L’impatto sarà anche sociale. Dipartimento Rizzoli-Sicilia

ON L’APERTURA di un Dipartimento dell’Istituto Ortopedico Rizzoli in Sicilia, sancita il 4 ottobre con la firma di una Convenzione con la Regione Sicilia, si avvia un’esperienza destinata a lasciare un segno nella sanità italiana, non limitatamente agli aspetti tecnici di un’operazione di certo complessa, bensì per l’impatto sociale che questa avrà.
Il Dipartimento Rizzoli-Sicilia nasce da un Accordo tra la Regione Emilia-Romagna e la Regione Sicilia, maturato a fronte di approfondite valutazioni alla base delle quali c’è una visione prospettica di lungo periodo.
Il dato considerabile in maniera più immediata è quello relativo alla cosiddetta ‘mobilità sanitaria’: sono ogni anno oltre tremila per la prima visita e oltre mille per sottoporsi a un intervento chirurgico le persone che dalla Sicilia arrivano al Rizzoli; a queste, vanno aggiunte diverse migliaia provenienti dalle altre regioni del Sud Italia. Evitare loro viaggi gravosi e costosi, garantendo allo stesso tempo le prestazioni specialistiche di cui necessitano per risolvere il problema clinico che le affligge, è l’obiettivo che un paio d’anni or sono ha fatto muovere i primi passi al progetto.
DUE ANNI sono stati necessari ai soggetti coinvolti, le due Regioni e il Rizzoli, per analizzare a fondo il bisogno di salute, le condizioni ambientali e strutturali, i vincoli operativi. Fino ad arrivare, per passaggi successivi e non sempre fluidi data la complessità delle variabili in campo, alla definizione del progetto del Dipartimento Rizzoli-Sicilia che apre a Villa Santa Teresa di Bagheria, struttura nelle vicinanze di Palermo, attualmente in funzione come centro diagnostico accreditato, ma già attrezzata come ospedale, con camere di degenza e sale operatorie. L’attività clinica che il Rizzoli si appresta a svolgere consiste in chirurgia ortopedica generale e oncologica e medicina riabilitativa. Assicurata naturalmente la terapia intensiva.
Il Rizzoli è uno tra i pochi ospedali a livello internazionale ad avere oltre dieci specialità del campo ortopedico rappresentate al massimo livello nell’ambito dello stesso Istituto: la chirurgia del piede e quella del ginocchio, la chirurgia della spalla e del gomito, la chirurgia vertebrale e il trattamento delle malformazioni, la chirurgia ortopedica pediatrica e la chirurgia oncologica, la traumatologia, le protesi, la fisiokinesiterapia.
NEI REPARTI ortopedici degli ospedali multi-specialistici operano ottimi professionisti che fanno fronte alle più diffuse esigenze cliniche dell’ortopedia, ad esempio le protesi e la traumatologia, rispondendo alla gran parte dei bisogni delle popolazioni di riferimento. Non possono però gestire tutte le patologie che un ospedale ortopedico ultraspecialistico è per sua natura destinato a raccogliere. Partendo da queste considerazioni, l’apertura del Dipartimento Rizzoli-Sicilia ha anche l’obiettivo di trovare collaborazioni con le realtà ospedaliere e universitarie siciliane, a partire dall’Ateneo di Palermo, anche nell’ottica di ospitare al Rizzoli di Bologna specialisti ortopedici e della riabilitazione affinché possano in breve tempo acquisire tecniche che sono patrimonio culturale, scientifico e tecnologico del Rizzoli di oggi, patrimonio sviluppato attraverso i 15 laboratori di ricerca attivi nell’Istituto.
L’ISTITUTO intende d’altronde confermare, con l’apertura del Dipartimento Rizzoli-Sicilia, la vocazione all’innovazione che lo ha sempre contraddistinto in campo medico-scientifico. Vocazione che in questo frangente si esprime significativamente anche nell’ambito organizzativo e gestionale, vista la complessità che l’operazione rappresenta per un ospedale pubblico italiano quale è il Rizzoli e per il Servizio Sanitario Regionale dell’Emilia-Romagna di cui il Rizzoli fa parte. I risultati attesi in termini di salute per i cittadini e di prospettive di sviluppo clinico ci fanno in ogni caso considerare l’apertura di una sede IOR in Sicilia una scelta di sviluppo nell’interesse collettivo.
Gli autori sono rispettivamente direttore generale e direttore scientifico dell’istituto ortopedico Rizzoli di Giovanni Baldi e Francesco Antonio Manzoli

Fonte: ilrestodelcarlino.it – 2.10.2011

Vi racconto la marcia silenziosa (e in corso) dell’ immunologia: Alberto Mantovani Lo scienziato italiano più «citato» nel mondo

Progressi enormi grazie allo studio del nostro sistema di difesa Alberto Mantovani Lo scienziato italiano più «citato» nel mondo, spiega quanto un campo della medicina poco noto abbia inciso sulle nostre vite.
Ogni scienziato ha contratto un debito nei confronti dei propri simili: presentare il frutto dei suoi studi nella forma più chiara, più semplice e più modesta possibile (Karl Popper) Non solo la terapia, ma anche la diagnostica è stata trasformata profondamente dai progressi nella conoscenza del nostro sistema di difesa.
Un mondo popolato di strani personaggi, quasi disneyani. Sentinelle e soldati, vigili del traffico e poliziotti buoni o corrotti, musicisti e postini, mangiatori e supermangiatori. C’ è persino un personaggio, l’ Interferon, il cui nome deriva dai fumetti di Flash Gordon. La fantasia delle metafore si spreca nell’ universo complesso che Alberto Mantovani, uno degli immunologi più prestigiosi al mondo, ha voluto raccontare in un libro per tutti, “I guardiani della vita”. Nella prefazione, citando Karl Popper, ricorda che “ogni scienziato ha contratto un debito nei confronti dei propri simili: presentare il frutto dei suoi studi nella forma più chiara, più semplice e più modesta possibile”. Non possiamo che condividere. Ma non c’ è il rischio che la complessità della materia sia ormai tale non poter essere più compresa, comunicata, al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori? «Non solo, ma c’ è una reale difficoltà a comunicare anche all’ interno della stessa comunità scientifica. Una volta era semplice: c’ erano macrofagi e microfagi , poi chiamati neutrofili. Oggi sappiamo che nell’ uomo ci sono 46 geni diversi che sovrintendono alla produzione di proteine del sistema immunitario e ciascuno ne produce un numero x. Io ho partecipato alla definizione della nomenclatura di questi “oggetti” e sono uno dei 3 o 4 al mondo che conosce i “nomi” e così mi chiamano per chiarimenti. Ma non è vero che li so, mica me li ricordo a memoria…». Difficile allora spiegarsi ai medici, e tanto meno ai pazienti… «Ma la pratica poi aiuta, semplifica, perché nel frattempo da queste ricerche nascono dei farmaci. Prendiamo ad esempio le due più importanti novità che vengono dall’ immunologia. Uno è un farmaco per il melanoma, che tecnicamente è un anti-CTL antigen 4 . Non è tanto facile far capire che cosa vuol dire questa sigla. Ma forse basta sapere che questo farmaco va ad aggredire una cellula tumorale non direttamente, ma bloccando altre cellule negative, quelle che chiamo nel libro i “poliziotti corrotti”, che impediscono al sistema immunitario di intervenire. Nel suo campo è il primo farmaco approvato che cambia la sopravvivenza in modo deciso. Purtroppo funziona in pochi specifici pazienti, ma in quelli funziona bene. C’ è poi un nuovo farmaco per il lupus, dopo 30 anni finalmente qualcosa che migliora la terapia, che interagisce con uno dei cosiddetti fattori di necrosi tumorale (TNF), che è una citochina il cui nome non c’ entra niente ormai con le sue funzioni. Per questo preferisco parlare di “poliziotti” o chiamare le citochine “parole molecolari”, perché servono a comunicare all’ interno del sistema immunitario». A parte il caso dei vaccini, che sono “popolari”, e il cui meccanismo è relativamente facile da comprendere, forse sfuggono, per la complessità della materia, gli altri successi dell’ immunologia. Anche perché ci sono state grandi promesse, come gli anticorpi molecolari, le interleuchine e altre possibili panacee, che poi sono sembrate deludenti. «In realtà è avvenuta una rivoluzione silenziosa che è rimasta in qualche modo sotto traccia. Usare gli anticorpi per curare è un sogno che risale alla fine dell’ 800 e gli anticorpi monoclonali sembravano poter realizzare questo sogno. Poi ci sono state molte frustrazioni. Ma oggi la diagnostica non potrebbe farne a meno: esami come il Psa per la prostata, la proteina C reattiva, la diagnostica dell’ Hiv, la tipizzazioni dei tumori utilizzano tutti anticorpi monoclonali. E alla fine degli anni ‘ 90 viene introdotto un anticorpo per la cura del linfoma a cellule B che apre la strada. Oggi vengono usati per il tumore alla mammella, per il cancro al colon, per le malattie infiammatorie dell’ intestino. «L’ altro grande sogno era utilizzare gli anticorpi per trasportare farmaci in modo mirato: sembrava la soluzione di tutti mali. L’ idea risale al 1964, poi ci sono stati 47 anni di frustrazioni. All’ inizio di quest’ anno l’ Fda ha approvato il primo farmaco coniugato (farmaco trasportato da anticorpo) per un tipo di linfoma. E ce n’ è una valanga in sperimentazione clinica. Lo stesso discorso vale per le interleuchine, come l’ Interferon. Non sono la panacea, ma oggi hanno un uso codificato in alcuni tipi di tumori e sono fondamentali nella cura dell’ epatite». Lo sviluppo è vorticoso ma la medicina continua a richiedere tempi lenti.. «È proprio così. Non ci sono panacee e la strada è lunga per arrivare ai letti dei malati e nei laboratori. Ma ci si arriva, spesso per strade tortuose non previste all’ inizio. Peraltro la scienza è fatta di dubbi, di incertezze, soprattutto quando è così complessa. Pensi che nella serie delle interleuchine ce n’ è una, la 14, che viene chiamata “fantasma”. Per il semplice motivo che non esiste. Ma quando lo si è scoperto era troppo complicato cambiare tutta la numerazione…». Nel frattempo l’ immunologia deve affrontare anche il rischio di nuove epidemie. E qui serve velocità. «È un fatto che dobbiamo sempre più confrontarci con nuovi patogeni, perché aumenta la mobilità della popolazione e con lo sviluppo aumentano i contatti con specie diverse di animali. È certo preoccupante ma sono ottimista, purché sappiamo prepararci adeguatamente, ci sia collaborazione internazionale e trasparenza per scoprire rapidamente chi è il nemico e da dove viene. Il caso dell’ epidemia di una variante di Escherichia Coli, quest’ estate è significativo: sono bastati due mesi per capire e bloccare l’ epidemia. Un tempo un ricercatore doveva dedicarci la vita. Un domani, speriamo, che si possa fare in due giorni». Il libro «I guardiani della vita» (Dalai editore) è il libro appena pubblicato da Alberto Mantovani per spiegare ai «non addetti ai lavori» come funziona il sistema immunitario  Il progetto Diffondere la condivisione del sapere La sfida più grande da affrontare resta fuori dai laboratori. È quella che Alberto Mantovani definisce la condivisione del sapere e degli strumenti, a livello mondiale. Troppo numerose infatti sono le popolazioni che non possono usufruire dei successi dell’ immunologia, e non quelli recenti e d’ avanguardia, ma quelli ormai consolidati. «Disponiamo per esempio di un vaccino contro Il Papilloma virus. Eppure pochi sanno che, escludendo l’ età infantile, la prima causa di anni di vita persi nelle giovani donne africane non è l’Aids o la malaria, ma proprio il Papilloma virus. Questo per non parlare della mortalità infantile: tre milioni di bambini ogni anno muoiono nei Paesi poveri per cause che potrebbero essere evitate». Per questo Mantovani è più volte intervenuto a sostegno dell’ attività della GAVI (Global Alliance for Vaccines and Immunisation), organizzazione non governativa sostenuta però anche da diversi governi, dall’ Oms e dalla Banca Mondiale, e da associazioni e fondazioni pubbliche e private, che si propone di ridurre di tre quarti la mortalità infantile entro il 2015. In particolare la lotta si concentra nella diffusione e distribuzione dei vaccini contro il rotavirus, che provoca la diarrea infantile e contro la polmonite da pneumococco, che sono i due principali killer nella popolazione infantile. (Renzi Riccardo)

Fonte: corriere.it – 2.10.2011

Appello a Berlusconi e agli italiani per salvare il piccolo Viktor

Pubblichiamo l’appello di Annet Onlus, associazione nazionale neurofibromatosi e tumori, per aiutare Viktor, affetto da una rara malattia curabile solo in America, a guarire. Tutti possono contribuire e permettere così a Viktor di essere sottoposto a un intervento che costa centinaia di migliaia di dollari

Alla cortese attenzione del Presidente del Consiglio dei Ministri Dott.Silvio On.le Berlusconi
Egregio signor Presidente, a Pistoia, in Toscana, c’è un bambino di nome Viktor di sette anni che da 8 ha sviluppato 14 tumori e ha bisogno di Lei e del Suo aiuto. Il male che lo inchioda prematuramente al legno della sofferenza e del dolore si chiama neurofibromatosi, e, stante le sue condizioni, può essere curato solo presso la Children’s Harvard Hospital di Boston.
Prima di proseguire, però, ci permetta una breve riflessione, se non altro per cercare di spiegarLe le ragioni di questo nostro appello. E’ nostra convinzione, come Associazione Nazionale Neurofibromatosi e Tumori, che, soprattutto in tempi non facili né felici come quello che stiamo vivendo, i grandi temi della vicinanza, della prossimità e della solidarietà, come pure l’importanza centrale e massimamente cruciale dei valori etici e morali, che fanno della nostra Carta costituzionale non solo una garanzia certa per l’unità e la coesione sociale del Paese, ma anche, e prima ancora, un sicuro ed insostituibile presidio della dignità umana e dei diritti fondamentali della persona, non devono né possono essere dimenticati, o soppiantati da ragioni di opportunità, o spazzati via dagli eventi storici.
La nostra Patria è nata ed è anche risorta in forza di essi, e grazie al sacrificio estremo di uomini e donne che, senza mai voltare indietro gli occhi, hanno voluto e saputo darne una testimonianza vera ed ineffabile, riconsegnando alla libertà l’Italia e permettendole, così, di tornare a sedersi al tavolo delle grandi democrazie, dopo i tristi e dolorosi anni del buio della ragione. Da allora in poi, nel cuore e nelle coscienze degli italiani, è nata e si è fatta strada una universale vocazione ad aiutare chi è schiavo della disperazione e dell’abbandono, chi soffre e non riesce più a trovare la forza necessaria per costruire con serenità e fiducia il suo domani e non desidera altro che una mano amica per riscattarsi.
Proprio in forza di tale percorso argomentativo, che ci ha portato a riassumere in breve l’essenzialità del nostro Paese, non possiamo che chiederLe un gesto concreto a favore del bambino e dei suoi genitori. Un atto decisivo e determinante, ma, soprattutto, particolarmente eloquente della Sua volontà di contribuire anche Lei a non lasciar cadere nell’oblio della memoria le parole supreme della vicinanza, della prossimità e della solidarietà, attraverso le quali ogni società civile è riuscita ad esprimere le sue scelte fondamentali di vita. Inoltre, come Lei e la Sua storia ci insegnano, è proprio sul terreno della prossimità che si dispiegano e trovano conferma i valori universali dei diritti inviolabili, primi e fondamentali, della persona, la libertà, la democrazia, la giustizia sociale, l’uguaglianza, la fratellanza e la cultura delle regole propria dello Stato di diritto.
Come ricordavamo all’inizio, a Pistoia c’è un bambino che attende un segno d’amore, di quell’amore più grande che compendia ogni altro valore. La storia del nostro Paese è segnata dalla persistente presenza di questo amore. Oggi, più che mai, c’è bisogno di rinnovarlo nel nostro tempo, perché non ci si dimentichi di esso. E Lei, signor Presidente, può aiutarci. Lei può sicuramente dare alle speranze del bambino e dei suoi genitori un nuovo orizzonte, una diversa e più decisiva direzione, una più consistente profondità e ampiezza. Ma, soprattutto, una Sua disponibilità, oltre a rappresentare un forte messaggio di fiducia e di speranza per l’Italia e gli italiani, testimonierà l’inesauribile capacità di impegno della nostra società nel dare risposte adeguate e responsabili alle domande e alle necessità fondamentali della gente. Confidando in Lei e augurandoLe buon lavoro, in attesa di un Suo riscontro. Cordialmente.
Luigi Masciello (Vice presidente nazionale Annet Onlus Associazione nazionale neurofibromatosi e tumori)

Per chiunque volesse contribuire Cassa di Risparmio Pistoia e Pescia Filiale di Porta Carratica – Codice IBAN: IT65Q0626013803100000000276 Causale: “Anch’io ho deciso di aiutare Viktor”

 

Fonte: tempi.it – Data: 30.9.11

 

Finmeccanica e il giallo dello “scova-tumori”

ROMA – Si chiama Tissue resonance interferometer probe ed è un tubo lungo 30 centimetri che permette di scoprire i tumori non appena cominciano a formarsi. Costo dello strumento: 40 mila euro, contro i milioni di euro per acquistare una macchina per la risonanza magnetica o una Tac, mentre il paziente per una visita – convenzionata con il Sistema sanitario nazionale – paga 40 euro. Una piccola ma importante invenzione tutta italiana, che la società costruttrice, Galileo Avionica del gruppo Finmeccanica, ha smesso di produrre quattro anni fa.
Per quale motivo? Nessuno, a cominciare dall’inventore Clarbruno Vedruccio, ha ancora una risposta. Il TrimProb costa molto meno di altri macchinari diagnostici, ha spese di gestione più contenute e non è dannoso per il paziente perché sfrutta le onde elettromagnetiche anziché le radiazioni per individuare le cellule tumorali. Il Ssn lo ha inserito nel repertorio dei dispositivi medici e circa cinquanta centri su tutto il territorio nazionale lo utilizzano abitualmente. “Al policlinico Umberto I viene usato per circa mille visite ogni anno”, spiega il Prof. Costantino Cerulli a Romacapitale.net. Eppure Finmeccanica ha scelto di non produrlo più.
La Galileo Avionica ha cominciato a fabbricare il TrimProb, su licenza di Vedruccio, all’inizio del Duemila. Sul sito internet dell’azienda – che nel frattempo è stata fusa con la britannica Selex Sensors Ltd ed è diventata Selex Galileo spa – si legge ancora il comunicato stampa che elogia la portata scientifica di questo bioscanner: “Galileo Avionica, una società Finmeccanica operante nel campo della difesa, avvalendosi di competenze e tecnologie militari avanzate ha industrializzato una strumentazione diagnostica, portatile e non invasiva, denominata TrimProb, che consentirà di evidenziare in tempo reale e in maniera decisamente precoce diverse patologie, dagli stati infiammatori alle formazioni tumorali”. Un successo intercontinentale: nel giro di pochi anni dal lancio la macchina comincia ad essere usata in Giappone, Brasile, Regno Unito, Francia, Belgio.
Poi nel gennaio 2008 lo stop: viene fermata la produzione e la TrimProbe spa, società creata ad hoc da Galileo Avionica per distribuire il macchinario, viene messa in liquidazione. Da allora l’apparecchio diagnostico esce dal mercato e a Clarbruno Vedruccio, fisico, ingegnere elettronico e capitano di fregata della Marina militare, rimangono solo i costi di mantenimento del brevetto. Che, data la diffusione internazionale del TrimProb, sono altissimi.
Finmeccanica ha detto di aver fermato la produzione perché l’azienda si occupa solo di difesa. Cosa che non spiega, allora, perché il gruppo ha acquistato la licenza da Vedruccio quasi dieci anni fa e perché poi ha costituito una società per la distribuzione dell’apparecchio. La palla ora passa ai ministri della Salute e delle Finanze, chiamati a rispondere a un’interrogazione del senatore Idv Elio Lannutti. E soprattutto a spiegare per quale motivo un’azienda controllata dallo Stato abbia dismesso la produzione di un macchinario dall’efficacia diagnostica sperimentata e quanto questa decisione, dalle logiche ancora poco chiare, sia costata all’erario. (Federica Ionta)

Fonte: romacapitale.net-data: 29.9.11

Tumori: arriva il social network per pazienti, medici e ricercatori

Stoccolma- Dopo il successo di Facebook, anche l’oncologia punta sui social network. Al 36.mo Congresso della Società europea di oncologia medica, in corso a Stoccolma, è stato presentato il primo social network disegnato su misura per il ‘pianeta cancro’. Battezzato ecancerHub, il nuovo spazio web è una piattaforma ad accesso gratuito che offre servizi e informazioni aggiornate ed esclusive a ricercatori, medici e malati.In pratica, spiega Gordon McVie, managing editor di ecancerHub, “è uno spazio che garantisce servizi importanti e innovativi, ma anche informazioni da fonti certificate. I pazienti possono trovare l’ospedale specializzato più vicino a casa, o il centro di ricerca specifico per la propria malattia sul territorio. Un motore di ricerca ad hoc filtra le notizie garantendone la fonte. Inoltre i ricercatori possono mettere in comune dati e studi, immagini, video e documenti. Il tutto sapendo di poter contare sul rispetto della privacy”. Un database genetico e una raccolta di trial clinici saranno a disposizione dei ‘camici bianchi’ iscritti. Dal suo debutto, nel luglio scorso, già centinaia di medici, ricercatori e oncologi si sono registrati e hanno contribuito alla ‘biblioteca’ di ecancerHub. “La piattaforma continuerà a crescere, per essere davvero una piazza virtuale di incontro e aggiornamento per medici e pazienti che in qualche modo sono a contatto con il pianeta cancro”, dice McVie. Un progetto accolto con favore da Francesco De Lorenzo, presidente della Favo (Federazione della associazioni di volontariato oncologico): “E’ importante poter contare su una fonte di informazione autorevole, perché le persone cercano sempre più spesso notizie online, e contare su una fonte autorevole è importante”. E se al Congresso di Stoccolma si dà largo spazio alle nuove tecnologie e alla condivisione – ma si vieta di ‘tweettare’ per non rompere sul social network Twitter l’embargo, e ‘rivelare’ troppo presto i contenuti degli studi – lo stesso McVie sottolinea come “è un fatto che i medici pensano di essere eccellenti comunicatori, ma i pazienti a volte non sono d’accordo”.”La buona notizia è che ora i social media sono qui per aiutare entrambi. Non ci sono più scuse: dunque mano ai nuovi strumenti. Perdiamo un po’ di tempo, parliamo un po’ di più e, cosa più importante di tutte, ascoltiamo”.

Fonte: Adnkronos Salute – Data 26.9.11

Cure personalizzate: stiamo cercando il Santo Graal?

Farmaci intelligenti e target therapies, riservati a pochi e costosissimi, sono davvero il futuro dell’oncologia?
STOCCOLMA – La domanda è quanto mai d’attualità e in apertura del Convegno europeo multidisciplinare di oncologia se la sono posta anche due big a livello mondiale: José Baselga, direttore del Dipartimento di oncologia al Massachusetts General Hospital di Boston, e Gordon Mills, responsabile della struttura di Biologia alla University of Texas MD Anderson Cancer Center.
Target therapies e «farmaci intelligenti» sono come un mantra quando si parla di oncologia. Da quando nel 2000 è stato mappato l’intero genoma umano gli occhi dei ricercatori sono puntati sui difetti genetici che causano i tumori. Nel 2006 è stato lanciato il progetto Cancer Genome Atlascon l’ambizioso proposito di catalogare tutte le mutazioni responsabili di tutte le forme di cancro e dei circa 23mila geni che compongono il genoma umano si iniziano a conoscere quali sono coinvolti nelle diverse neoplasie (fra gli altri, Brca1 e Brca2 per i tumori del seno e dell’ovaio, Ras per il tumori di pancreas e colon, Pml-rar per la leucemia acuta, Bcr-abl per la leucemia mieloide cronica, recettori Alk e Egfr per il polmone). Una prospettiva attraente che permettere di sviluppare costosissimi test per individuarle e altrettanto dispendiosi farmaci a bersaglio molecolare (armi puntate contro i difetti responsabili della malattia) capaci risparmiare le cellule sane dell’organismo. Obiettivo finale: scegliere trattamenti ad hoc per la specifica forma di tumore del singolo paziente, il più efficaci e meno tossici possibile.
I MOLTI VANTAGGI DELLE CURE PERSONALIZZATE – «Una rivoluzione in atto, una svolta» per chi, come José Baselga, crede fermamente che il futuro delle cure anticancro sia nella medicina personalizzata. «Conoscere il background biologico della malattia – ha detto – significa poter progredire nella diagnosi, nella prognosi e nelle terapie. Avere a disposizione target therapies efficaci significa anche poterle integrare con gli altri trattamenti come la radioterapia e la chirurgia, migliorandone i risultati e ottimizzando l’approccio multidisciplinare contro il tumore». I primi esempi, dicono i sostenitori, sono già disponibili: moltissimo si può fare oggi in fase diagnostica, perché se un malato presenta determinate mutazioni è possibile in parte predire la sua reazione a determinate cure. E, ancora, se si riduce il tumore con i farmaci a bersaglio molecolare si può poi intervenire anche in pazienti con una neoplasia metastatica, per i quali in precedenza si poteva fare ben poco. «Si minimizzano gli effetti collaterali e si punta al miglior risultato possibile» ha aggiunto Baselga.
I DUBBI E I COSTI ENORMI – «Di fronte a tutte queste promesse, prima che le cure personalizzate vengano introdotte come cure standard, serve ancora moltissimo tempo e non si possono tralasciare importanti obiezioni – ha replicato Gordon Mills -. Intanto, a fronte di indubbie conquiste raggiunte finora dalle target therapies bisogna considerare che sono disponibili solo per una minima parte dei pazienti. Inoltre, frequentemente, anche chi risponde a questi trattamenti lo fa troppo spesso per un breve periodo, prima che il tumore trovi il modo di resistere sviluppando altre mutazioni. Tutto ciò a fronte di costi immensi: i test diagnostici e i medicinali personalizzati ad oggi disponibili hanno prezzi (di ricerca e di mercato) ingenti, soprattutto se si considera che ciascuno è poi utile soltanto in una piccola percentuale di casi». Una spesa eccessiva per risultati transitori e riservati a troppe poche persone, ha concluso Mills, sottolineando che il numero dei successi è di gran lunga superato da quello di clamorosi fallimenti.
LA RISPOSTA ITALIANA – Dunque, stiamo spendendo troppe risorse ed energie alla ricerca di sofisticate ed elitarie terapie personalizzate? Oppure la tortuosa strada della ricerca anticancro deve necessariamente passare da qui, costi quel che costi? «Ci stiamo occupando troppo di bersagli molecolari e troppo poco dei pazienti – risponde Paolo Marchetti, ordinario di Oncologia alla Sapienza di Roma e membro del consiglio direttivo dell’Aiom (l’Associazione italiana di oncologia medica) -. E’ sicuramente giusto puntare a migliorare la diagnosi precoce, predire la risposta ai vari trattamenti, ottenere migliore efficacia e minori effetti collaterali nelle cure. Ma per far questo non ci sono solo le target therapies. La farmacogenetica, che studia la risposta terapeutica e la tossicità ai farmaci in relazione a fattori genetici del singolo individuo, è una delle principali strade per una reale personalizzazione della terapia». Gli oncologi nostrani spostano l’attenzione sui malati e sulle loro famiglie: «Si parla troppo spesso di terapie sofisticatissime e futuribili, tralasciando le necessità quotidiane di chi contro il cancro ci combatte oggi: sostegno psicologico, riabilitazione, cure palliative e terapia del dolore, reinserimento al lavoro e problemi economici, rapporti di coppia e gestione della famiglia, fino alla necessità di un miglioramento della comunicazione fra medico e paziente. Ecco, di tutto questo c’è estremo bisogno oggi».
290 BILIONI DI DOLLARI SPESI NEL 2010 – Solo nel 2010 sono stati registrati 13,3 milioni di nuovi casi di cancro nel mondo e secondo le stime nel 2030 saliranno a 21,5 milioni, con un costo economico di 290 bilioni di dollari nel 2010 e un preventivo di spesa per il 2030 di 458 bilioni di dollari. Cifre impressionanti, rese note nei giorni scorsi durante il vertice delle Nazioni Unite a New York e che hanno portato l’Onu a inserire i tumori fra i temi da affrontare nelle prossime riunioni per trovare soluzioni a quella che è stato definita una «patologia di massa» e un «enorme problema sociale ed economico». «E’ vero che i nuovi farmaci hanno costi elevati, per cui va ovviamente valutato il rapporto costo-beneficio – conclude Marchetti –, ma è altrettanto vero che le target therapies presentano in quest’ottica un chiaro vantaggio: sappiano esattamente in quale categoria di pazienti sono efficaci e quindi non vanno sprecati. Quanto si spende, invece, tentando le varie linee di trattamento negli altri malati, senza sapere purtroppo se la cura sarà utile o meno?». (Vera Martinella

Fonte: Corriere.it – Data: 26.9.2011

«Bambini senza onde»: firme contro l’inquinamento di Radio Vaticana

La raccolta che dura tutta la giornata di sabato è per un esposto «contro l’inerzia degli amministratori» 
ROMA – Raccolte in poche ore a Cesano sabato mattina di fronte alla Chiesa centinaia di firme di residenti in calce a un esposto che sarà inviato alla Procura della Repubblica, ai sindaci e al presidente della Regione e della Provincia. La raccolta promossa dall’associazione «Bambini senza onde» prosegue fino a sera. Oggetto: l’inquinamento elettromagnetico di Radio Vaticana. I residenti chiedono una definitiva svolta nel contenzioso ormai decennale che li oppone all’emittente del Papa.
ESPOSTO ALLA PROCURA – «Con questo documento – spiegano – vogliamo aprire la strada legale per poter attivare un procedimento contro l’inerzia che i nostri amministratori hanno avuto in tutti questi anni. Non ci torna il fatto che mentre il Vaticano prendeva provvedimenti per i suoi residenti, il comandante della scuola di fanteria avvertiva della pericolosità le sue truppe, noi semplici cittadini italiani venivamo completamente ignorati…». Destinatari diretti della protesta sono Procura della Repubblica ed enti territoriali. L’esposto ricorda che per effetto della sentenza della Cassazione del 24 febbraio scorso «è stato definitivamente accertato in sede giudiziaria che gli impianti di Radio Vaticana siti in Santa Maria di Galeria a partire dal 1999 hanno diffuso onde elettromagnetiche atte ad offendere o molestare i residenti delle aree circostanti ed in particolare a Cesano di Roma, arrecando agli stessi disagio, disturbo, fastidio e turbamento». «Con tale pronuncia – ricorda l’esposto – è stata confermata, oltre che la prescrizione del reato di getto pericoloso di cose per prescrizione, la condanna di chi ha gestito la radio all’epoca dei fatti al risarcimento dei danni in favore, tra gli altri, di alcune famiglie residenti nell’area di Cesano».
Le antenne di Radio Vaticana in Cesano, a Santa Maria di Galeria
VITA E SALUTE DEGLI ABITANTI – «Gli accertamenti giudiziari in merito agli effetti delle onde elettromagnetiche emesse dagli impianti di Radio Vaticana – continua l’esposto – non si sono affatto esauriti con tale pronuncia, essendo ancora in corso indagini preliminari su ulteriori ipotesi di reato. Estremamente più gravi e preoccupanti. Perché riguardanti la vita e la salute degli abitanti nelle zone esposte ai campi elettromagnetici generati da tali impianti; in particolare, come è stato ampiamente riferito dai mezzi di informazione, l’ipotesi sui cui indaga la Procura della Repubblica di Roma – resa più consistente dalla perizia epidemiologica disposta dal Gip e durata oltre tre anni – è relativa all’esistenza di rapporto di causa ed effetto tra esposizione delle onde elettromagnetiche e i casi di leucemia infantile e di tumori del sistema emolinfopoietico rilevati nella zona prossima agli impianti dal 1999 ad oggi».
Misurazione delle emissioni delle antenne a Santa Maria di Galeria 
CASI SI LEUCEMIA E TUMORI – Conclusione? «Costituisce pertanto una comprensibile esigenza dei residenti delle zone circostanti gli impianti di Radio Vaticana – spiegano i residenti – che le indagini in corso pervengano sollecitamente ad una persuasiva conclusione, allo scopo di dare risposta alla comune ansia circa il rischio dell’insorgenza di gravi malattie che incombe su di loro e sui loro congiunti per effetto della prolungata esposizione alle onde elettromagnetiche nonché allo scopo di stabilire se da parte delle Autorità competenti siano state poste in essere tutte le doverose iniziative dirette a contenere il rischio per la salute pubblica. Parimenti deve auspicarsi che anche i competenti enti territoriali si impegnino per il futuro nel costante monitoraggio dell’intensità dei campi elettromagnetici generati dagli impianti di Radio Vaticana e si attivino per fornire alla popolazione residente un’efficace e puntuale informazione sull’esistenza di eventuali rischi per la sua salute». Insomma, ecco la richiesta finale, si chiede di attuare tutte le iniziative per ridurre fino ad eliminare il pericolo che le onde possano causare «l’insorgenza di ulteriori casi di leucemia infantile, linfomi e tumori«. I residenti chiedono infine che «siano costantemente svolti periodici accertamenti sui livelli dell’inquinamento elettromagnetico nel territorio del XIX e del XX Municipio di Roma e dei comuni di Anguillara Sabazia, Campagnano di Roma e Formello». (Paolo Brogi)

Corriere.it – data. 24.9.11

 

BEIT JALA, UNA PROMESSA MANTENUTA: primo dipartimento di oncologia pediatrica nei Territori Occupati.

L’ong Palestinian Children’s Relief Fund sta realizzando un’opera coraggiosa: il primo Dipartimento di oncologia pediatrica nei Territori Occupati. Frutto anche di una promessa fatta dal fondatore Steve Sosebee a sua moglie Huda.
Beit Jala (Cisgiordania), 30 settembre 2011, Nena News – Sarà il primo dipartimento di oncologia pediatrica di tutta la Cisgiordania, e anche il primo a impiegare degli assistenti sociali per il sostegno psicologico dei piccoli. Coprirà non solo la West Bank ma, occupazione militare permettendo, riuscirà a tendere la mano anche a Gaza.  Quello che sta sorgendo al quarto piano dell’ospedale pubblico di Beit Jala, vicino a Betlemme, non è solo un reparto: è il sogno di Huda al-Masri e Steve Sosebee, fondatori del Palestinian Children’s Relief Fund (PCRF) che in 20 anni di attività ha aiutato più di 10.000 bambini in Medio Oriente fornendo cibo e cure mediche nella regione o all’estero. Huda non ce l’ha fatta a sconfiggere la leucemia, ma prima di andarsene nel 2009 ha fatto promettere a suo marito Steve di realizzare un reparto di oncologia pediatrica in Cisgiordania. Dal 2010 il PCRF sta raccogliendo donazioni per riuscire a costruire un reparto che si prenda cura nel modo più completo possibile dei bambini malati di cancro: adesso il sogno sta diventando realtà.
“Finora- spiega il dottor Mohamad Najajreh, specialista in oncologia ed ematologia pediatrica- i bambini affetti da tumore hanno avuto due stanze a disposizione in quest’ospedale: una nel reparto di pediatria e una in oncologia. Purtroppo siamo costretti a somministrar loro la chemioterapia in day hospital e mandarli a casa nel pomeriggio: non abbiamo abbastanza spazio”.
La mancanza di locali non è la sola difficoltà che i bambini devono affrontare ora all’ospedale di Beit Jala. “I reparti di pediatria e oncologia –continua Steve Sosebee- non sono adatti ai bambini con tumori perché non sono ambienti del tutto sterili. I piccoli hanno bisogno di stanze isolate: devono essere separati dalle loro madri e bisogna controllare il trattamento somministrato. C’è troppa confusione, per non parlare dei rischi che comporta un ambiente non sterile”.  “Questi bambini – chiarisce il dottor Najajreh- hanno le difese immunitarie bassissime. Possono prendere infezioni dai loro coetanei in pediatria. Anche i continui spostamenti da casa all’ospedale sono rischiosi”.
Steve mostra il cantiere di quello che fra qualche mese diventerà il reparto di oncologia pediatrica. “Ci saranno 5 stanze – indica scavalcando i calcinacci- e ognuna di esse avrà due o tre letti, a seconda dei bisogni. Questa sarà invece la stanza dei medici, e questo un ambulatorio”. Karen, un’infermiera americana di mezza età  segue Steve in compagnia di due “donatori” provenienti dagli Stati Uniti: lei stessa fa parte del Palestinian Children’s Relief Fund, e lavora nell’ufficio di San Diego. Le scende una lacrima mentre guarda l’ospedale dall’alto: “Com’è possibile che nel 2011 qui non ci sia ancora un dipartimento di oncologia pediatrica?”.
Nei Territori palestinesi non manca solo questo. Anche se molti ospedali dispongono di medicinali generici e di personale specializzato, le attrezzature e i trattamenti specialistici scarseggiano. Il ministero della sanità dell’Autorità palestinese provvede ai servizi base gratuiti tramite un’assicurazione sanitaria, ma un terzo della popolazione palestinese non se lo può permettere. Per non parlare dei servizi esclusivi offerti da cliniche private a prezzi esorbitanti.   Sono gratuiti invece i servizi di ospedali e centri di assistenza sovvenzionati dalle organizzazioni non-governative-  come il CPRF- tramite donazioni dall’estero. Ma il problema più grande resta:  l’occupazione israeliana e le limitazioni agli spostamenti imposte ai palestinesi. Secondo un rapporto dell’OMS del 2009, nella sola Gerusalemme est si trovano sei ospedali non-profit specializzati –Maqassed, Augusta Victoria, St.Joseph, St. John, Red Crescent e Princess Basma- che fornirebbero il 12% dei posti letto dell’intero sistema sanitario palestinese. L’annessione de facto della porzione orientale della città a Israele rende molto difficile per gli abitanti della Cisgiordania e Gaza recarsi in questi nosocomi  pressoché gratuiti: bisogna richiedere un permesso speciale all’Amministrazione Civile Israeliana, aspettare di ricevere l’autorizzazione a entrare in Israele e affrontare lunghi controlli ai check-point, con il rischio di perdere il proprio appuntamento dal medico e ricominciare l’intera trafila. Molti non ottengono neanche il permesso, e devono arrangiarsi con quel che è disponibile nei Territori occupati. A Gaza, isolata dal mondo come dal resto della Palestina, spesso non entrano i medicinali a causa del blocco israeliano: figurarsi tentare di trattare una leucemia linfoblastica acuta.
Molti ospedali palestinesi riescono a mandare i pazienti affetti da patologie complicate in Israele, Giordania ed Egitto, e grazie alle organizzazioni non governative a volte riescono perfino ad arrivare in Europa e negli Stati Uniti. “Il ministero manda i pazienti all’estero- racconta Steve – in cura presso strutture private, con dei costi esorbitanti: sono soldi che vanno al di fuori del paese, quindi vanno perduti e qui nulla cambia”.
“Mancava tutto, persino un laboratorio dove effettuare l’esame emocromocitometrico- conclude il dottor Najajreh- ed eravamo costretti a mandare i campioni all’ospedale Hadassah di Gerusalemme o in Giordania per farli analizzare: 800 dollari a esame. Ma in questo reparto ne avremo uno, e potremo servire anche gli altri ospedali della Cisgiordania”. Un esempio positivo e coraggioso, barlume di speranza nell’incertezza sanitaria palestinese. 
Il Palestine Children’s Relief Fund é un’organizzazione internazionale umanitaria indipendente – senza legami con Stati, governi ed organizzazioni politiche – che ha aiutato oltre 1000 bambini malati e feriti provenienti da paesi del Medio Oriente ad essere curati gratuitamente in Nord America, Europa e nel Golfo: cure che non sarebbero state possibili nei loro paesi. Aiutaci a dare un aiuto concreto ai bambini palestinesi  gravemente ammalati. (GIORGIA GRIFONI)

VISITA IL  SITO: http://www.pcrf.net

Fonte: nena-news.com – Data 30.9.11

 

PEDIATRIA: FINO A 500 MILA BIMBI EUROPEI SOPRAVVISSUTI AL CANCRO

GLI ESPERTI, CONTINUERANNO AD AUMENTARE, SERVE ATTENTO MONITORAGGIO
Un piccolo esercito di combattenti, che si ingrossa di anno in anno. Sono i bambini europei sopravvissuti a un tumore: circa 500mila secondo gli esperti intervenuti oggi a Stoccolma al 36esimo Congresso della Società europea di oncologia medica. Un team internazionale – di cui fanno parte anche Paola Pisani dell’Università di Torino e Riccardo Haupt dell’ospedale Gaslini di Genova – che ha cercato di fare il punto sull’epidemiologia dei baby-sopravvissuti. Partendo dall’assenza, in Europa, di dati pubblicati.
Secondo il team “è ragionevole stimare” che i bimbi che hanno battuto un tumore siano da 300.000 a 500.000. “E il loro numero crescerà rapidamente, a causa del continuo miglioramento della sopravvivenza”, spiegano gli oncologi. Sulla base di stime prudenti, gli studiosi prevedono che 8 mila nuovi baby-pazienti si aggiungeranno ogni anno all’esercito dei sopravvissuti. Quanto al tipo di neoplasie sconfitte, questo varia in base ai tassi di successo ottenuti dalle varie terapie contro i tumori pediatrici.

TUMORI: CITTADINANZATTIVA, IN ITALIA DIRITTI NON UGUALI PER TUTTI

Se ci ammaliamo di tumore, non siamo tutti uguali nel nostro Paese.
Prevenzione, lotta al dolore, farmaci e tecnologia sono le aree in cui si registrano le maggiori differenze nelle cure oncologiche garantite dalle Regioni secondo l’indagine condotta dall’Osservatorio di Cittadinanzattiva presentata oggi a Roma.
Anche in questo ambito, come in altri del SSN, la situazione si presenta diversa e variegata di Regione in Regione, soprattutto sul fronte della prevenzione e su quello delle cure palliative, con livelli di offerta molto deboli soprattutto in alcune regioni del Sud.
E se ad esempio, Liguria, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna riescono a coinvolgere nei programmi di screening contro il cancro alla cervice uterina, mammella e colon retto una fetta di popolazione residente inferiore rispetto allo standard definito dal Ministero della Salute.
Lombardia, Molise e Basilicata registrano performance in linea con lo standard. Si distinguono invece in positivo, Toscana, Veneto, Emilia Romagna ed Umbria.
Sul fronte delle cure palliative, Lazio, Basilicata, Puglia, Molise, Marche, Emilia Romagna e Sardegna hanno realizzato ed attivato almeno un posto letto per il trattamento palliativo dei malati terminali ogni 56 deceduti a causa di tumore, come previsto dal Decreto ministeriale n.43 del 22 febbraio 2007. Ben al di sotto dello standard invece Sicilia, Calabria, Campania, Abruzzo e Toscana.
Anche dal monitoraggio dei segretari regionali di Cittadinanzattiva su chi registra il dolore in cartella clinica, emerge una realta’ a macchia di leopardo tra le diverse regioni e tra le Asl della stessa regione. Ai due estremi opposti, si distinguono in negativo Lazio e Liguria che non hanno adottato alcuna forma di monitoraggio regionale, e in positivo Trento, Sicilia, Marche, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana. In Abruzzo, Basilicata, Calabria e Sardegna il monitoraggio del dolore in cartella clinica e’ operativo solo in alcune realta’ aziendali o limitatamente all’assistenza domiciliare (e’ il caso dell’Abruzzo).
Nel 2007 sono stati censiti 150 centri di radioterapia, distribuiti prevalentemente al Nord (68), Sud (44) e al Centro (38). Esistono dotazioni diverse di posti letto per la radioterapia tra le Regioni: circa la meta’ (in termini assoluti) dei posti letto e’ presente in Lazio, Lombardia e Toscana. Andando a leggere la proporzione tra offerta e popolazione, emerge che Trento, Toscana, Friuli hanno dotazioni di posti letto al di sopra della media nazionale; Basilicata, Marche,Bolzano, e Valle d’Aosta non hanno dotazioni di posti letto;Liguria, Campania, Puglia sono sotto la quota di due posti letto per 1.000.000 di abitanti.
Differenze notevoli si registrano anche sul possesso delle apparecchiature tradizionalmente utilizzate nella cura del cancro. E’ il caso degli acceleratori lineari (LINAC): solo 6 regioni su 21 rispettano il parametro europeo di 7/8 acceleratori su un milione di abitanti: Valle d’Aosta, Lombardia, Trento, Friuli Venezia Giulia, Liguria e Umbria.
La Calabria ha una dotazione di poco meno di 3 LINAC per milione di abitanti, seguita da Bolzano, Sicilia, Sardegna, Campania e Puglia, con un rapporto compreso tra 4 e 4,99 acceleratori per milione di abitanti.
Anche l’accesso ai farmaci e’ diversificato di regione in regione: innanzitutto alcune Regioni, prevalentemente Molise, Basilicata e Valle D’Aosta, non includono alcuni farmaci antitumorali nei prontuari regionali, rendendoli di fatto inaccessibili ai cittadini; altre Regioni, in primo luogo Umbria, Veneto, Molise ed Emilia Romagna, pongono delle limitazioni all’uso di alcuni farmaci rispetto a quanto indicato dall’Aifa; in altre realta’, prevalentemente Puglia ed Emilia Romagna, alcuni farmaci sono erogati solo su richiesta motivata personalizzata. Insomma, di fatto, non tutti i cittadini hanno nel nostro Paese eguale accesso ai farmaci per la cura del tumore.

Fonte: (ASCA) – Roma, 29 settembre