Una rete per curare i tumori rari

È pronto per la conferenza Stato-regioni il documento per l’istituzione di una Rete nazionale dei tumori rari, circa 200 patologie oncologiche che insieme rappresentano il 20-25% di tutte le neoplasie

di TINA SIMONELLO

Sono circa 200, eterogenei, diversi tra loro per sede, per organo, per appartato. Sono solidi o del sangue, degli adulti e pediatrici. E sono un problema di salute pubblica. Perché se singolarmente un tumore si dice raro quando ha un’incidenza inferiore ai 6 casi ogni 100mila l’anno, nel loro complesso i tumori rari rappresentano il 20-25% delle neoplasie: grosso modo un quarto del totale. Per rispondere ai bisogni dei pazienti, di quelli che finiscono in questo quarto, è pronto per la conferenza Stato-Regioni uno schema di intesa per l’istituzione di una Rete nazionale dedicata ai tumori rari.

Le ragioni di una rete. “I tumori rari sono in sostanza malattie rare, con specifiche problematiche. È importante che si crei una rete nazionale per queste patologie in stretto collegamento con i sistemi regionali. Abbiamo una rete professionale per i tumori rari solidi dell’adulto: oncologi specialisti in contatto diretto tra loro. Ma, per fare un vero salto di qualità, e anche di quantità, occorre ora una rete strutturata, finanziata in modo adeguato, che preveda un riconoscimento delle prestazioni in rete, dei consulti a distanza, un riconoscimento del tempo medico”, dice Paolo G. Casali, direttore della struttura complessa di Oncologia medica 2, Istituto Nazionale Tumori di Milano, associato di Oncologia medica all’Università del capoluogo lombardo e membro del Gruppo tecnico sui tumori rari istituito presso il Ministero della Salute già dal 2013.

Sopravvivenza più bassa, cosa significa? Oggi a convivere con una diagnosi di tumore raro nel nostro paese sono circa 900mila persone, che possono contare su una sopravvivenza del 55% a 5 anni, inferiore di 13 punti percentuali a quella rilevata per le patologie oncologiche frequenti, che è del 68% (dati Aiom-Airtum, I numeri del cancro, 2016). Una sopravvivenza che peraltro, a un anno dalla diagnosi, diminuisce più marcatamente di quella dei tumori comuni: un dato che stando allo stesso testo dello schema di intesa ‘è consistente con l’idea che i trattamenti per i tumori rari sono meno efficaci di quelli per i tumori più comuni’. “Ma non bisogna confondere le percentuali con lo specifico caso singolo”, tiene a sottolineare Casali: “Le diagnosi di tumore, in questo caso di tumore raro, sono diversissime l’una dall’altra: abbiamo forme rare che sono guaribili quanto o più delle forme comuni. Basti pensare ai grandi progressi dell’oncologia pediatrica negli anni 70-80. I pediatrici sono tutti tumori rari, ma la sopravvivenza in questo campo ha fatto grandissimi passi in avanti in pochi decenni. Nel campo delle forme rare si stanno facendo progressi nell’uso dei farmaci a bersaglio molecolare o dell’immunoterapia”.

La domanda del paziente: dove vado? Tuttavia la rarità implica criticità. “Per queste patologie – riprende l’esperto, che è anche coordinatore della Joint Action dell’Unione europea sui tumori rari – c’è meno expertise, meno competenza sul territorio, la distribuzione della conoscenza è meno capillare. Il vero problema del paziente dopo la diagnosi è rispondere alla domanda ‘dove vado?’. Con una rete che garantisse accesi diffusi sul territorio sarebbe finalmente il sistema sanitario a indicargli il percorso, a indirizzarlo al centro accreditato per la sua patologia che risponda meglio ai suoi bisogni. La rarità – riprende Casali – implica anche più difficoltà nella ricerca, perché si fa più fatica ad allestire studi clinici con pochi casi a disposizione. Una rete favorirebbe anche questo, consentirebbe studi su casistiche più numerose”.

Obiettivi, nodi e telemedicina.  Ecco, appunto, cosa potrà favorire la rete? O per dirla in altri termini: quali sono gli obiettivi della Rete nazionale dei tumori rari così come è stata pensata? In sintesi, il primo obiettivo è dare risposta ai bisogni del paziente, creando sul territorio accessi diffusi e accreditati dalle regioni. Il secondo: potenziare la collaborazione tra le istituzioni (università, ospedali, Irccs…). Poi, ottimizzare gli investimenti delle regioni. Quindi aumentare la capacità di informare il paziente e la sua famiglia. Infine, sostenere innovazione e ricerca. I centri, definiti i nodi della rete, il cui coordinamento sarà a cura di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, saranno o user o provider, e comunicheranno tramite telemedicina. I provider, scelti in base alle competenze funzionali e a seconda delle patologie, fornirebbero teleconsultazioni cliniche e patologiche ai primi, gli user. Per preservare un buon grado di flessibilità sono previste tre reti professionali di provider: una per i tumori pediatrici, che rappresentano l’uno% di tutti i nuovi casi di tumore, una per i tumori ematologi, il 5%, e una per i tumori solidi dell’adulto, che sono il 15%.

Là dove c’è esperienza. “I tumori rari vanno trattati dove c’è esperienza, perché un sarcoma non è come un tumore frequente: sono altri numeri”, sottolinea Casali: “È importante allora che alcune fasi del percorso terapeutico siano centralizzare: la diagnosi patologica, che è un momento cruciale, il trattamento chirurgico nel caso di diversi tumori solidi, la decisione clinica strategica per il percorso del paziente. Altri aspetti invece si possono affrontare vicino a casa propria. In questo nuovo schema, le regioni dovranno supportare adeguatamente i centri provider, il cui lavoro aumenterà notevolmente. Il lavoro in rete richiede risorse aggiuntive, il tempo medico aggiuntivo va finanziato: spero siano previsti meccanismi di finanziamento realmente efficaci. In passato non si è riusciti a farlo, ma oggi – conclude l’esperto – se la Conferenza Stato-Regioni approverà il nuovo progetto, ci contiamo davvero”.

repubblica.it     10.4.17

Dall’invecchiamento precoce ai disturbi cardiaci, gli effetti collaterali delle cure anti-cancro sui giovani

Uno studio pubblicato sul Journal of National Cancer Institute, condotto su un campione di oltre 7mila ex malati di tumore tra i 18 e i 49 anni, sostiene: i 18-29enni con alle spalle una storia oncologica hanno una qualità di vita media, correlata alla salute, simile a quella misurata tra i 40-49enni non ex pazienti
di TINA SIMONIELLO
I GIOVANI di 18-29 anni che da bambini hanno avuto un tumore e sono guariti dalla malattia hanno una qualità della vita correlata alla salute simile a quella riscontrata tra persone di mezza età che non hanno avuto la loro stessa storia clinica. E la colpa per così dire, non è del cancro di per se stesso, ma delle conseguenze a lungo termine dei trattamenti – chemioterapia, radioterapia o chirurgia – a cui questi ex pazienti sono stati sottoposti da bambini per sconfiggere la malattia. Uno studio, pubblicato sul Journal of National Cancer Institute, condotto da ricercatori della Dana-Farber/Boston Children’s cancer and blood disorders center e della Harvard school of public Health, ha misurato, e anche espresso in termini numerici, la condizione dei lungo-sopravviventi al tumore pediatrico indagando un campione di oltre 7000 ex pazienti tra i 18 e 49 anni partecipanti al Childhood cancer survivor study, un vasto studio multicentrico che coinvolge negli USA più di 14 mila sopravvissuti al cancro infantile diagnosticato prima dei 21 anni, tra il 1979 e il 1986.
A 20 anni come a 40. I risultati? Nei lungo-sopravviventi il decremento della qualità della vita, un processo che di regola va di pari passo con l’invecchiamento, è sensibilmente precoce. Stando all’indagine, i 18-29enni con una storia oncologica hanno una qualità della vita media correlata alla salute che gli autori dello studio, basandosi su una scala che va da zero a 1 (dove 1 per perfetto stato di salute e zero per decesso), hanno espresso con un punteggio pari a 0.78: un valore simile a quello misurato tra i 40-49enni non ex pazienti. E anche un valore che diminuisce all’aumentare delle condizioni di cronicità. Più in dettaglio: i “sopravvissuti” di qualunque età che non riferivano di avere nessuna malattia cronica hanno in media un punteggio di 0.81, quelli con due patologie croniche di 0.77, chi invece ha riportato tre o più condizioni di cronicità di 0.70. Il punteggio di chi non ha condizioni di cronicità era paragonabile a quello di chi non ha avuto un tumore. La variabile chiave insomma, o più semplicemente il fattore che determina la sensazione, e la condizione in effetti, di benessere negli individui in studio è dunque la presenza o l’assenza di patologie croniche. Nei confronti delle quali, chi ha affrontato trattamenti contro il cancro da bambino o adolescente è, come sottolineano gli autori dello studio, più a rischio. Parliamo di disturbi cardiaci, malattie a carico del sistema endocrino, infertilità. Oggi anche l’80% dei bambini che vengono diagnosticati con tumore possono contare su una sopravvivenza a cinque anni. Ciononostante, a compromettere questo grande successo iniziale ottenuto nei confronti della malattia, c’ è il dato secondo il quale il 40 % circa degli ex pazienti – si legge nello studio – affronta una qualche cronicità, più o meno severa, nel corso della vita.
Passi avanti ed effetti tardivi. “Le stime dicono che nel 2000 un giovane adulto su 900 tra i 16 e i 34 anni era un sopravvissuto al tumore, oggi si parla di un guarito ogni 450. E che attualmente in Europa ci siano 300-500mila lungo-sopravviventi, e più di 30mila in Italia. Grandi passi avanti, in tempi relativamente brevi, ottenuti grazie al progressivo miglioramento dei protocolli terapeutici per l’età pediatrica e adolescenziale”, dice Franca Fagioli, presiedente di Aieop, Associazione italiana di ematologia e oncologia pediatrica che aggiunge: “Tuttavia, a fronte di questi dati incoraggianti, è noto che i trattamenti oncologici somministrati nel momento particolare della crescita possono determinare patologie croniche anche a distanza di anni o effetti tardivi che possono influire sulla qualità e quantità di vita dei lungo-sopravviventi. Gli effetti tardivi non si manifestano però in tutti i pazienti, l’intensità e la probabilità che lo facciano dipendono dal tipo di tumore, dalla dose e dal tipo di chemioterapia o radioterapia, da eventuali interventi chirurgici, e dall’età del trattamento”. Il problema dei pazienti off therapy (che cioè hanno concluso le cure, ndr), in termini di qualità di vita sarà uno dei temi del prossimo congresso nazionale Aieop del 22-24 maggio a Verona.
“Abbiamo in Italia 3 milioni di sopravvissuti al cancro. C’è dunque una grande sensibilità di tutta l’oncologia italiana, in quella pediatrica come in quella per gli adulti, nei confronti della tossicità a lungo termine dei trattamenti oncologici, sul piano clinico e di quello psicosociale e sulla survivorship care in generale – conferma Carmine Pinto, presidente di Aiom, l’Associazione italiana di oncologia medica .Va detto che sebbene ancora non possiamo conoscerne gli effetti a lungo termine visto che parliamo di farmaci come gli anticorpi monoclonali in uso da 4-5 anni, i trattamenti attuali sono meno tossici e più efficaci di quelli del passato”.

repubblica.it 17.5.16

Nel Lazio il 70% degli adolescenti consuma alcol. Rischio tumori in crescita

ROMA – In Italia beve il 65% dei 15enni, il 25% dei 13enni e il 12% degli 11enni ma nel Lazio le percentuali crescono. L’Aiom avverte: il consumo in età adolescenziale aumenta il rischio di tumori. L’assessorato alla Roma produttiva della capitale: “Intervenire sulla vendita nelle frutterie e nei mini-market”

Dati allarmanti quelli del consumo di alcol tra gli adolescenti, ancora più se si pensa che il rischio di sviluppare un tumore aumenta tra i giovani bevitori. La denuncia arriva dall’Associazione italiana di oncologia medica e fa riferimento ai dati sull’uso di alcolici, che vedono nel Lazio in testa sulla media nazionale con il 73% tra i 15enni. Non si fa attendere la risposta dell’assessorato alla Roma produttiva che annuncia provvedimenti: “Stiamo lavorando a un’ordinanza che punta da una parte, a evitare il consumo di alcolici su suolo pubblico, dall’altra a intervenire sulla vendita di alcolici da parte dei minimarket e frutterie”.

Lazio: numeri sopra la media

Gli adolescenti e i ragazzi residenti nella regione Lazio consumano quantità di alcol superiori rispetto alla media nazionale dei loro coetanei: lo consuma il 73% dei 15enni, il 30% dei 13enni e il 14% degli 11enni, contro, rispettivamente, il 65%, 25% e 12%.

L’avvertimento dell’Aiom: rischio tumori in crescita

Dati allarmanti perchè, sottolinea l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), il consumo di alcol in giovane età può provocare numerosi effetti avversi dovuti al fatto che gli organismi ancora in sviluppo non sono in grado di assimilare l’alcol. Inoltre, un forte consumo di alcolici può provocare danni al fegato conducendo al tumore.

La prevenzione: testimonial il centrocampista della Lazio Candreva

L’Aiom organizza da quattro anni una campagna per la prevenzione. Quest’anno il testimonial è il centrocampista della Lazio Antonio Candreva.”Vogliamo far capire ai nostri giovani che la prevenzione del tumore inizia da adolescenti – ha sottolineato Cognetti direttore del dipartimento di Oncologia medica dell’Istituto nazionale tumori – perchè l’importanza di un corretto stile di vita, fin da ragazzi, è ampiamente dimostrata nella prevenzione oncologica. Il 40% dei decessi per tumore, infatti, è causato da fattori di rischio potenzialmente modificabili”.

Ambiente e tumori quale correlazione

PADOVA – L’associazione italiana di oncologia medica, insieme alla società italiana di medicina generale, con il patrocinio dell’Azienda Ospedaliera dell’Università di Padova, terrà un interessante convegno sul rapporto tra ambiente e tumori, l’11 maggio, sabato prossimo, a Padova. Lo studio della correlazione tra ambiente e tumori (cancerogenesi ambientale e professionale) costituisce un importante settore dell’oncologia, ai fini delle scelte di politica sanitaria e ambientale

L’incidenza dei tumori sta registrando, purtroppo, una crescita in tutto il mondo. La studio delle cause e la prevenzione primaria rappresentano oggi gli strumenti necessari per il tentativo di contenere tale malattia. Gli studi, la ricerca di base, i meccanismi di trasmissione dei tumori infantili (trans placentare e trans generazionale), le possibili relazioni dei tumori con i metalli pesanti, con le diossine, con gli alimenti e con i connessi rischi degli additivi alimentari, con i pesticidi e, infine, con l’inquinamento dell’acqua, rappresentano il patrimonio e il contributo della ricerca sull’espansione dei tumori. Acciaierie, Centrali termoelettriche a carbone, inceneritori, traffico veicolare e un atteggiamento, a volte colpevolmente censorio, degli organi di vigilanza, controllo e regolamentazione, su conoscenze riguardanti sicuri cancerogeni, come l’amianto, il benzene, l’aspartame, il clorulo di vinile, i policlorobifenili e infine il cocktail di ormoni sintetici hanno, probabilmente, concorso molto nel generare la situazione in cui ci troviamo.Nel nostro Paese, non considerando il fattore invecchiamento, i tumori sono cresciuti sia per gli uomini sia per le donne. Il dato inquietante è rappresentato dall’aumento dei tumori tra bambini e adolescenti “fra zero e 14 anni si è registrato, nel nostro paese, nel periodo 1988-2002, un aumento medio percentuale annuo d’incidenza, per tutti i tumori, del 2%, quasi il doppio rispetto alla media europea che è dell’1.1%; nei primi 12 mesi di vita l’incremento annuo è addirittura del 3.2%! Fra le neoplasie (0-14 anni) in cui si registra il maggior incremento in Italia vs Europa vi sono i linfomi (+4.6% vs + 0.6%) e leucemie (+1.6% vs + 0.6%).

Tali andamenti, non spiegabili né con stili di vita, né con miglioramenti diagnostici, devono indurci a riflettere sul rischio rappresentato dalla crescente esposizione dell’infanzia ad agenti tossici, mutageni e cancerogeni presenti nel nostro habitat.” (fonte: dott.ssa Patrizia Gentilini su dati Pub-Med). Su Nature, di sei anni fa, Harper scrisse “Il nostro ecosistema è ormai un esperimento chimico biologico, in cui siamo contemporaneamente coloro che sperimentano e coloro che lo subiscono, solo il tempo dirà se questo esperimento è ben condotto, come noi speriamo”. Osserviamo che più di 300 anni fa un medico italiano, che insegnava nell’Università di Padova, Bernardino Ramazzini, nel suo lavoro “De morbis artificum diatriba“ presentava il primo studio sul rapporto tra cancro ed esposizioni agli inquinanti ambientali e alle sostanze tossiche.

Le prove, sulle cause del cancro, ancora oggi non trovano né risposte del legislatore (norme e risorse finanziarie) e nemmeno in ampi settori del mondo accademico, forse fin troppo ostaggio dei ricatti/ “cattura” di un’industria, dove probabilmente la vita dell’uomo rappresenta una “esternalità“, ma si ottennero già nel Congresso di Bruxelles del 1936. L’epidemiologa americana Devra Davis, nel suo “The secret History of the War of Cancer”, scrive che quel Congresso rappresentò “Un vero e proprio progetto Manhattan sul cancro”: la Davis ha creato il primo centro di cancerologia ambientale presso l’Università di Pittsburgh. In quel Congresso si comprese che la causa principale della crescita del cancro era l’esposizione agli agenti chimici. La guerra, scatenata dall’industria chimica, verso scienziati e ricercatori che conservavano la propria dignità professionale difendendo la salute pubblica, fu violenta e senza esclusione di colpi, impegnando grandi quantità di risorse.

Abbiamo più volte parlato su questa testata delle interferenze, omissioni, falsificazione di dati da parte di alcuni ricercatori e accademici, assoldati con il preciso fine di fine di delegittimare, smantellare, le ricerche che dimostravano la nocività e il rischio di una molecola chimica. A tutto questo si è recentemente aggiunto un dettagliato dossier di un medico inglese, che denuncia l’illusione che i cittadini si fanno intorno alla sicurezza e all’efficacia dei farmaci, basata su test imparziali e affidabili.

Nulla di tutto ciò! L’industria farmaceutica sarebbe afflitta da corruzione, e su scala globale il business dei farmaci è pari a 600 mld di dollari! Secondo il medico citato, i test clinici sui farmaci sono condotti su un numero ridotto di pazienti, poco rappresentativi e analizzati con metodi che esaltano solo gli effetti positivi. La legge consente all’industria farmaceutica di tenere nascosti i dati negativi, così ai medici arriva solo un’immagine alterata del medicinale. Infine i medici ricevono le informazioni sui farmaci da riviste scientifiche, di proprietà dell’industria farmaceutica, da rappresentanti e da corsi di aggiornamento tenuti da altri medici, pagati dalle aziende farmaceutiche stesse.

Il Rapporto attinge a eventi e a ricerche varie, e rivela la storia inquietante che riguarda statine, farmaci anticancro, pillole dietetiche, il famoso vaccino contro l’influenza aviaria e un antidepressivo come la paroxetina per adulti, prescritto anche ai bambini, e quando i test ne hanno dimostrato l’inefficacia e gli effetti collaterali, l’azienda produttrice ha omesso di comunicarne i risultati. Ancora una volta la legge della giungla trova scientifica applicazione in sistemi sociali in cui, ipocritamente, si parla di democrazie e di diritto, provocando una falcidia di vite umane nel nome di un presunto progresso, che maschera l’interesse meramente monetario di pochi spregiudicati affaristi che decidono le sorti del mondo.

Fumo, sesso e alcol: più tumori tra i giovani. Allarme degli oncologi

Fumo, alcol, sedentarietà, alimentazione sbilanciata, eccessiva esposizione al sole e alle lampade solari, sesso non protetto e doping. Gli oncologi li definiscono i ‘7 vizi capitali’,ovvero cattivi stili di vita che stanno contagiando sempre di più i giovani. E le conseguenze sono già sotto gli occhi di tutti: ci si ammala prima rispetto a soli venti anni fa. Infatti, per varie forme di tumore si è abbassata l’età di insorgenza.

A lanciare l’allarme sono gli oncologi dal XIV Congresso Nazionale dell’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM) in corso a Roma: i giovani, avvertono, sono sempre più a rischio di ammalarsi di tumore poichè ignorano la prevenzione. Bastano alcuni esempi, rilevano gli esperti, per comprendere il ‘pesò che i cattivi di stili di vita possono avere nel favorire in alcuni casi lo sviluppo di un tumore: Negli ultimi 10 anni, il melanoma è aumentato del 30%, con 7.000 nuovi casi e 1.500 decessi l’anno. I più colpiti sono proprio i giovani: oggi un paziente su 4 ha meno di 30 anni, mentre 10 anni fa i malati under-30 erano uno su 20. Tra le cause, affermano gli specialisti, anche l’eccessiva esposizione al sole o alle lampade solari. Ancora: la liberalizzazione dei costumi sessuali ha provocato un aumento, soprattutto nei giovani, dell’insorgenza dei tumori alla cavità orale, che In Italia contano 10-12 mila casi nuovi l’anno.

Per la prima volta, inoltre, una recente ricerca della Washington University School of Medicine di St.Louis (Usa) ha dimostrato una correlazione tra il consumo eccessivo di alcol e l’aumento dell’insorgenza di tumori alla mammella nelle giovani donne con storia familiare legata a tale patologia. Oggi, afferma il presidente Aiom Stefano Cascinu, «un ragazzo su 4 fuma 20 sigarette al giorno, un diciottenne su 7 si ubriaca nei weekend, il 20% dei giovani è sedentario, il 36% obeso. Ma i teenager ignorano che il 40% dei tumori si previene fin da giovani, adottando semplicemente stili di vita più sani. È un quadro certamente desolante e drammatico, che ci impone scelte precise». Come quella, spiega, «di andare in modo massiccio nelle scuole a spiegare che il cancro lo si combatte in classe, e lo faremo con i grandi calciatori delle squadre di serie A». È infatti appena partita la terza edizione della campagna ‘Non fare autogol’: i calciatori, insieme agli oncologi, diventano professori per un giorno, insegnando agli adolescenti come seguire stili di vita corretti. L’iniziativa coinvolgerà quest’anno tutte le 20 squadre della serie A. Un vero e proprio ‘tour’ di prevenzione oncologica per la Penisola che toccherà 16 città, dopo le prime due fortunate edizioni. A scuola, purtroppo, sottolineano gli oncologi, «si parla troppo poco di questi argomenti: sappiamo che soltanto il 12% degli studenti è informato. Ma al 90% di loro piacerebbe saperne di più». ‘Non fare autogol’ gode del patrocinio di Presidenza del Consiglio dei Ministri, Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI), Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) e Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI). La terza edizione del progetto è resa possibile da un educational grant di Bristol-Myers Squibb. Gli incontri nelle scuole verranno trasmessi per la prima volta in diretta su Rai Sport, sia sul digitale terrestre che online. Sono mille, finora, gli istituti scolastici che hanno chiesto di partecipare.

Prevenzione tumori fra i giovani con la campagna Non fare autogol

Al via la terza edizione della campagna ‘Non fare autogol’, per la prevenzione dei tumori fra i giovani, promossa dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM). La campagna è rivolta agli adolescenti, ed ha coinvolto il mondo dello sport, per spiegare loro che la prevenzione dei tumori parte da un corretto stile di vita che va adottato fin da giovanissimi.

Sotto accusa soprattutto il fumo, i ragazzi cominciano a ricorrere alla sigaretta soprattutto in giovane età, basti pensare che il 16 per cento dei ragazzi e il 22 per cento delle ragazze iniziano a fumare tra i 14 e i 15 anni, non sapendo che il fumo è uno dei fattori di rischio più diffusi. Chi comincia così giovane con le sigarette, triplica il rischio tumori da adulti, soprattutto cancro al polmone, rispetto a chi comincia dieci anni più tardi. Del resto, le ricerche lo dicono, fumo e alcol da giovani, sono altamente dannosi per la salute da adulti.

Per sensibilizzare i teenagers, per insegnar loro come tenersi alla larga dai tumori, sono stati coinvolti anche personaggi del mondo del calcio, l’iniziativa è sostenuta dalla Presidenza del Consiglio, CONI, FIGC e FMSI. Così, Antonio Nocerino, campione rossonero, è salito in cattedra per un giorno all’Istituto Vilfredo Pareto di Milano, per parlare con gli studenti in occasione della prima tappa del progetto ‘Non fare autogol’:

Se si parla di salute non c’è da scherzare, anche per un napoletano verace come me. Quindi ragazzi, non fumate! Non serve a nulla e vi fa solo male. Se sono arrivato fin qui lo devo a una vita di sacrifici e rispetto delle regole. Sono valori che metto in pratica tutti i giorni e che cerco di trasmettere a chi mi sta intorno. Oggi tocca a voi!.

Azione d’attacco contro il cancro Giovani e tumori. Una campagna lanciata nel 2011 dai medici dell’AIOM

Azione d’attacco contro il cancro. Giovani e tumori. Una campagna lanciata nel 2011 dai medici dell’AIOM mira a sensibilizzare i ragazzi a comportamenti sani attraverso l’esempio dei loro campioni.

Il calciatore del palermo Fabrizio Miccoli durante un intervento nell’ambito della campagna dell’AIOM contro il tumore.Buonissimi i risultati della prima fase della campagna “Non fare autogol, gioca d’attacco contro il cancro”, lanciata nel 2011 dai medici dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), che ha organizzato un vero e proprio tour nelle scuole d’Italia, in compagnia dei calciatori della serie A, per insegnare ai giovani come proteggersi contro i maggiori fattori di rischio per i tumori quali fumo, alimentazione scorretta, sedentarietà, rapporti sessuali non protetti, sole e lampade abbronzanti, alcol e dipendenze, doping.

Un progetto ambizioso: attraverso il linguaggio universale dello sport è stato veicolato il valore della salute e il coinvolgimento di grandi campioni di serie A ha reso più incisivo il messaggio dato a fianco degli oncologi per perseguire un corretto stile di vita. Nella prima edizione, svoltasi in primavera, sette istituti di istruzione secondaria di sette capoluoghi di regione hanno ospitato l’evento e circa 2.000 studenti hanno preso parte con interesse agli incontri formativi, seguiti anche su Internet da migliaia di giovani. I risultati di questa iniziativa sono positivi e incitano a proseguire: il 94% dei ragazzi ha apprezzato l’intervento, e la metà si è addirittura augurata che possa diventare un appuntamento fisso in classe.

Ma sul fronte informazione occorre fare di più:  il 71% degli adolescenti ha dichiarato di non aver mai ricevuto alcuna formazione in proposito, solo il 17% ne ha parlato in famiglia, appena il 12% a scuola. Ad esempio, è emerso che un terzo degli intervistati non è al corrente del legame fra fumo ed alcol e la possibilità di sviluppare i tumori. «Siamo convinti che queste iniziative non possano rimanere isolate e che l’educazione alla salute debba entrare a far parte dei programmi di studi», ha commentato il presidente AIOM Carmelo Iacono. «Per questo la nostra campagna proseguirà, sul web e in altre città e scuole, dove è stata accolta con grande entusiasmo da insegnanti e presidi. L’obiettivo è rendere gli stessi adolescenti protagonisti ed ambasciatori dei valori della prevenzione».

I 7 “autogol” più pericolosi per il cancro vanno dunque debellati fin dall’età giovanile: fumo, alcol, dieta scorretta, sedentarietà, sesso non protetto, droga e doping sono fattori di rischio da tenere rigorosamente sotto controllo. I dati scientifici dimostrano, infatti, che lo stile di vita nei primi 20 anni è più importante dei fattori genetici rispetto al rischio di ammalarsi di cancro in futuro. In Italia, si registrano oltre 250.000 nuovi casi di tumore all’anno e purtroppo sta scendendo l’età media di neoplasie molto diffuse come quella al seno o il melanoma. L’adolescenza, dunque, rimane un target prioritario per la sensibilizzazione che raggiunge i migliori risultati se fatta con lo stesso linguaggio dei ragazzi.

Un opuscolo a vignette con le caricature dei calciatori e la possibilità di seguire l’iniziativa su Facebook, dove è stato attivato un concorso che ha messo in palio, settimana dopo settimana, le t-shirt autografate dei campioni, sono risultate le armi vincenti. E la sensibilità dei giovani, se ben attivata, è fortissima: l’80% è stato d’accordo con la proposta lanciata da AIOM di aumentare di 1 euro il prezzo di ogni pacchetto di sigarette, da un lato per ridurne il consumo fra i ragazzi, dall’altro per devolvere i soldi risparmiati al potenziamento delle oncologie italiane che servirebbe, ad esempio, a ridurre le liste d’attesa. «Si potrebbero ricavare 4,5 miliardi l’anno», ha spiegato Iacono. A breve sarà pubblicato nel sito www.nonfareautogol.it il nuovo calendario degli eventi, con la possibilità da parte delle scuole di inviare la loro candidatura per partecipare alla seconda edizione del progetto. L’iniziativa, sostenuta dall’azienda Boehringer-Ingelheim, ha ottenuto il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del CONI, della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) e della Federazione Medico Sportiva.     (Alessandra Turchetti)

Tumori: e’ tabu’ tra giovani, per 7 su 10 nessuna informazione

Otto calciatori come testimonial su prevenzione, non fare autogol
Il cancro si previene da giovani ma nessuno spiega ai ragazzi come fare: il 71% non ha mai ricevuto informazioni in proposito, solo il 17% ne ha parlato in famiglia, appena il 12% a scuola. Le conseguenze sono una forte ignoranza sui fattori di rischio, da fumo e alcol (un terzo non crede abbiano legami con i tumori) fino alla sedentarietà (il 43% la sottovaluta).
Per sopperire a questa ignoranza i medici dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) hanno lanciato nel 2011 il progetto ”Non fare autogol”: un tour per l’Italia, in compagnia dei calciatori della serie A, per insegnare agli studenti come proteggersi. Il segreto del successo del progetto e’ il coinvolgimento degli idoli sportivi come testimonial: Pato, Gilardino, Miccoli, De Sanctis, Legrottaglie, Palombo, Chiellini e Perrotta.
Campioni che si sono messi in gioco per spiegare come difendersi dai 7 ”autogol” più pericolosi: fumo, alcol, dieta scorretta, sedentarietà, sesso non protetto, droga e doping. In una decina di tappe hanno incontrato circa 2.000 alunni e decine di migliaia di giovani hanno seguito la campagna su internet (www.nonfareautogol.it). I risultati, presentati oggi al Congresso nazionale in corso a Bologna, danno ragione agli oncologi: ”Il 94% dei ragazzi ha apprezzato il nostro intervento, di questi la metà si augura possa diventare un appuntamento fisso in classe”, commenta il presidente AIOM, prof. Carmelo Iacono.
L’iniziativa resa possibile da un sostegno dell’azienda Boehringer-Ingelheim, ha ottenuto il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del CONI, della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) e della Federazione Medico Sportiva Italiana.

Fonte: ansa.it – 07 novembre

Tumori, immigrati più a rischio

Le diagnosi arrivano troppo tardi. Gli stranieri colpiti da cancro muoiono più degli italiani, ma non perchè colpiti da forme tumorali più aggressive, solo perchè la malattia viene scoperta in ritardo. A lanciare l’allarme è l’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM). Per affrontare il problema parte il primo progetto nazionale multietnicodi VALERIA PINI  
ROMA – La salute degli immigrati diventa più fragile vivendo nel nostro Paese. Gli stranieri colpiti da un cancro muoiono più degli italiani. Non perchè la malattia sia più aggressiva, ma perchè viene scoperta in ritardo, fino a 12 mesi dopo. A lanciare l’allarme i dati dell’Associazione italiana di oncologia medica  1(Aiom). “Vediamo un aumento dei tumori più direttamente correlati a stili di vita sbagliati, polmone, testa-collo, colon-retto, stomaco, e al mancato accesso allo screening: collo dell’utero, seno e ancora colon retto – spiega l’oncologo Carmelo Iacono dell’Aiom -. Questo si traduce in diagnosi tardive, che arrivano quando la neoplasia è in fasi più avanzate e quindi più grave. In questa popolazione c’è poi un’incidenza maggiore di cancro al fegato, che ha origine, in gran parte dei casi, da cirrosi, dovute a forme di epatite B cronica ed è quindi più frequente in popolazioni che non hanno ricevuto la vaccinazione contro il virus, hanno vissuto in ambienti in cui questo prolifera o presentano altri fattori predisponenti come, ad esempio, rapporti non protetti, abuso di alcol…”.
Le difficili condizioni di vita. Sullo stato di salute dei migranti pesano anche le difficili condizioni di vita. Oltre il 30% dei tumori è direttamente collegato ad una dieta scorretta. Abitare in ambienti umidi porta ad ammalarsi più facilmente. Chi fuma ha 23 volte più
probabilità di ammalarsi di cancro al polmone, rispetto a chi non lo fa. In Italia gli immigrati sono 4.570.317, il 7,5% della popolazione. Un numero in costante crescita (sono 335mila in più rispetto al 2010, +7,9%) e con un peso sempre più rilevante nei reparti di oncologia medica. Per questo Aiom ha deciso di attivare il primo progetto nazionale multietnico dal titolo “Problematiche oncologiche nei migranti: dall’emergenza alla gestione”.
Il problema della lingua. Fra i problemi che gli stranieri affrontano per curarsi nel nostro Paese, c’è anche quello della lingua. Il progetto prevede la realizzazione di opuscoli informativi in diverse lingue da diffondere in collaborazione con altre Società scientifiche. E sul web, nel sito www.aiom.it 2, verrà attivata un’area dedicata con un’attenzione particolare per i ragazzi. I minorenni stranieri nel nostro Paese sono 932.675, di cui 572.720 nati in Italia. “Dobbiamo insistere sulla prevenzione, in particolare attraverso il coinvolgimento delle “seconde generazioni” – continua Marco Venturini, presidente dell’Aiom -. Si tratta di cittadini che parlano la nostra lingua, crescono in Italia, fanno da tramite per la traduzione, la comunicazione, l’informazione ai genitori e rappresentano una risorsa insostituibile come fautori del cambiamento culturale all’interno del nucleo familiare”.
La prevenzione. “L’adesione agli screening è altrettanto importante – spiega Iacono – si pensi che la mammografia può ridurre del 25% la mortalità. L’accesso a questo esame è ancora insufficiente nel nostro Paese, è in media del 55% (su 2 donne invitate solo una accetta), con un divario tra Centro-Nord e Sud dove i livelli di adesione sono al 40%. Nelle donne straniere il dato è ancora fortemente inferiore. Senza contare il dramma dell’immigrazione irregolare, che sfugge alla nostra percezione e che non accede ad alcun tipo di controllo preventivo. E’ una nostra priorità annullare queste differenze”.

Fonte: repubblica.it – 04 novembre 2011

Cure personalizzate: stiamo cercando il Santo Graal?

Farmaci intelligenti e target therapies, riservati a pochi e costosissimi, sono davvero il futuro dell’oncologia?
STOCCOLMA – La domanda è quanto mai d’attualità e in apertura del Convegno europeo multidisciplinare di oncologia se la sono posta anche due big a livello mondiale: José Baselga, direttore del Dipartimento di oncologia al Massachusetts General Hospital di Boston, e Gordon Mills, responsabile della struttura di Biologia alla University of Texas MD Anderson Cancer Center.
Target therapies e «farmaci intelligenti» sono come un mantra quando si parla di oncologia. Da quando nel 2000 è stato mappato l’intero genoma umano gli occhi dei ricercatori sono puntati sui difetti genetici che causano i tumori. Nel 2006 è stato lanciato il progetto Cancer Genome Atlascon l’ambizioso proposito di catalogare tutte le mutazioni responsabili di tutte le forme di cancro e dei circa 23mila geni che compongono il genoma umano si iniziano a conoscere quali sono coinvolti nelle diverse neoplasie (fra gli altri, Brca1 e Brca2 per i tumori del seno e dell’ovaio, Ras per il tumori di pancreas e colon, Pml-rar per la leucemia acuta, Bcr-abl per la leucemia mieloide cronica, recettori Alk e Egfr per il polmone). Una prospettiva attraente che permettere di sviluppare costosissimi test per individuarle e altrettanto dispendiosi farmaci a bersaglio molecolare (armi puntate contro i difetti responsabili della malattia) capaci risparmiare le cellule sane dell’organismo. Obiettivo finale: scegliere trattamenti ad hoc per la specifica forma di tumore del singolo paziente, il più efficaci e meno tossici possibile.
I MOLTI VANTAGGI DELLE CURE PERSONALIZZATE – «Una rivoluzione in atto, una svolta» per chi, come José Baselga, crede fermamente che il futuro delle cure anticancro sia nella medicina personalizzata. «Conoscere il background biologico della malattia – ha detto – significa poter progredire nella diagnosi, nella prognosi e nelle terapie. Avere a disposizione target therapies efficaci significa anche poterle integrare con gli altri trattamenti come la radioterapia e la chirurgia, migliorandone i risultati e ottimizzando l’approccio multidisciplinare contro il tumore». I primi esempi, dicono i sostenitori, sono già disponibili: moltissimo si può fare oggi in fase diagnostica, perché se un malato presenta determinate mutazioni è possibile in parte predire la sua reazione a determinate cure. E, ancora, se si riduce il tumore con i farmaci a bersaglio molecolare si può poi intervenire anche in pazienti con una neoplasia metastatica, per i quali in precedenza si poteva fare ben poco. «Si minimizzano gli effetti collaterali e si punta al miglior risultato possibile» ha aggiunto Baselga.
I DUBBI E I COSTI ENORMI – «Di fronte a tutte queste promesse, prima che le cure personalizzate vengano introdotte come cure standard, serve ancora moltissimo tempo e non si possono tralasciare importanti obiezioni – ha replicato Gordon Mills -. Intanto, a fronte di indubbie conquiste raggiunte finora dalle target therapies bisogna considerare che sono disponibili solo per una minima parte dei pazienti. Inoltre, frequentemente, anche chi risponde a questi trattamenti lo fa troppo spesso per un breve periodo, prima che il tumore trovi il modo di resistere sviluppando altre mutazioni. Tutto ciò a fronte di costi immensi: i test diagnostici e i medicinali personalizzati ad oggi disponibili hanno prezzi (di ricerca e di mercato) ingenti, soprattutto se si considera che ciascuno è poi utile soltanto in una piccola percentuale di casi». Una spesa eccessiva per risultati transitori e riservati a troppe poche persone, ha concluso Mills, sottolineando che il numero dei successi è di gran lunga superato da quello di clamorosi fallimenti.
LA RISPOSTA ITALIANA – Dunque, stiamo spendendo troppe risorse ed energie alla ricerca di sofisticate ed elitarie terapie personalizzate? Oppure la tortuosa strada della ricerca anticancro deve necessariamente passare da qui, costi quel che costi? «Ci stiamo occupando troppo di bersagli molecolari e troppo poco dei pazienti – risponde Paolo Marchetti, ordinario di Oncologia alla Sapienza di Roma e membro del consiglio direttivo dell’Aiom (l’Associazione italiana di oncologia medica) -. E’ sicuramente giusto puntare a migliorare la diagnosi precoce, predire la risposta ai vari trattamenti, ottenere migliore efficacia e minori effetti collaterali nelle cure. Ma per far questo non ci sono solo le target therapies. La farmacogenetica, che studia la risposta terapeutica e la tossicità ai farmaci in relazione a fattori genetici del singolo individuo, è una delle principali strade per una reale personalizzazione della terapia». Gli oncologi nostrani spostano l’attenzione sui malati e sulle loro famiglie: «Si parla troppo spesso di terapie sofisticatissime e futuribili, tralasciando le necessità quotidiane di chi contro il cancro ci combatte oggi: sostegno psicologico, riabilitazione, cure palliative e terapia del dolore, reinserimento al lavoro e problemi economici, rapporti di coppia e gestione della famiglia, fino alla necessità di un miglioramento della comunicazione fra medico e paziente. Ecco, di tutto questo c’è estremo bisogno oggi».
290 BILIONI DI DOLLARI SPESI NEL 2010 – Solo nel 2010 sono stati registrati 13,3 milioni di nuovi casi di cancro nel mondo e secondo le stime nel 2030 saliranno a 21,5 milioni, con un costo economico di 290 bilioni di dollari nel 2010 e un preventivo di spesa per il 2030 di 458 bilioni di dollari. Cifre impressionanti, rese note nei giorni scorsi durante il vertice delle Nazioni Unite a New York e che hanno portato l’Onu a inserire i tumori fra i temi da affrontare nelle prossime riunioni per trovare soluzioni a quella che è stato definita una «patologia di massa» e un «enorme problema sociale ed economico». «E’ vero che i nuovi farmaci hanno costi elevati, per cui va ovviamente valutato il rapporto costo-beneficio – conclude Marchetti –, ma è altrettanto vero che le target therapies presentano in quest’ottica un chiaro vantaggio: sappiano esattamente in quale categoria di pazienti sono efficaci e quindi non vanno sprecati. Quanto si spende, invece, tentando le varie linee di trattamento negli altri malati, senza sapere purtroppo se la cura sarà utile o meno?». (Vera Martinella

Fonte: Corriere.it – Data: 26.9.2011