Un solo farmaco per molti tumori

Un solo farmaco per 17 tipi diversi di cancro.

Un  importante passo avanti nel processo di cambiamento verso il trattamento dei tumori sulla base della loro genetica piuttosto che del sito di origine.

Per la seconda volta nella storia dell’oncologia, l’ente statunitense FDA, Food & Drug administration’ ha approvato un farmaco sulla base di una particolare alterazione genetica, la fusione del gene TRK, invece che in base al tipo di tumore.  “L’approvazione segna un nuovo paradigma nello sviluppo di farmaci antitumorali che non riconoscono un tessuto ma un biomarcatore”, si  legge in una nota rilasciata ieri dalla stessa agenzia statunitense.

Il meccanismo venne scoperto negli anni Ottanta, e da allora sono stati individuati oltre 50 geni diversi in grado di fondersi con un gene TRK. Nei tumori più frequenti, questa fusione si verifica sporadicamente (0,5-1% dei casi), ma nelle forme rare (per esempio nei tumori a carico delle ghiandole salivari, nel carcinoma giovanile della mammella, o nei fibrosarcomi pediatrici) più di 90 volte su 100.

GLI STUDI

Tre trial clinici  hanno incluso 55 pazienti pediatrici e adulti affetti da ben 17 tipi di tumori solidi differenti per organo colpito, portatori della fusione TRK, nessuno dei quali aveva risposto al trattamento standard di cura. La nuova cura ha dimostrato un tasso complessivo di risposta del 75%. Una risposta che nel 73% dei casi è durata almeno sei mesi e nel 39% un anno o oltre. Tra i tipi di tumore positivi alla fusione TRK che hanno risposto a bene al farmaco c’è il sarcoma dei tessuti molli, il cancro delle ghiandole salivari, il fibrosarcoma infantile, il carcinoma della tiroide e del polmone.

Scott Gottlieb, commissario FDA – ha dichiarato che questa tipologia di programma di sviluppo di farmaci, che arruola pazienti con tumori diversi ma con una mutazione genetica comune, non sarebbe stata possibile un decennio fa perché allora sapevamo molto meno delle mutazioni dei tumori”.

Leggi l’articolo completo su Repubblica.it

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Nuovi farmaci contro i tumori infantili, la richiesta di Palermo

Nuovi farmaci, specifici per i bambini, nella cura delle leucemie e dei tumori infantili. E’ la richiesta che arriva da medici, scienziati, e dalla Fiagop, la Federazione italiana associazioni genitori Oncoematologia pediatrica, riuniti a Palermo nella sala delle Capriate di Palazzo Steri, in occasione della quattordicesima Giornata internazionale contro il cancro infantile.
Nel corso dell’incontro, è stato fatto il punto sui risultati e sui problemi che riguardano la ricerca in Oncoematologia pediatrica. In particolare, viene affrontato il tema dei farmaci con l’obiettivo di migliorare le terapie e ottenere un avanzamento in termini di sopravvivenza e guarigione.
“C’è bisogno di validare anche in campo pediatrico farmaci noti, destinati agli adulti, per sviluppare cure specifiche per i bambini – sottolinea Angelo Ricci, Presidente della Fiagop . Finora, infatti, nella cura dei tumori infantili vengono usati in genere farmaci per l’adulto “off label”, prodotti già registrati ma impiegati in modo non conforme a quanto autorizzato e previsto nella scheda tecnica del prodotto”.
Solo il 2 % delle risorse destinate alla ricerca riguarda i bambini, e per questo occorre dare un impulso alla scoperta di nuovi farmaci.
“La Giornata contro il cancro infantile – sottolinea Giuseppe Lentini, presidente Aslti, associazione siciliana per la lotta contro le leucemie- e’ una fondamentale opportunità per rilanciare i temi dell’oncoematologia pediatrica e l’ impegno dei genitori nello sviluppo della prevenzione e della tutela dei diritti dei bambini e degli adolescenti colpiti dalla malattia”.
A sostegno delle iniziative di Fiagop e Aslti, previste a febbraio, tra le quali i lanci di palloncini nelle piazze italiane e un’udienza da Papa Francesco, c’è il supporto della Fondazione Umberto Veronesi, attiva nel finanziare protocolli di cura nell’oncologia pediatrica italiana.

palermo.blogsicilia.it 21.2.16

Tumori rari pediatrici, Locatelli: “grandi progressi grazie alla nuova normativa”

ROMA – L’oncologia pediatrica ha raggiunto oggi un potenziale enorme, e ottime percentuali di successo. “In un futuro molto breve i tumori dei bambini saranno sempre più curabili, – dichiara Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di onco-ematologia pediatrica del Bambino Gesù di Roma, in occasione della Giornata mondiale della malattie rare del 28 febbraio 2013 – in media guarisce il 75% dei piccoli pazienti. In alcune malattie, come la leucemia linfoblastica acuta che è anche la più diffusa, le percentuali di guarigione arrivano fino al 90%”.

Si tratta dunque di un momento favorevole per lo sviluppo di nuovi farmaci, grazie soprattutto alla nuova normativa europea sul farmaco che ha snellito le procedure, favorendo l’investimento dell’industria.

La nuova normativa sul farmaco introdotta dalla Commissione europea prevede che per qualsiasi molecola brevettata o in fase di sperimentazione uno strumento innovativo: i Piani di indagine pediatrica (Pip). Dei veri e propri incentivi per far sì che i nuovi farmaci (ma anche quelli già sul mercato) possano essere ricalibrati per l’impiego pediatrico, con l’obbligo di ricerca pediatrica per ogni nuovo farmaco sviluppato per gli adulti con un potenziale uso per i bambini”.

I più, oltre alla proroga semestrale del brevetto, le imprese che otterranno l’Autorizzazione all’immissione in commercio (Aic), potranno veder allungare di due anni l’esclusiva di dieci anni già prevista per i farmaci pediatrici ‘orfani’. Il testo Ue prevede per le aziende anche una consulenza scientifica gratuita da parte dell’Emea, l’Agenzia europea dei medicinali.

“Tutto questo – sottolinea Locatelli – si sta traducendo già oggi in un maggior numero di sperimentazioni e di possibili efficaci trattamenti all’orizzonte. In più è nato un network di eccellenze nel campo delle malattie pediatriche, il Consorzio Itcc (Innovative Teraphies for Childhood Cancer), che ha come missione quella di sviluppare e validare i trattamenti innovativi nell’ambito dei tumori pediatrici. Oggi conta 43 centri europei, tra questi 6 sono italiani compreso il Bambino Gesu’, e fornisce un contesto al quale le aziende possono rivolgersi per identificare i centri interessati a sviluppare nuove molecole.”

“Una della malattie rare dove abbiamo già dei risultati con alcune nuove molecole è la leucemia linfoblastiche acuta – sottolinea lo specialista – che ogni anno colpisce in Italia 60-70 bambini. Al Bambino Gesù abbiamo allo studio anche un altro anticorpo monoclonale coniugato questa volta ad un chemioterapico che contrasta i linfomi di Hodgkin. Siamo già in una fase avanzata di sperimentazione e la nostra struttura ha il più alto reclutamento al mondo. Infine – conclude – abbiamo un altro farmaco che ci sta ritagliando un spazio importante questa volta non per una forma tumorale, ma in una forma ematologica di neoplasia, in cui le piastrine sono distrutte con un meccanismo immunomediato”.

Tumori infantili: qual è il prezzo del successo?

Gli esperti chiedono meno ostacoli e più attenzione per le sperimentazioni sui bimbi per evitare effetti collaterali
MILANO – Gli studi di sopravvivenza indicano che oggi più di sette bambini su 10 guariscono completamente da una neoplasia. Gli effetti collaterali a lungo termine delle cure, in particolare di chemio e radioterapia, sono ormai ben noti e i medici sono preparati a tenerli sotto controllo. Inoltre gli oncologi sono alla costante ricerca di nuove terapie meno tossiche: uno studio pubblicato su Lancet Oncology riassume le principali conseguenze a lungo termine finora note dei più recenti farmaci utilizzati in oncologia pediatrica e un approfondimento sulla stessa rivista richiama l’attenzione sulla necessità di condurre più ricerche per trovare trattamenti efficaci mirati per bambini e adolescenti malati, il cui organismo è diverso da quello degli adulti. Altrimenti si rischia di arrestare gli straordinari successi ottenuti negli ultimi 50 anni: l’80 per cento dei tumori pediatrici è ora curabile, ma un bambino su cinque che si ammala di cancro è senza cura perché non esistono farmaci efficaci contro la sua malattia.
STUDIARE GLI EFFETTI DEI FARMACI SUI BAMBINI – «Sappiamo che sul lungo periodo i bambini possono andare incontro a neutropenia (basso numero di globuli bianchi), infezioni, problemi cardiaci o infertilità dovuti ai chemioterapici tradizionali – dice Chris Porter, ricercatore e docente di pediatria alla University of Colorado School of Medicine, autore dello studio -. Seguiamo per anni i bambini guariti e, a seconda del rischio che corrono per il trattamento subìto, cerchiamo di prevenire il possibile problema. I nuovi farmaci a bersaglio molecolare, stando alle sperimentazioni finora condotte, appaiono efficaci e molto meno tossici, ma abbiamo bisogno di raccogliere più informazioni sui possibili effetti indesiderati nel lungo periodo nei bambini». Per loro stessa natura le target therapies hanno effetti collaterali differenti dai chemioterapici tradizionali e bisogna anche valutare l’ipotesi che diano conseguenze nei bambini diverse rispetto agli adulti.
RIVOLGERSI A CENTRI DI ESPERIENZA – Le cure chirurgiche odierne per i piccoli con tumore sono meno invasive, le radiazioni più mirate, le dosi chemioterapiche più blande, ma poiché le target therapies sono state introdotte fra i trattamenti anticancro solo negli ultimi anni, servono tempo e attenzione per monitorarne gli esiti negli anni successivi. Ad oggi si sa che i farmaci molecolari nei pazienti pediatrici possono fermare la crescita, ritardare la pubertà o accelerare la comparsa di diabete. E si stanno studiando potenziali sequele neuro-cognitive o motorie: «Il fatto è – prosegue Porter – che questi farmaci bloccano i canali di crescita cellulare (per fermare la proliferazione delle cellule tumorali). Il che può non essere un grosso problema negli adulti, ma potrebbe portare a complicazioni per chi è in piena età dello sviluppo. Proprio perché sempre più bambini guariscono vogliamo garantire loro una vita serena e il più possibile sana, per questo servono maggiori ricerche mirate sull’uso dei farmaci anticancro nei bambini». In attesa di raccogliere le informazioni necessarie, gli esperti raccomandano di utilizzare questi farmaci all’interno di protocolli sperimentali e di curare i giovani pazienti in centri dove ci sia una buona esperienza, sia nel trattamento dei tumori pediatrici che nel follow up dei malati.
TROPPI OSTACOLI PER LA RICERCA – Una serie di ricerche pubblicate sempre su Lancet Oncology sottolinea ulteriormente il cuore del problema: per continuare a fare progressi contro queste neoplasie servono sperimentazioni e studi ritagliati su bambini e ragazzi, che portino a sviluppare e approvare nuove cure efficaci e sicure per loro. «Sebbene nei Paesi occidentali sempre più giovani sopravvivano al cancro, questo resta la prima causa di morte fra 1 e 15 anni – dice Richard Sullivan, docente al King’s College di Londra e al King’s Health Partners Integrated Cancer Centre -. I progressi compiuti hanno portato la sopravvivenza dal 30 all’80 per cento per chi si ammala in questa fascia d’età, ma ci sono troppi limiti per l’accesso dei piccoli pazienti ai trial clinici, il che ritarda lo sviluppo di nuovi farmaci, complicato ulteriormente dalla mancanza d’investimenti per sperimentazioni in quest’ambito». La ricerca in quest’ambito, insomma, è troppo lenta a causa di ostacoli pratici, metodologici, finanziari e burocratici. L’appello degli esperti va dunque agli enti regolatori, perché semplifichino le normative di studio, e a una maggiore collaborazione internazionale fra ricercatori, oncologi e pediatri, istituzioni e associazioni dei pazienti.
Vera Martinella (Fondazione Veronesi)

UN BIMBO SU 5 SENZA CURA, MANCANO NUOVI FARMACI

Oggi, ancora un bambino su cinque che si ammala di cancro e’ senza cura perche’ non esistono farmaci
efficaci contro la sua malattia. Sebbene in 50 anni i progressi sul fronte del cancro pediatrico siano stati enormi (l’80% dei
tumori dei bambini e’ oggi curabile), ancora un numero notevole di piccoli pazienti muore, e per cambiare tale destino bisogna
accelerare la ricerca e sviluppo di nuovi farmaci. Perche’ la ricerca, in questo ambito, e’ tuttora troppo lenta, a causa di
svariati ostacoli pratici, metodologici, finanziari e burocratici.
A lanciare l’allarme e’ Cathryn Tonne della London School of Hygiene & Tropical Medicine di Londra sulla rivista Lancet
Oncology, che questa settimana dedica un numero speciale ai tumori pediatrici. La ricerca e sviluppo di farmaci contro
questi tumori, spiega la ricercatrice, e’ troppo lenta a causa di regole e restrizioni eccessive che limitano l’accesso dei
bimbi alle sperimentazioni cliniche. A cio’ si aggiunge anche la cronica carenza di fondi, lo scarso interesse delle case
farmaceutiche e la crisi economica che ha ridotto ulteriormente gli investimenti in ricerca e sviluppo. Poi, motivi pratici come
l’ancora scarso scambio di dati tra ricercatori nel mondo, che diventa cruciale visto il numero limitato di pazienti
pediatrici.    E il problema del cancro infantile e’ un incubo ancora peggiore per i paesi poveri: infatti il 94% dei quasi 100.000
bambini di 1-15 anni che ogni anno muoiono di cancro vive in paesi in via di sviluppo, dove non arrivano neppure i farmaci
contro le forme guaribili di tumore, oggi disponibili nei paesi occidentali. Come a dire che mentre nel Nord del mondo un bimbo
che si ammala di una forma guaribile di cancro puo’ salvarsi, un bimbo del Sud del mondo con lo stesso tumore muore spesso ancor
prima di aver ricevuto una diagnosi. 
   Il cancro rimane comunque la prima causa di morte per malattia tra i bambini di 1-15 anni nei paesi ricchi, dove oltre
5000 bambini ogni anno perdono la vita per questa malattia.    Inoltre si stima che un adulto su 1000 nei paesi ad alto
reddito sia un sopravvissuto al cancro, e sul 40% di questi pesano per tutta la vita gli effetti avversi delle cure. Quindi
servono anche farmaci meno tossici di quelli oggi in uso.    Sebbene iniziative regolatorie siano state messe in campo
negli ultimi 15 anni in USA ed Europa, lo sviluppo di nuovi farmaci per tumori pediatrici, concludono gli esperti, resta
pesantemente insufficiente e spesso le famiglie devono fronteggiare forti inequita’ tra paesi in termini di accesso a
terapie innovative in corso di sviluppo.

TUMORI: CITTADINANZATTIVA, IN ITALIA DIRITTI NON UGUALI PER TUTTI

Se ci ammaliamo di tumore, non siamo tutti uguali nel nostro Paese.
Prevenzione, lotta al dolore, farmaci e tecnologia sono le aree in cui si registrano le maggiori differenze nelle cure oncologiche garantite dalle Regioni secondo l’indagine condotta dall’Osservatorio di Cittadinanzattiva presentata oggi a Roma.
Anche in questo ambito, come in altri del SSN, la situazione si presenta diversa e variegata di Regione in Regione, soprattutto sul fronte della prevenzione e su quello delle cure palliative, con livelli di offerta molto deboli soprattutto in alcune regioni del Sud.
E se ad esempio, Liguria, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna riescono a coinvolgere nei programmi di screening contro il cancro alla cervice uterina, mammella e colon retto una fetta di popolazione residente inferiore rispetto allo standard definito dal Ministero della Salute.
Lombardia, Molise e Basilicata registrano performance in linea con lo standard. Si distinguono invece in positivo, Toscana, Veneto, Emilia Romagna ed Umbria.
Sul fronte delle cure palliative, Lazio, Basilicata, Puglia, Molise, Marche, Emilia Romagna e Sardegna hanno realizzato ed attivato almeno un posto letto per il trattamento palliativo dei malati terminali ogni 56 deceduti a causa di tumore, come previsto dal Decreto ministeriale n.43 del 22 febbraio 2007. Ben al di sotto dello standard invece Sicilia, Calabria, Campania, Abruzzo e Toscana.
Anche dal monitoraggio dei segretari regionali di Cittadinanzattiva su chi registra il dolore in cartella clinica, emerge una realta’ a macchia di leopardo tra le diverse regioni e tra le Asl della stessa regione. Ai due estremi opposti, si distinguono in negativo Lazio e Liguria che non hanno adottato alcuna forma di monitoraggio regionale, e in positivo Trento, Sicilia, Marche, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana. In Abruzzo, Basilicata, Calabria e Sardegna il monitoraggio del dolore in cartella clinica e’ operativo solo in alcune realta’ aziendali o limitatamente all’assistenza domiciliare (e’ il caso dell’Abruzzo).
Nel 2007 sono stati censiti 150 centri di radioterapia, distribuiti prevalentemente al Nord (68), Sud (44) e al Centro (38). Esistono dotazioni diverse di posti letto per la radioterapia tra le Regioni: circa la meta’ (in termini assoluti) dei posti letto e’ presente in Lazio, Lombardia e Toscana. Andando a leggere la proporzione tra offerta e popolazione, emerge che Trento, Toscana, Friuli hanno dotazioni di posti letto al di sopra della media nazionale; Basilicata, Marche,Bolzano, e Valle d’Aosta non hanno dotazioni di posti letto;Liguria, Campania, Puglia sono sotto la quota di due posti letto per 1.000.000 di abitanti.
Differenze notevoli si registrano anche sul possesso delle apparecchiature tradizionalmente utilizzate nella cura del cancro. E’ il caso degli acceleratori lineari (LINAC): solo 6 regioni su 21 rispettano il parametro europeo di 7/8 acceleratori su un milione di abitanti: Valle d’Aosta, Lombardia, Trento, Friuli Venezia Giulia, Liguria e Umbria.
La Calabria ha una dotazione di poco meno di 3 LINAC per milione di abitanti, seguita da Bolzano, Sicilia, Sardegna, Campania e Puglia, con un rapporto compreso tra 4 e 4,99 acceleratori per milione di abitanti.
Anche l’accesso ai farmaci e’ diversificato di regione in regione: innanzitutto alcune Regioni, prevalentemente Molise, Basilicata e Valle D’Aosta, non includono alcuni farmaci antitumorali nei prontuari regionali, rendendoli di fatto inaccessibili ai cittadini; altre Regioni, in primo luogo Umbria, Veneto, Molise ed Emilia Romagna, pongono delle limitazioni all’uso di alcuni farmaci rispetto a quanto indicato dall’Aifa; in altre realta’, prevalentemente Puglia ed Emilia Romagna, alcuni farmaci sono erogati solo su richiesta motivata personalizzata. Insomma, di fatto, non tutti i cittadini hanno nel nostro Paese eguale accesso ai farmaci per la cura del tumore.

Fonte: (ASCA) – Roma, 29 settembre

Desio, asportano tumore a 14enne e le salvano la milza. Dieci i casi nel mondo

Intervento chirurgico fuori dall’ordinario all’ospedale di Desio. Lo scorso 1 agosto, l’equipe di Dario Maggioni, primario unità operativa di chirurgia generale del nosocomio desiano, ha asportato un tumore di 76 mm dal pancreas di una bambina di 14 anni, per via mini-invasiva e preservando la milza. Si tratta di una tecnica fortemente innovativa: in tutto il mondo sono 10 i casi di tumore solido pseudo papillare del pancreas sottoposti a suddetto intervento con preservazione della milza.
La giovane, residente in provincia, presentatasi al pronto soccorso, fu ricoverata nel reparto di pediatria per colica addominale. A seguito di una risonanza magnetica la pessima sorpresa e la decisione di procedere chirurgicamente. Dopo cinque ore di intervento e un decorso post operatorio di una giornata effettuato nel reparto di terapia intensiva, la paziente è rientrata nel reparto chirurgico dove il miglioramento delle condizioni cliniche e dei parametri si è rivelato rapido. Due ecografie di controllo, eseguite 7 e 9 giorni dopo l’operazione, hanno confermato la buona riuscita dell’intervento. Il 10 agosto le dimissioni.
«Abbiamo asportato due terzi dell’organo, il corpo e la coda pancreatica, – spiega nel corso di una conferenza stampa Maggioni – l’intervento è da considerarsi risolutivo. Non sono molti i centri che applicano questa tecnica e la preservazione della milza, in un caso come questo, è, senza dubbio, un successo. Il mio ringraziamento, oltre che alla direzione, va necessariamente ai colleghi impegnati nel caso, l’interazione tra i reparti e le competenze specifiche sono state alla base di questo intervento».
Parole confermate da Biagio Leone, primario del servizio di anatomia patologica dell’ospedale di Desio: «Si è trattato di una lesione rara, – ha commentato Leone – che rappresenta l’1% di tutti i tumori del pancreas e che colpisce, nel 90% dei casi, donne giovani, età media di circa 28 anni. Viene considerata a bassa malignità e nell’85-95% dei casi l’asportazione determina la cura definitiva. La giovane, comunque, verrà seguita mediante controlli ambulatoriali e ecografie addominali per almeno 5 anni».
Il filmato dell’intervento, data l’eccezionalità del caso, la tecnica attuata e la preservazione della milza, è stato inviato a un congresso internazionale di videochirurgia. (Andrea Meregalli)

Fonte: mbnews.it/ – Venerdì 16 Settembre 2011 

Sperimentazioni a tutto campo

Molti farmaci che stimolano il sistema immunitario a reagire contro le cellule malate si stanno affacciando sul mercato o stanno affrontando le sperimentazioni cliniche. Ecco alcuni dei più promettenti:

Tumore della prostata
Sono molti i prodotti in sperimentazione per questo tipo di tumore. L’unico approvato è il Silupeucel-T (Provenge). E’ basato sull’isolamento di alcune proteine del tumore del singolo malato, sul loro potenziamento (dal punto di vista immunologico) e sulla successiva reinfusione delle stesse, in modo che agiscano poi da stimolanti specifici. Approvato negli Stati Uniti (in Europa dovrebbe arrivare entro il 2013), il Sipuleucel-T allunga la vita, in media, di circa quattro mesi, al costo di oltre 90 mila euro a ciclo. La sua commercializzazione ha suscitato un’accesa discussione sui costi di queste terapie e sui rapporti tra questi e i benefici reali.

Pancreas
L’idea risale a più di 100 anni fa, quando il medico newyorkese William Coley iniettò in malati oncologici streptococchi e serratie, al fine di risvegliare la risposta immunitaria; a riprenderla e verificarla è stato ora un gruppo dell’Università di Rostock, in Germania, che ha dimostrato, su modelli animali, che l’iniezione di spore di Clostridium novi agisce da potente stimolante sul sistema immunitario in animali con carcinomi del pancreas, facendo scomparire le masse tumorali più voluminose. Le spore infatti germinano in assenza di ossigeno, condizione tipica delle cellule neoplastiche, e così facendo attivano le difese, le quali distruggono la massa.

Sistema nervoso
I risultati di uno studio clinico interamente condotto dal National Cancer Institute statunitense su oltre 200 bambini malati di neuroblastoma, un tumore del sistema nervoso periferico molto aggressivo, pubblicati sul “New England Journal of Medicine”, non lasciano dubbi: è ora di considerare l’immunoterapia come il gold standard per questi malati. Gli oncologi dell’Università di San Diego hanno infatti dimostrato che, aggiungendo un cocktail costituito da un anticorpo monoclonale chiamato ch14.18 insieme a fattori che stimolano la risposta immunitaria alla normale chemioterapia, la sopravvivenza dopo due anni passa dal 46 al 66 per cento.

Cervello
I tassi di sopravvivenza ottenuti nello studio clinico preliminare pubblicato su “Clinical Cancer Research” dagli oncologi dell’Università di Los Angeles in pazienti con glioblastoma, uno dei tumori cerebrali più spietati, lasciano stupefatti: si è passati infatti da un valore medio di 15 mesi a oltre 30. Il vaccino si basa sullo stesso principio di quello prostatico, e sfrutta le potenzialità delle cellule dendritiche, una delle popolazioni di cellule del sistema immunitario più attive contro quelle tumorali.
Il vaccino si ottiene prelevando specifiche proteine dal tumore asportato, mettendole a contatto con le cellule dendritiche del malato e poi reiniettando queste ultime nell’organismo, in modo che riconoscano le cellule neoplastiche e le distruggano. Vaccini basati sullo stesso principio sono in sperimentazione contro il melanoma e alcuni tipi di sarcoma.

di Agnese Codignola

http://espresso.repubblica.it/ (12 settembre 2011)