Ricerca su LMO1, gene che causa il neuroblastoma

NAPOLI – Ha l’accento napoletano
un’importante scoperta che apre la strada alla lotta contro il
neuroblastoma, uno dei principali tumori in eta’ pediatrica.
   Una equipe internazionale, formata da ricercatori del Ceinge,
il Centro di Biotecnologie avanzate, in collaborazione con il
Children’s hospital di Philadelphia, ha individuato nel gene
LMO1, uno dei geni che concorrono nello sviluppo del
neuroblastoma. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista
scientifica inglese Nature, e’ stato finanziato
dall’associazione (Oncologia Pediatrica e Neuroblastoma),
una onlus fondata da genitori di piccoli pazienti, medici e
ricercatori impegnati nella lotta contro i tumori in pediatria.
La ricerca, presentata per la prima volta in Italia da Achille
Iolascon (professore di Biochimica e biotecnologie mediche alla
Federico II e ricercatore del Ceinge) e da Mario Capasso
(biologo ricercatore del Ceinge), ha preso in esame il Dna di
2251 pazienti con neuroblastoma e 6097 persone sane, esaminando
550.000 varianti genetiche.
   Il lavoro ha evidenziato l’associazione tra il neuroblastoma
ed il gene LMO1, le cui azioni genetiche lo r ono uno
degli oncogeni responsabile dell’insorgenza del neuroblastoma
con una predilezione a sviluppare le forma piu’ aggressive della
malattia. ”Ogni anno il cancro in Italia colpisce 1500 bambini,
il 9% dei tumori e’ rappresentato dal neuroblastoma”, spiega il
professor Bruno De Bernardi, gia’ primario di Oncologia
all’ospedale Gaslini di Genova. ”Mentre nella cura della
leucemia o di altre neoplasie e’ migliorata la guaribilita’ –
spiega De Barnardi – solo il 50% dei neuroblastomi guariscono.
In pratica guariscono solo i casi operabili. Il 40% dei bambini
affetti da neuroblastoma, purtroppo, hanno metastasi al
midollo”. ”Essere predisposti non vuol dire ammalarsi – dice
Iolascon – Ma conoscere dove colpire la malattia e’ importante
per fermarla”. ”Fare ricerca e’ anche fare medicina
preventiva” ha commentato Franco Salvatore, direttore del
Ceinge sottolineando la spinta, non solo economica, delle
associazioni formate dalle famiglie dei pazienti.


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