Seconda stella a destra, la casa di Peter Pan accoglie bimbi e famiglie in lotta col cancro

ROMA – Serena parla con le amiche di scarpe e smalti all’ultimo grido, Tonino discute di sport seduto sul divano davanti al televisore, Carmelo seguendo il suo istinto da tuttofare gira sempre con un cacciavite, delle travi e chiede speranzoso «C’è qualcosa da riparare?». Le loro voci si accavallano alle urla di gioia e ai litigi dei bambini che si disputano un giocattolo. Non si tratta di un asilo o di una riunione di parenti che non si vedono da tanto. E’ l’ultima magia di Peter Pan, che non sguaina più il pugnale contro Capitan Uncino, ma contro il cancro. Nel cuore di Trastevere, in via San Francesco di Sales, tre case sono l’«isola che c’è» e accolgono gratuitamente genitori e bambini costretti a trasferirsi a Roma per la lunga battaglia contro il tumore dei piccoli.
segue sul corriere della sera   http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/12_luglio_9/servizio-peterpan-cucinotta-201928955283.shtml
Giuseppe Cucinotta 
Sabina d’Oro

Bambini ex-malati, chiamiamoli guariti (quando è il caso)

Che vita avrà un bambino curato per il cancro? Sarà un adulto sereno? Potrà mai considerarsi guarito? E per quanto dovrà fare i controlli? Risponde Riccardo Haupt

Come risultato dei successi ottenuti negli ultimi decenni in oncologia pediatrica, un numero sempre più alto di bambini ha superato con successo la diagnosi di tumore e ha già raggiunto o sta per raggiungere l’età adulta. Infatti si è passati da una percentuale di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi del 54 per cento nei pazienti che si ammalarono negli anni 1978-1982, a quella del 75 per cento in quelli che si sono ammalati negli anni 1993-1997.

Questi successi terapeutici sono stati ottenuti per tutti i tipi di cancro, ma con percentuali differenti. Infatti, mentre per malattie come la leucemia linfoblastica acuta e il linfoma di Hodgkin si stimano oggi probabilità di sopravvivenza a 5 anni rispettivamente dell’82 e del 93 per cento, per altre patologie quali i sarcomi dei tessuti molli, le leucemie non linfoblastiche acute e i tumori cerebrali, le percentuali di “guarigione” si attestano ancora su valori tra il 52 e 67 per cento. Si stima che in Italia come in Europa 1 soggetto su 650 – 1000 giovani adulti (20-40 anni) nella popolazione generale sia una persona che ha superato con successo la diagnosi di un tumore contratto in età pediatrica. La loro età mediana è tra i 21 e i 23 anni e alcuni di loro hanno già più di 50 anni. Se si ipotizza che con gli attuali protocolli terapeutici circa il 75 per cento dei bambini che si ammalano di tumore sono destinati ad una lunga sopravvivenza (e quindi possibilmente alla guarigione), si può calcolare che ogni anno in Italia circa 1200 persone si aggiungono alla coorte dei “lungo-sopravviventi” da tumore pediatrico.

In Italia, la popolazione dei soggetti “guariti” da tumore pediatrico è censita dal registro “off-therapy” (ROT) dell’Associazione Italiana di Ematologia ed Oncologia Pediatrica (Aieop) in cui oggi sono inseriti quasi 13.000 soggetti. Si può usare la parola “guarigione”? Per discutere di questo problema, nel 2006 si è tenuto a Erice (in Sicilia) un workshop internazionale dove si è discusso sul concetto di guarigione dopo tumore contratto in età pediatrica e sulle modalità di follow-up a distanza delle persone lungo-sopravviventi. Da quell’incontro è emerso un documento «la dichiarazione di Erice» nel quale al primo punto si afferma: «Il concetto di guarigione fa riferimento solo alla guarigione dal tumore primitivo, indipendentemente da ogni eventuale rischio o presenza di invalidità o effetti collaterali delle cure. I bambini che sono stati curati per un tumore possono essere considerati guariti quando la loro probabilità di un eventuale recidiva del tumore primitivo è insignificante o molto simile a quella dei loro pari età di sviluppare lo stesso tipo di tumore». «Per la maggior parte dei tumori pediatrici si può considerare guarito ogni paziente che sia sopravvissuto senza recidivare per un qual certo numero di anni variabile a seconda del tipo di tumore. Pertanto, il momento in cui ci si può considerare guariti dipende dal tipo di tumore, dal suo stadio iniziale, oltre che da altri fattori di carattere biologico. In generale, questo momento si pone quando è passato, senza che siano comparse recidive, un periodo variabile tra i 2 e 10 anni dalla diagnosi».

Per quanto riguarda lo stato di salute degli ex-pazienti pediatrici a lunga distanza dai trattamenti, i dati della letteratura dimostrano che, se il follow-up viene esteso ad oltre 25-30 anni dalla fine delle cure, circa il 35 per cento dei soggetti fuori terapia soffre di effetti collaterali tardivi cronici che richiedono un trattamento sanitario. E’ importante che vengano adeguatamente seguiti e controllati, visto che circa il 23 per cento di questi ex-malati dichiara che questi quadri clinici hanno un impatto importante sulla loro vita quotidiana. Esposizione a radioterapia o farmaci alchilanti sono i maggiori fattori di rischio per la comparsa di futuri disturbi cronici, ma ovviamente molto dipende dal tipo di tumore per il quale si è stati curati e dalla tipologia di trattamenti ricevuti. Le complicazioni possono coinvolgere differenti organi ed apparati: in termini di frequenza, quelli più implicati in disabilità gravi o molto gravi sono il sistema scheletrico, quello neurologico e quello neuro-cognitivo, il sistema endocrino e i disturbi della fertilità o dell’apparato cardiovascolare.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è l’evenienza (rara) della comparsa di un secondo tumore: globalmente, soltanto circa il 5 per cento dei “lungo-sopravviventi” svilupperà un secondo tumore se il follow-up viene esteso ad oltre 30 anni dalla fine delle cure. In conclusione, la maggior parte dei soggetti guariti da tumore pediatrico è a tutti gli effetti guarita. Queste persone possono continuare la loro vita così come i loro pari di età e raggiungere gli stessi gli obiettivi scolastici, affettivi e lavorativi; diventare quindi a pieno titolo membri attivi della nostra società. Esiste peraltro una percentuale di soggetti che ha dovuto pagare un prezzo più o meno alto (a livello psicologico o fisico) per ottenere la guarigione: queste persone devono poter ricevere supporto adeguato per poter raggiungere gli obiettivi della loro vita. E’ compito e responsabilità degli oncologi pediatri, dei pediatri di base e dei medici di famiglia, quando gli ex pazienti transiteranno nell’età adulta, di monitorare nel tempo eventuali possibili effetti collaterali a distanza che potrebbero essere prevenuti o controllati con interventi mirati di prevenzione primaria o secondaria. In quest’ottica sta per essere attivato un programma europeo che aiuti a coordinare gli sforzi per giungere alla definizione di linee guida per il follow-up omogenee, ma individualizzate per tutti i cittadini europei guariti da tumore pediatrico.

Riccardo Haupt

Servizio di Epidemiologia e Biostatistica, Direzione Scientifica e U.O. Ematologia ed Oncologia Pediatrica Istituto G. Gaslini, Genova membro dell’Aieop

Un nuovo protocollo di cura per il retinoblastoma

Raro ma aggressivo, questo tumore colpisce soprattutto i bambini Si guarisce quasi sempre e ora si punta a preservare la vista
C’è un nuovo iter da seguire per la cura del retinoblastoma, il tumore dell’occhio più comune in età pediatrica, sebbene fortunatamente colpisca un numero esiguo di bambini. Attraverso un’innovativa integrazione di trattamenti (chemioterapia, laser, brachiterapia e termo-chemioterapia) si punta a salvare l’occhio e, conseguentemente, la vista ad un numero crescente di bambini. Messo a punto all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma da un gruppo di esperti dell’Associazione Italiana di Ematologia ed Oncologia Pediatrica (Aieop) , l’innovativo protocollo terapeutico verrà applicato su tutto il territorio nazionale con l’obiettivo prioritario di riconoscere tempestivamente il più aggressivo tumore oculare nei bambini, identificando correttamente i pazienti che possono essere avviati a una cura conservativa. Benché oggi la percentuale di sopravvivenza dei piccoli affetti da questa malattia sia infatti superiore al 95 per cento, meno di un bambino su due riesce a salvare l’occhio malato. NUOVE TERAPIE A DISPOSIZIONE – Il retinoblastoma in Italia colpisce circa 50 bambini all’anno, generalmente entro i primi tre anni di vita. Legato a un’alterazione del gene RB1, è riconoscibile dalla presenza di un riflesso bianco nella pupilla (leucocoria). Spesso sono gli stessi genitori ad accorgersi dell’anomalia attraverso le prime fotografie scattate al proprio piccolo. Secondo il protocollo, dopo una diagnosi quanto più tempestiva possibile ed effettuati tutti gli accertamenti del caso, la massa tumorale viene neutralizzata con l’obiettivo di conservare l’occhio del piccolo paziente per non comprometterne lo sviluppo e l’apprendimento. Proprio con queste finalità il Bambino Gesù si è dotato di un ambulatorio oculistico dedicato esclusivamente ai neonati (dove vengono eseguiti in un’unica seduta risonanza magnetica nucleare, stadiazione del tumore, ecografia bulbare, fluorangiografia retinica, posizionamento del catetere centrale e puntura lombare) e, sul fronte delle terapie, è l’unico Centro pediatrico in Italia in cui viene effettuata la brachiterapia su piccoli pazienti con tumore che non risponde alle cure convenzionali. Questa metodica consiste nell’applicazione mirata di placche radioattive che demoliscono il tumore riducendo allo stretto indispensabile l’area sottoposta alle radiazioni con evidenti vantaggi per la salute dei bambini. Altra soluzione terapeutica è la termo-chemioterapia: il ricorso al laser per riscaldare la zona (Fonte: Agi)

Aspirina per prevenire e curare il cancro?

Un insieme di tre studi aggiunge nuove prove a favore di questa ipotesi. Ma servono ulteriori conferme su possibili rischi MILANO – L’aspirina (anche nota come «aspirinetta», ovvero la piccola dose quotidiana usata comunemente da tante persone per la prevenzione da disturbi cardiovascolari) può essere di notevole aiuto contro i tumori. La conferma di quanto già riportato da diverse ricerche negli anni scorsi è pubblicata sull’ultimo numero della rivista scientifica The Lancet e si articola in tre differenti ricerche coordinate da Peter Rothwell dell’Università di Oxford che sostengono l’efficacia di questo medicinale nel prevenire e sembra anche nel curare il cancro. I NUOVI STUDI – In analisi precedenti (presentate nel 2007, 2010 e 2011 sempre su Lancet) Rothwell e colleghi avevano già suggerito che dosi quotidiane di cardio-aspirina possono ridurre il rischio a lungo termine di morire per cancro, ma gli effetti oncologici a breve termine della terapia sono meno noti. Ora, in un primo studio gli autori hanno analizzato i dati derivanti da ben 51 studi condotti sulla dose quotidiana di aspirina per la prevenzione di eventi cardiovascolari come l’infarto, mentre nel secondo e nel terzo hanno valutato l’utilità del farmaco contro le metastasi. Gli esiti a cui sono giunti i ricercatori rafforzano le conoscenze scientifiche raccolte fino ad oggi (valide soprattutto per il carcinoma del colon) con altre analisi: presa a piccole dosi per almeno tre anni di seguito l’aspirina previene la comparsa di vari tipi di tumori sia nei maschi sia nelle femmine (abbattendo di un quarto l’incidenza), riduce la mortalità in misura crescente rispetto al crescere del numero di anni di terapia e abbassa della metà il rischio di sviluppare metastasi. SERVONO ULTERIORI CONFERME – «Questo non significa, però, che d’ora in poi si prescriverà l’aspirinetta come prevenzione anticancro al pari di quanto avviene per le malattie cardiovascolari – spiega Maria Carla Roncaglioni, ricercatrice dell’Istituto Mario Negri di Milano, fra gli autori degli studi -. Sono necessarie conferme da ulteriori studi clinici randomizzati, tuttora in corso, che stanno valutando il ruolo di basse dosi di aspirina nel trattamento di diversi tipi di malattie tumorali. Non bisogna dimenticare che i dati della nostra analisi, seppur solidi, derivano da studi condotti sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari e non avevano come obiettivo primario la prevenzione o la cura dei tumori». Non va neppure sottostimato (come segnalano in un commento su Lancet gli esperti della Harvard Medical School di Boston) che, come ogni farmaco, anche la cardio-aspirina ha le sue possibili conseguenze indesiderate, in particolare l’aumento di emorragie e di disturbi gastrici. «Infatti – conclude Roncaglioni –, dagli studi in corso potremo ottenere anche la valutazione dei pro e dei contro di una possibile cura preventiva con aspirina. In particolare le persone con una storia di tumore del colon-retto sono un sottogruppo di pazienti ad alto rischio in cui i benefici della terapia con aspirina potrebbero superare i noti effetti collaterali» Antonella Sparvoli

Telefonini assolti per il tumore al cervello.

Uno studio su 400 mila persone durato 18 anni non ha riscontrato differenze fra chi usa il cellulare e chi no
MILANO – Quando si parla di scienza e medicina, è difficile dare risposte definitive. Ma se quella uscita in queste ore sul British Medical Journal non è ancora un’assoluzione definitiva per i cellulari, certo le va molto vicino. Il più grande studio finora mai condotto sull’argomento non ha infatti trovato alcun legame tra l’utilizzo dei telefonini e lo sviluppo di tumori al cervello: su tutti gli abbonati a un servizio di telefonia mobile in Danimarca tra il 1982 e il 1995 non si è registrato un maggior numero di malati rispetto a chi allora non aveva ancora il telefonino.
LO STUDIO- «Abbiamo preso in considerazione tutti coloro (più di 400 mila persone) che hanno stipulato un contratto di telefonia mobile tra il 1982 e il 1995 in Danimarca e siamo riusciti a seguirne quasi 360 mila per ben 18 anni» spiegano i ricercatori dell’Istituto di epidemiologia oncologica di Copenaghen che hanno coordinato il lavoro.«Nel 1996 e poi di nuovo nel 2002 abbiamo confrontato la frequenza di tumori in questo gruppo di persone rispetto a quella che si è verificata nella popolazione generale» proseguono, «ma né allora né a un ulteriore controllo ripetuto nel 2007 abbiamo trovato nessuna differenza significativa tra chi da molti anni usava il cellulare e chi invece no».
LA STORIA- Nell’altalena tra gli studi che periodicamente gettano sospetti sul fatto che l’uso diffuso ed esteso dei cellulari possa favorire il cancro e quelli che invece non trovano riscontro pratico a questi timori, non c’è dubbio che, anche prima di questa ulteriore conferma, le ragioni della rassicurazione abbiano avuto finora sempre la meglio. I segnali d’allarme infatti sono venuti per lo più da ricerche condotte su animali e pubblicate su riviste di second’ordine, mentre quelle su più ampia scala come Interphone, un’indagine condotta in 13 diversi Paesi,compresa l’Italia, intervistando più di 10 mila persone, hanno sempre dato risultati più rassicuranti. Neanche l’ombra di una prova per varie forme di cancro chiamate in causa in passato, come linfomi, leucemie o altri tumori della testa e del collo, per esempio a carico delle ghiandole salivari. Qualche dubbio rimaneva solo per chi riferiva di aver passato al telefono da 5 a 12 ore al giorno per più di 10 anni: in questa ristretta categoria di persone i ricercatori avevano trovato un leggero aumento del rischio di tumori del cervello detti gliomi e di formazioni al nervo acustico, chiamate neurinomi, benigne ma che possono compromettere l’udito. Ed è solo per prudenza e sulla base di questo dato che la International Agency for research on Cancer di Lione qualche mese fa ha rivisto la classificazione delle onde elettromagnetiche emesse dai cellulari, definendole “possibly carcinogenic”, non avendo ancora i dati per escludere definitivamente che in qualche modo e ad altissimo grado di esposizione esse possano favorire l’insorgenza della malattia.
ONDE E RADIAZIONI-«Prima di tutto occorre chiarire che i telefonini non emettono radiazioni ionizzanti come quelle usate per le radiografie, capaci di provocare mutazioni del DNA, ma solo onde radio con frequenze vicine a quella utilizzata dai forni a microonde» ha ribadito più volte Paolo Vecchia, esperto fino a poco tempo fa in servizio presso l’Istituto Superiore di Sanità. «E non è mai stato dimostrato che questo tipo di onde induca nelle cellule e nei tessuti trasformazioni pericolose».
SPERIMENTAZIONE GLOBALE- D’altra parte la sperimentazione in un certo senso riguarda ormai tutta l’umanità, o quasi: «Nel 2009 più di 5 miliardi di persone nel mondo facevano uso di un cellulare» spiega John Boice, direttore dell’International Epidemiology Institute di Rockville e docente della Vanderbilt University School of Medicine, in un editoriale pubblicato questa estate sul Journal of National Cancer Institute. «Se il suo utilizzo potesse favorire in qualche modo lo sviluppo del cancro, dopo vent’anni o più che questo oggetto è diventato di uso comune, almeno nei paesi più ricchi, dovremmo cominciare a registrare un aumento sensibile dei casi di tumore al cervello. Un aumento che per fortuna non è stato osservato, neppure tra gli adolescenti che in teoria potrebbero essere più vulnerabili, soprattutto se hanno cominciato a usare l’apparecchio fin da piccoli». Anche per i più giovani pare quindi che si possa stare tranquilli. Un studio che ha preso in considerazione l’uso del cellulare negli anni precedenti alla diagnosi in oltre 350 ragazzi svizzeri e scandinavi a cui è stato diagnosticato negli ultimi anni un tumore al cervello ha dimostrato che quelli che poi si sono ammalati non avevano fatto un uso più smodato di questo strumento rispetto ai loro coetanei sani.
LIMITI E FORZA- Si potrebbe obiettare che anche questa ricerca più ristretta ha però gli stessi limiti metodologici del grande studio Interphone. Sono studi condotti con una modalità che gli esperti definiscono “di caso-controllo”, confrontando l’uso del telefonino nelle persone ammalate e in un numero superiore di altri individui sani, simili ai primi per sesso ed età. È facile sbagliare, dovendo dire quanto tempo si stava al telefono vent’anni prima, quante telefonate si ricevevano e così via. È facile ricordare male, ma anche esagerare per il senso di colpa conseguente alla malattia o viceversa minimizzare per giustificarsi, nel timore che un abuso possa averla favorita. «Ma il nostro lavoro non è stato condotto così» precisano gli esperti danesi, che non si sono basati su interviste ma sui dati inequivocabili degli abbonati ai servizi di telefonia e di quelli provenienti dal registro dei tumori danese. «Abbiamo preso in considerazione tutta la popolazione con più di trent’anni nata in Danimarca dopo il 1925 e anche dopo dieci anni di telefonate non abbiamo trovato prova di un aumento del rischio: solo per chi ne ha fatto un uso ancora più prolungato e molto intenso non ce la sentiamo ancora di escludere del tutto la possibilità di un leggero aumento delle probabilità di ammalarsi. Per questo ben vengano altre ricerche anche più estese, se possono tranquillizzare anche i più scettici».
Roberta Villa

FONTE: corriere.it – 21 ottobre 2011