Migliora la sopravvivenza dei malati con un tumore del sangue

Sempre più successi nei trapianti di midollo osseo e cellule staminali.
Merito di vari fattori che limitano le complicanze Sempre più successi nei trapianti di midollo osseo e cellule staminali

 
MILANO – Diminuiscono i rischi legati ai complessi trapianti di midollo osseo e cellule staminali, trattamenti importantissimi per i malati con un tumore del sangue. Grazie ai passi avanti compiuti nella ricerca e nelle terapie associate a questa difficile procedura nell’ultimo decennio, infatti, è notevolmente migliorata la sopravvivenza a lungo termine dei pazienti trapiantati. A dare una stima dei progressi è uno studio appena pubblicato sul New England Journal of Medicine dai ricercatori del Fred Hutchinson Cancer Research Center. «I trapianti sono indicati soprattutto per ottenere la guarigione in malati con leucemia, mielodisplasia, linfoma e mieloma – chiarisce Paolo Corradini, direttore della Struttura di ematologia all’Istituto tumori di Milano -. Mirano a eradicare completamente la malattia e limitare i rischi significa r ere disponibile questa opportunità a un numero maggiore di persone».

LO STUDIO – I ricercatori americani hanno paragonato i risultati ottenuti dai trapianti di cellule staminali o di midollo osseo da donatori non appartenenti alla famiglia in 1.418 pazienti con diversi tumori del sangue (leucemia, sindrome mielodisplastica, linfoma, mieloma multiplo) sottoposti al trattamento negli anni 1993-1997 con gli esiti della procedura in altrettanti malati curati fra il 2003 e il 2007. Dal confronto è emersa una riduzione del 60 per cento del pericolo di decesso entro 200 giorni dal trapianto e una diminuzione significativa delle complicanze, dalle infezioni causate da virus, batteri e funghi ai danni che possono derivare a polmoni, reni e fegato. E questo nonostante i pazienti sottoposti a trapianto in tempi più recenti fossero in media più anziani e con patologie giunte a uno stadio più grave. «È un’ottima notizia, perché qualsiasi aspetto o parametro abbiamo preso in considerazione risulta migliorato», commenta George McDonald, medico del Fred Hutchinson fra gli autori dello studio.

SITUAZIONE ITALIANA – «I dati emersi dalla ricerca americana sono confermati anche per l’Italia – dice Alberto Bosi, direttore dell’unità di Ematologia dell’Azi a Ospedaliera Universitaria Careggi di Firenze e presidente del Gruppo Italiano per il Trapianto di Midollo Osseo (Gitmo) -. Per esempio, relativamente alla leucemia mieloide acuta (che è la patologia per la quale si fanno più trapianti) abbiamo osservato una riduzione della mortalità trapiantologica che è scesa complessivamente dal 29 per cento negli anni 1999-2003 al 22 degli anni 2004-2008. Addirittura nei pazienti in fase precoce di malattia e più giovani di età (compresa tra 18 e 30 anni) la mortalità è calata dal 13 al 7 per cento». Ogni anno nel nostro Paese si effettuano circa 1.500 trapianti di midollo osseo e cellule staminali e la stragrande maggioranza (80 per cento circa) viene fatto per una patologia oncologica. I successi nella risposta, prosegue Bosi, «si basano su diversi fattori che vanno considerati nel loro insieme: la fase di malattia nella quale si effettua il trapianto, i fattori biologici recentemente identificati, l’età del paziente (migliori i risultati nei più giovani) e sul numero delle cellule staminali infuse, specialmente nei trapianti da sangue cordonale».

COMPLICANZE – A r ere particolarmente complessa la procedura di trapianto, soprattutto nelle persone anziane che spesso soffrono di altre patologie oltre al tumore, intervengono diversi ostacoli. «Tra i più temibili ci sono le infezioni dovute all’immunosoppressione e alla leuc ia – spiega Corradini – e c’è una complicanza immunologica che si chiama “graft versus host disease” (malattia del trapianto contro l’ospite), in pratica un’aggressione verso l’organismo del malato da parte del nuovo sistema immunitario che gli viene trapiantato». Ed è proprio riducendo questi rischi che si sono ottenuti molti progressi negli ultimi anni. Secondo gli autori dello studio statunitense, i motivi che spiegano i miglioramenti registrati dal loro lavoro, sono svariati: un più attento dosaggio della potente chemioterapia effettuata insieme al trapianto (evitando sia gli eccessi che le dosi insufficienti); l’uso di farmaci che prevengono i problemi al fegato o le infezioni, che peraltro – grazie a nuovi strumenti – vengono diagnosticate prima; più in generale, l’impiego di medicinali “di sostegno” al trapianto più efficaci e meno tossici. Anche secondo Corradini «molto è dovuto al migliore controllo delle infezioni per merito di nuovi antibiotici. Il resto – aggiunge – è merito del cambio dei regimi di condizionamento», ovvero quella fase di chemio-radioterapia che viene fatta prima del trapianto per uccidere le cellule tumorali residue e far attecchire le nuove staminali ematopoietiche. «Inoltre – conclude Bosi – è molto importante la migliore tipizzazione genetica nei trapianti da donatore volontario e il numero delle cellule staminali infuse nei trapianti da cellule staminali di cordone ombelicale. E ancora, gioca per noi un ruolo chiave l’identificazione dei fattori prognostici biologici, grazie alla quale oggi vengono inviati alla procedura di trapianto solo i pazienti che possono trarne maggiore giovamento».

 

Vera Martinella
25 novembre 2010


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