Quanti bambini si ammalano di cancro in Italia ogni anno e quanti guariscono?

Risponde Andrea Pession Direttore dell’unità di Pediatria del Policlinico S. Orsola Malpighi di Bologna
I tumori maligni in età pediatrica (0-14 anni) sono un evento raro, ma che ha un grande impatto sui pazienti e le loro famiglie. E che rappresenta un importante problema sociosanitario perché, nonostante circa il 70 per cento dei bambini colpiti da tumore allo stato attuale delle conoscenze vada incontro a guarigione, le neoplasie rappresentano ancora la prima causa di morte per malattia tra 1 e 14 anni nei Paesi industrializzati, secondi solo alle cause traumatiche. I dati dei registri tumori europei riportano che ogni anno in Europa si ammalano di tumore circa 140 bambini (di età 0-14 anni) su un milione, con qualche variabilità di incidenza tra i vari Paesi e tra Europa dell’Est e dell’Ovest. Un’incidenza che è andata aumentando negli ultimi anni con un incremento annuo variabile dallo 0,8 al 2,1 per cento a seconda dei tipi tumorali, età e sesso dei pazienti e nazione di residenza.
Le categorie diagnostiche responsabili di questo aumento sono risultate essere l’insieme dei tumori del sistema emo-linfopoietico e i tumori solidi, con l’eccezione dei tumori dell’osso, retinoblastoma e dei tumori epatici. Relativamente all’età, l’aumento più importante si è osservato nei bambini di età inferiore a 1 anno, seguiti dai bambini tra 1 e 4 anni. Mentre meno marcato è risultato l’incremento in quelli di età compresa tra 5 e 14 anni. In Italia, il rapporto 2008 dell’Associazione Italiana Registri Tumori (Airtum) sui Tumori Infantili ha confermato un “trend” di aumento dei tassi di incidenza di tutti i tumori pediatrici pari al 2 per cento annuo: si è passati infatti da 147 casi per milione di bambini all’anno nel periodo 1988-1992 a 176 tra il 1998 e il 2002. Un confronto con dati pubblicati in letteratura ha evidenziato infine che i tassi di incidenza italiani per tutti i tumori complessivamente sono risultati tra i più alti di quelli europei degli anni ‘90 (140 per milione di bambini per anno) e di quelli americani (158 per milione di bambini per anno).
Dai dati Airtum l’incremento annuo risulta massimo per i linfomi non-Hodgkin, mentre si assiste ad una riduzione per alcuni tumori, quali retinoblastomi, tumori epatici, osteosarcomi, tumori della tiroide e rabdomiosarcomi. L’Associazione Italiana di Ematologia ed Oncologia Pediatrica (Aieop) ha istituito dal 1989 un suo Registro per monitorare i pazienti che arrivano negli oltre 50 centri aderenti all’associazione (e che rappresentano la quasi totalità delle strutture che in Italia si occupano della diagnosi e del trattamento dei bambini affetti da tumore) dal quale emerge, per il periodo 1989-2008, che ogni anno in Italia sono diagnosticati mediamente 1200 nuovi casi di tumore in età 0-14. Questa la frequenza delle principali forme di cancro: leucemie (37,6 per cento), tumori cerebrali (15,1), linfomi (13,4), neuroblastomi (8,9), sarcomi dei tessuti molli (6,2), nefroblastomi (4,8), tumori ossei (4,8), retinoblastomi (2,3), tumori epatici (1 per cento), tumori a cellule germinali (2,4), altri tumori solidi (1,6).
Come emerge da molti studi, la frequenza delle diverse neoplasie pediatriche è diversa in funzione dell’età e del sesso: sotto i 5 anni di età sono risultate più diffuse le leucemie e rari i linfomi; mentre dopo i 10 anni questo rapporto risulta invertito. Il neuroblastoma, il nefroblastoma e il retinoblastoma hanno fatto registrare una maggiore incidenza nei primi anni di vita, rappresentando insieme oltre il 50 per cento di tutti i tumori diagnosticati nei primi 12 mesi, mentre sono risultati estremamente rari dopo i 10 anni, quando sono più frequenti i tumori ossei e i sarcomi dei tessuti molli. Per quanto riguarda il sesso, l’incidenza dei tumori pediatrici è risultata maggiore nei maschi (56 per cento) rispetto alle femmine in quasi tutte le forme tumorali. La distribuzione geografica delle neoplasie infantili invece non pare presentare significative differenze tra le diverse regioni italiane.

FONTE: corriere.it – 13_ottobre_2011


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