Sarah Maestri racconta la sua infanzia in ospedale

ROMA  – Sarah Maestri, ‘La bambina dei fiori di carta’ (Aliberti, pp. 170 – 17,00 euro). Romanzo d’esordio di Sarah Maestri, una delle attrici di successo del giovane cinema italiano (Notte prima degli esami, Cento vetrine), e’ il racconto di vita di una ragazza qualunque che ha imparato a fare fiori di cartapesta nella corsia d’ospedale dove e’ stata ricoverata all’eta’ di tre anni, reparto oncologico. Non c’e’ traccia di dramma. La malattia assume la sembianza di un gioco e il racconto vero, drammatico e’ al contempo dotato di una poetica leggerezza, di come la malattia, vista dagli
occhi di una bambina, possa diventare un gioco. ”Avevo tre anni, forse qualche mese in piu’, ma sicuramente non molti, quando fui portata all’ospedale San Matteo di Pavia, reparto oncologico di pediatria.  Li’ ho imparato a fare i fiori di carta, ricordo che feci un iris viola di cartapesta e lo regalai alla mia nonna Rosetta; lei lo ha sempre conservato con molta cura anche se poi con gli anni dopo la sua morte, e’ andato perso comunque.  Li’ all’ospedale ci si  divertiva un mondo, avevo sempre qualcosa da fare, i dottori non ti lasciavano mai in pace;  per mia madre deve essere stato un po’ meno divertente; ricordo l’ultimo giorno prima di tornare a casa, mi visito’ lo psicologo, chiacchierammo a lungo, prima con me da sola poi con la  mamma; povera mamma scoppio’ in lacrime, erano quattro mesi che viveva li’ con me giorno e notte, non mi aveva mai lasciata un attimo. Aveva solo 25 anni, neanche compiuti, solo ora mentre scrivo mi rendo conto di quanto fosse giovane. Era piu’ piccola di me adesso, non ci avevo mai pensato; e’ come se le mamme fossero sempre grandi, il nostro sostegno, il nostro scudo”. I fiori di carta, Sarah ha imparato a farli nel reparto oncoematologico di pediatria dell’ospedale San Matteo di Pavia. Ha solo tre anni quando le diagnosticano una grave malattia emolitica. Da quel momento trascorre gran parte della sua infanzia in corsia dove, pur toccando con mano il dolore, di quei giorni vissuti fra i camici bianchi, in balia di esami, terapie sempre nuove e prognosi mutevoli, Sarah custodisce solo ricordi felici.    La malattia, vista attraverso gli occhi della bambina che era, si tinge di poetica leggerezza, perde la sua connotazione drammatica per trasformarsi in un gioco. In queste pagine non c’e’ traccia di sofferenza, il dolore che costella il passato della protagonista, e che torna prepotente nel suo presente, le insegna ad apprezzare ancora di piu’ il ”dono” che le e’ stato fatto, la vita, e i ricordi dei giorni in ospedale s’intrecciano con i pensieri di Sarah adulta, che sin da piccola coltivava il sogno di diventare attrice.


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