La musica della vita

Capita a tutti, penso. A volte mi sento triste d’una tristezza talmente buia, da avere l’impressione che la vita abbia perso i colori… Stanca d’una stanchezza talmente spossante da provare solo il desiderio di rannicchiarmi nella mia improbabile tana, come un animale ferito che deve entrare in letargo per recuperare le forze, ma forse anche i sogni… Sì, perché io non ce la faccio proprio a camminare senza un sogno che mi trascini… Ma esiste un provvidenziale, bellissimo, inaspettato filo d’oro che improvvisamente si rivela ai miei occhi, mentre li sto per chiudere, tentando di abbandonarmi al sonno… E avverto, nel profondo del cuore – misteriosamente, irrevocabilmente – di doverlo seguire… Non sono mai rimasta delusa. Mi ha regalato l’incanto di un oltre, che mi ha stupito di magnifico stupore, e il riso argentino, fresco, libero, dei bambini, lucente della luce delle stelle… La tristezza e la stanchezza svaniscono, come nebbia al sole, e vedo di nuovo i colori – intensi, fulgidi, vibranti – e sento di nuovo la musica della vita…

Ero per l’appunto in uno dei momenti di cui sopra, forse  il più buio della mia intera vita – talmente nero da farsi beffe del carbone, del catrame, del caffè eccetera eccetera – quando Liana*, mia carissima amica d’elezione, ha telefonato per invitarmi a un concerto. Nonostante ami la musica, visto come mi sentivo, la sua proposta mi sembrò un’eccentrica amenità ma per fortuna, non avendo sufficiente energia per iniziare una discussione che sarebbe inevitabilmente sorta, dato il temperamento ardente della mia amica, che poi è anche il mio, non l’ho interrotta e lei, come un fiume in piena che non può arrestarsi, mi ha spiegato che il concerto in questione era del tutto speciale, non solo perché Romayne Wheeler è un artista sublime, ma perché serviva a finanziare una giusta causa. Infatti il musicista in questione ha fatto la scelta inconsueta di stabilirsi tra il popolo indigeno Tarahumara nella omonima Sierra nel nord del Messico, Stato di Chihuahua, e scende da quegli incredibili altopiani dal panorama mozzafiato solo una volta all’anno per eseguire concerti il cui ricavato è destinato alla Comunità in cui vive, ma soprattutto alla Clinica Santa Teresina e all’ambulatorio da lui creato per salvare la vita di tanti bambini che muoiono in percentuale altissima, prima di avere compiuto cinque anni, per malattie intestinali, parassitarie, polmonari… All’anima dell’eccentrica amenità! Meno male che la stanchezza mi aveva impedito di dire un no a priori, senza neppure sapere di cosa esattamente si trattasse… Quanti stupidi no avevo detto nella mia vita? Quante occasioni avevo perduto? E chi era questo popolo, com’era questo luogo per indurre a una scelta tanto radicale? Come si arriva a una scelta tanto radicale? Anch’io, dopotutto, avevo sempre favoleggiato di andare a scrivere in chissà quale fantasmagorico posto… Infinite domande correvano nella mia mente e nel mio cuore… Non ero più rannicchiata nella mia improbabile tana, il sogno rinasceva e sapevo che avrei seguito il filo d’oro che improvvisamente si era rivelato ai miei occhi…

Il concerto nella chiesa di Santa Maria in Campitelli mi ha emozionato, molto. Mentre Romayne suonava straordinariamente la sua straordinaria musica, su un grande schermo correvano le immagini di uomini e donne e bambini dai vestiti sgargianti – rossi, gialli, turchesi –  che suonano e ballano e ti guardano con occhi scuri, profondi, con uno sguardo limpido, puro, trasparente… E sorridono sorrisi chiarissimi, talmente chiari da illuminare lo spazio della sala in penombra di intensissima luce… Le pareti sembravano dissolversi… E canti di uccelli e il suono struggente dei violini pervadevano lo spazio… E farfalle bianchissime volavano tutt’intorno… Insieme a bianche colombe… E luccichii e bagliori guizzavano nell’azzurro di cieli infiniti, nell’arancione di tramonti struggenti…

La mattina successiva ero già a intervistarlo. I suoi occhi azzurri avevano la stessa profondità di quelli degli uomini, delle donne, dei bambini che avevo visto sul grande schermo…  La stessa limpidezza… Il suo sorriso era chiaro dello stesso chiarore… Da dove venivano? Sarei riuscita a penetrarne il mistero?

E’ stato difficile farlo parlare di sé, tornava sempre, inevitabilmente, a raccontarmi di loro, dei Tarahumara… Dunque, cerco di rammentare quel poco che sono riuscita a strappargli. La sua mamma era insegnante di piano per bambini, il suo papà lavorava alla FAO in progetti che li portavano lontani dalla California, facendoli traslocare di continuo: Panama, Guatemala, Costarica, Santo Domingo, Caraibi, Amazzonia, dove una barca, in cui era collocato un piccolo piano, diventava la poetica aula delle lezioni di sua madre… Suo padre era compositore per hobby. Romayne, suo fratello e sua sorella crebbero quindi in una casa piena di entusiasmante creatività che deve avere avuto un’influenza importante visto che il fratello è scrittore, la sorella pittrice e lui musicista. A quattro anni gli furono insegnate le prime note e, se suonava bene, veniva premiato. Tuttavia il vero colpo di fulmine nei confronti della musica scocca a nove anni, quando sente Segovia suonare. E’ irreversibile. Studia a Salisburgo e a Vienna per dodici anni. Si laurea come compositore presso la “Wiener Musikhochschule” e come concertista di piano presso il “Wiener Musiik Konservatorium”. Dal 1968 tiene concerti in giro per il mondo. E’ profondamente affascinato dall’intima relazione che esiste tra il mondo naturale e quello spirituale. Inizia la sua appassionata ricerca che lo porta a vivere un’intensa esperienza con il popolo degli Hopi, indigeni del Gran Canyon, in Arizona, in particolare sulle loro danze kachinas. Un giorno si ritrova del tutto inaspettatamente in un caffè di Albuquerque, in New Mexico. Sul tavolo a cui è seduto si trova un numero della rivista National Geographic. La sfoglia e rimane colpito da un articolo sul popolo dei Tarahumara. Come era successo durante il concerto di Segovia, viene folgorato all’istante, irreversibilmente. Decide di partire per quelle incredibili terre. Era rimasto colpito dalla profondità degli occhi di quel popolo, dal chiarore del suo sorriso? Proprio come era successo a me durante il concerto la sera prima? Quando arriva a destinazione, Romayne prova la sensazione stupefacente di essere tornato all’origine della creazione. Conosce il Padre gesuita Luis Verplancken che lo introduce con delicatezza e maestria in quel mondo incontaminato. Si sforza di imparare la lingua del luogo e questo commuove i Tarahumara che lo considerano “Buena gente”, “Un chabochi con el corazon de indio” (chabochi è un termine dispregiativo per indicare l’uomo bianco), così Romayne viene gradualmente adottato da alcune famiglie che gli donano il privilegio di vivere pienamente la loro quotidianità. Dal 1980 al 1992 sta nella Sierra solo per un paio di mesi l’anno. Ha un grande desiderio di trasferirsi definitivamente, ma rimanda sempre: “Prima devo fare questo!” “Dopo avere concluso questo progetto, andrò!” eccetera eccetera. Sino a quando suo cognato, che aveva dieci anni meno di lui, lo accompagnava con il suo aeroplano sulla Sierra e lo tornava a riprendere dopo due mesi, scopre di avere un tumore. Muore in pochi giorni. Questo evento drammatico cambia tutti i suoi parametri. Decide di non rimandare più.

Da allora Romayne vive permanentemente tra i Raramuri (così i Tarahumara chiamano se stessi. Significa “Corridori” o “piedi leggeri” per la loro abilità nel percorrere con leggerezza grandi distanze). Spiega la sua scelta con queste parole: “Lo scopo della mia ricerca è di scoprire di nuovo la naturalezza dell’uomo, di ritoccare il panorama della mia vita con nuovi colori. Voglio diserbare il campo della mia vita. Ogni sciarada dovrebbe essere strappata fino alle radici. La mia vita è troppo preziosa e breve per dover combattere contro l’ipocrisia. Altrimenti l’arte del vivere corre il pericolo di diventare troppo elaborata e quindi di avvilirsi e di sprofondare insensatamente nel pantano della banalità. Quando vivo con i Raramuri, imparo ad apprezzare sempre più la loro semplicità e sensibilità…” Di questo popolo che suona e danza con gioia e fiducia, per pregare, per chiedere benedizioni, per rendere grazie a Onourame, Dio creatore, che è Padre e Madre, e è in ogni soffio di vento, in ogni raggio di sole… Che crede che ogni vita sia un canto e che ogni essere umano debba cercare il suo particolare tema nella musica del creato… Che rispetta ogni pianta, ogni pietra, ogni valle, ogni fiume, ogni deserto, ogni montagna, ogni fiore, perché fanno parte del sacro tempo che ci è donato … Che non ha prigioni, perché non ha criminali, serrature, perché non ha ladri… Che, per chiedere aiuto, dice: “Korima remeke” ossia “Ringraziami perché ti sto dando l’opportunità di essere generoso”… Che ama sentire la terra sotto i piedi e avere per tetto il cielo e ascoltare il silenzio, perché è nel silenzio che Onourame parla… Che cerca di conseguire dei beni solo per poterli trasmettere… Che rimane stupito, quando i missionari tentano di spiegare come vivevano i primi cristiani, perché, tra i Raramuri, quella è la normalità… Che ha bambini che appartengono a tutti e sono a casa in tutte le loro case… Che non ha bisogno di dire a qualcuno che gli vuole bene perché la sua presenza lo esprime già…

Mi commuovo. Eppure sorrido, rido… Oh, sì, ho fatto bene a seguire il bellissimo filo d’oro che improvvisamente si era rivelato ai miei occhi… Anche Romayne si commuove e sorride e ride, mentre gli racconto di Peter Pan, del decennale, della grande tavola attorno a cui ci ritroviamo la sera – mangiando spaghetti e cous cous, in una mescolanza di lingue e cadenze che crea una bellissima musica, d’amore, di speranza, di pace – e dei nostri bambini che sono i bambini di tutti e dell’aiuto che cerchiamo di darci, come possiamo… Mi dice in un sussurro: “Se volete, il prossimo anno suonerò un concerto per i bambini di Peter Pan e per i bambini Raramuri…” Che splendida idea! Magari nella Cappella di Santa Teresina che si trova davanti alla Casa di Peter Pan e ha lo stesso nome della clinica della Sierra…

*vedi intervista, Peter Pan, Dicembre 2005

 

Il popolo Tarahumara

Nativi del Messico del Nord, i Tarahumara mantengono quasi intatta ancora oggi la loro cultura originaria. Parlano la lingua degli Atzechi. Chiamano se stessi “Raramuri” ossia “Corridori” o “Piedi leggeri” per la loro abilità nel percorrere con leggerezza grandi distanze. Durante l’inverno vivono in caverne e in estate si spostano in piccole case di legno o pietra. La loro sussistenza si basa sull’agricoltura e sull’allevamento.
Realizzano anche oggetti artigianali in tessitura, in legno, in ceramica, in foglie di palma intrecciate e violini, probabilmente introdotti dai missionari. La loro religione è un miscuglio sincretico tra religione cristiana e animismo precolombiano.
A causa dell’industrializzazione, delle imprese turistiche, delle compagnie minerarie e dei narcotrafficanti che cercano di sfruttare il territorio a puro scopo di lucro, i Tarahumara (che si stimano tra i 50.000 e i 70.000) sono stati costretti a ritirarsi nelle zone più impervie e non possono più cacciare e coltivare come un tempo. La conseguenza è un’alimentazione poco equilibrata, a cui si aggiunge la scarsità d’acqua e la forzata mancanza delle elementari norme igieniche. Questi fattori portano a un elevato indice di mortalità.