece di farlo fuori. C’è una trattativa che pr e il posto delle armi”.
Converrà ai governi adottare questa strategia? “Il costo del sequenziamento del genoma umano e di quello
del cancro sta scendendo, mentre il prezzo della terapia fatta a vanvera sale. Entro pochi anni, ognuno
di noi, con mille euro potrà chiedere la sequenza del proprio Dna. Per questo ai governi converrà sempre
più usare questi farmaci mirati con la certezza che funzionino, piuttosto che usare chemioterapia e radioterapia
a prezzi altissimi. Ma non bisogna trascurare il ruolo della prevenzione, che però in Italia si fa con
scarso impegno. Prevenzione a tappeto, diagnosi precoce, sequenza del Dna e terapia mirata, è una strategia
che riduce i costi e gli sprechi”. I nuovi farmaci manderanno le vecchie terapie in pensione? “La chemio e
la radio in qualche fase della terapia, per qualche anno, ancora si useranno. Soprattutto quando il tumore
viene diagnosticato in una fase molto tardiva. Se la massa tumorale è grande devi ridurla, lo puoi fare
col farmaco intelligente ma la chirurgia resta attuale, perché se si ha una mela dentro la pancia bisogna
toglierla, o irradiandola o tagliandola chirurgicamente. La speranza è di riuscire, grazie proprio
alla prevenzione, a non più intervenire su tumori in fase molto avanzata, perché se il tumore è piccolo il
farmaco mirato può anche bastare da solo. Ma se il tumore è grande elimini la possibilità di recidiva, ma devi
comunque rimuovere il problema chirurgicamente”. La scienza oggi ci dice che non esiste un malato di tumore
uguale a un altro: può esistere una terapia che sia valida per tutti? “La prevenzione sarà valida per tutti,
la terapia sarà personalizzata. Ciò non significa che abbiamo un farmaco per malato ma bensì avremo
una serie di farmaci da combinare in maniera intelligente e personalizzata. Proprio come è successo
nelle malattie cardiovascolari: una volta individuati ‘i nodi’ sono stati sviluppati farmaci ad hoc,
in grado quindi di abbassare la pressione, il colesterolo, o altro”. Esistono dei tumori per cui la cura
è più vicina? “Ci sono dei tumori che tradizionalmente consideriamo molto gravi, altri che abbiamo imparato
a contenere, prevenire e curare. Per quelli del sangue, per esempio, come linfomi, leucemie o la leucemia
promilocita acuta, abbiamo già una soluzione. Siamo invece più avanti nella cura di mammella, prostata
e polmone. Ma l’avanzamento però è progressivo e rapido anche per tumori estremamente aggressivi come il
tumore al cervello o al pancreas, perché hanno in parte gli stessi meccanismi molecolari degli altri.
Giorno dopo giorno, stiamo comprendendo i meccanismi genetici che sono sottesi alla patologia tumorale in genere,
 e questo ci permette di usare i farmaci mirati anche in queste forme tumorali estremamente aggressive.
Abbiamo iniziato dai tumori più accessibili e, per questo, ci abbiamo lavorato più a lungo. Prendere del
sangue da un paziente è molto più facile che effettuare una biopsia epatica. Ma grazie al sequenziamento
del genoma che si può fare in ogni tumore è più facile studiare e capire anche patologie più gravi”. E i tempiù
“Sono ottimista sulla cura e sui tempi. Se un paziente mi chiedesse: “Ne vale la pena di lottare?”.
Gli direi che deve combattere, perché ogni giorno c’è un farmaco diverso che viene messo sul mercato o
entra in fase di sperimentazione clinica. Stiamo parlando di centinaia di nuove molecole che stiamo cercando
di sperimentare più velocemente possibile, di qui l’idea di un ospedale dei topi 2. I farmaci ci sono ma non
riusciamo ad applicarli a tappeto. E’ sbagliato dire che la cura arriverà in uno o due anni, perché è in tempo
reale, ogni giorno può essere quello giusto. Se io fossi un paziente a cui viene fatta una diagnosi oggi,
lotterei, mi sottoporrei alla chemioterapia perché sono convinto che si guadagna tempo e questo tempo guadagnato
potrebbe essere decisivo”. Se potesse tornare in Italia per fare ricerca lo farebbe?
“In Italia torno spessissimo, ho interazioni quasi quotidiane con collaboratori e pazienti. Magari un
giorno ci tornerò anche a vivere. Non mi sento un cervello in fuga ma un cittadino del mondo. Sto qui,
ad Harvard, in una struttura ospedaliera che mi permette di agire ai massimi livelli e sto cercando la
cura per il tumore non solo per gli italiani o per gli americani, ma per tutti. Sono come un direttore
di orchestra: faccio musica al meglio delle mie capacità, a prescindere dalla nazionalità dell’orchestra
che dirigo”. (di ADELE SARNO)


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