L’interpretazione di un vetrino può capovolgere il destino

MILANO – Quanto incide il secondo parere sull’esito finale in termini di diagnosi o di trattamento? Nella maggior parte degli studi più recenti in cui vetrini ottenuti dalle cellule o dai tessuti prelevati da un malato di cancro sono stati fatti controllare da un secondo esperto, il margine di errore emerso non sembra a prima vista clamoroso: in media, solo in poco più dell’1 per cento dei casi la diversa interpretazione del reperto capovolge il destino del paziente o il tipo di cure a cui deve essere sottoposto. «Anche se la percentuale in sé sembra bassa, sui grandi numeri rispecchia una moltitudine di casi trattati in maniera inappropriata, con enormi costi umani ed economici» commenta Jonathan Epstein, del Johns Hopkins Hospital di Baltimora. «Le cose cambiano poi a seconda dell’organo coinvolto: in un nostro studio su oltre 6 mila campioni, la seconda lettura da parte di un altro esperto ha cambiato la diagnosi nel 9,5 per cento dei campioni provenienti dalla pleura o dal peritoneo, per i cosiddetti mesoteliomi, e nel 5 per cento dei tumori dell’apparato genitale femminile». Un altro studio dello stesso ospedale ha dimostrato come la diagnosi può cambiare nel 7 per cento dei tumori della testa e del collo: in un quarto dei casi di errore si era falsamente rassicurato il paziente, mentre nel 15 per cento dei casi si era etichettata come maligna una lesione benigna. Tra i tumori della testa e del collo, quelli della tiroide in particolare traggono facilmente in inganno il patologo. Uno studio americano appena pubblicato su Surgery ha dimostrato su più di 300 vetrini che in un terzo dei casi la diagnosi iniziale è stata contraddetta in un centro specializzato: con un secondo parere l’intervento si sarebbe potuto evitare in un caso su quattro dei pazienti a cui la ghiandola è stata asportata per sicurezza, perché la biopsia era dubbia.

NON SI SBAGLIA SOLO IN LABORATORIO – E non si sbaglia solo in laboratorio. Anche il verdetto della mammografia non è inappellabile. Uno studio pubblicato su Cancer nel 2006 ha mostrato che la valutazione di un tumore al seno da parte di un team specializzato può modificare in più della meta dei casi il trattamento previsto in un primo tempo. E anche accertata la diagnosi, pure le cure sono da discutere: in una casistica raccolta al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, tra due diversi specialisti l’indicazione per la mastectomia totale o la chirurgia conservativa cambiava nel 12% dei casi. «Su 466 pazienti oncologici che hanno chiesto al Centro Erasmus di Rotterdam un secondo parere sull’intervento cui sottoporsi — dice Theo Wiggers, che ha coordinato uno studio pubblicato sull’European Journal of Surgical Oncology — un disaccordo sull’opportunità o il tipo di intervento da eseguire si è registrato in un terzo dei casi e nella metà di questi il secondo parere ha cambiato la prognosi o la terapia». Anche se ci sono linee guida condivise dalla comunità scientifica, un secondo parere serve sempre, secondo gli esperti del Gruppo di ricerca in economia sanitaria di Lione. «Perché non si tratta solo di trovare la cura più efficace in assoluto, — commenta Sandro Spinsanti, che ha insegnato etica medica nella facoltà di medicina dell’Università Cattolica di Roma — ma anche quella che risponda meglio alla scala di valori del singolo individuo».

Roberta Villa


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