Il dolore oncologico: Piacenza, eccellenza italiana

Di Maria Luisa Asta
Il dolore di origine neoplastica rappresenta un enorme problema di ordine sanitario e sociale, è infatti il sintomo più frequente, se non costante, nelle malattie di origine emato – oncologica. Proprio per il cancro si è coniato il termine di “dolore totale”, la risultante del dolore fisico, degli effetti collaterali alle terapie, della perdita delle capacità fisiche e della sofferenza psico- affettiva (rabbia, solitudine, ansia, depressione, incertezza per il futuro).
Il dolore da cancro è una condizione diffusa, oggi nel mondo 17 milioni di persone sono affette da cancro e 7 milioni sono i decessi. Il dolore resta una costante per tutto il tempo della malattia: secondo una recente review sistematica, la prevalenza del dolore oncologico è pari al 33% nei pazienti che sono stati sottoposti al trattamento, al 59% nei pazienti in terapia e al 64% nei pazienti con malattia metastatica o terminale.
Il dolore oncologico, naturalmente non riguarda solo l’adulto, e, nonostante si faccia fatica a pensarlo, è una costante anche nei bambini.
Globalmente l’1% di tutte le cause di morte in età pediatrica, dipende da patologie neoplastiche, nei Paesi sviluppati la percentuale è più elevata, in Europa arriva al 9-10%. Annualmente in Italia, vengono diagnosticati circa 1400 nuovi casi di tumori pediatrici (leucemie, tumori solidi e forme a localizzazione cerebrale), 400 i decessi.
Secondo l’OMS, il dolore è presente nel 70- 80% dei bambini in fase terminale.
Che sia un adulto, che sia un bambino, il dolore da cancro è un dolore slegato da qualsiasi finalità, diventa malattia di per sé, in grado di interferire nelle abitudini di vita: il lavoro per l’adulto, lo studio ed il gioco nel bambino; è di disturbo per il sonno ed il riposo, toglie la volontà di mangiare, di bere, di parlare. Per questo va indagato, studiato, e ad ognuno va garantita una quantomeno discreta qualità di vita.
Per quanto riguarda l’ eziologia del dolore oncologico, si è osservato che le differenze nella prevalenza del dolore, dipendono dallo stadio della malattia, dal tipo di tumore e dai diversi trattamenti effettuati.
Le cause sono varie, ma quella più frequente è la crescita del tumore stesso e l’interessamento delle strutture nervose; nel 20-25% dei casi è dovuto alla terapia antitumorale( chirurgica, chemioterapica, radioterapica). In relazione alla provenienza o all’interessamento delle varie strutture, il dolore può essere noicettivo, se interessa le strutture somatiche superficiali (pelle, mucose) o profonde (muscoli, ossa, visceri); si parla di dolore neuropatico se il tumore interessa il sistema nervoso.
Negli ultimi anni si è assistito a una tipologia di dolore di natura iatrogena, la maggiore disponibilità di interventi oncologici sono responsabili di dolori devastanti.
Lo strumento più utilizzato per controllare il dolore, che sia un adulto, che sia un bambino, è il trattamento farmacologico.
La terapia si basa sull’uso sequenziale di alcuni farmaci, secondo la scala analgesica a tre gradini proposta dall’OMS:
1° gradino- comuni analgesici ed antinfiammatori (Fans), per il dolore lieve;
2° gradino- oppioidi deboli (codeina e derivati) per il dolore lieve- moderato;
3° gradino- oppioidi maggiori(morfina e simili) per il dolore moderato-severo.
In relazione a questa scala, che indica l’approccio migliore al dolore, molti sono gli studi, anche recenti, che tendono a sovvertire le indicazioni.
Il dolore è qualcosa di totalizzante e di invalidante, che sia presente durante la malattia, che sia presente nella fase terminale; una migliore qualità di vita può essere garantita solo se questo viene tenuto sotto controllo, e la scala suggerita dall’OMS non sembra garantire questo risultato.
Un recente studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista americana “Journal of clinical oncology”, studio al quale ha partecipato anche l’Unità Operativa Oncologica dell’Azienda Sanitaria di Piacenza, ha dimostrato che in pazienti oncologici, con dolore moderato, la morfina a basse dosi, dà risultati migliori rispetto agli oppioidi deboli, e consente una buona tollerabilità. Le stesse Linee guida AIOM, consigliano questo “salto dello scalino”. Le evidenze non suggeriscono significative differenze tra morfina, ossicodone ed idromorfone, anche se la morfina, considerata fino a questo momento come il “gold standard”, dalla risultante di alcune ricerche(Suzuki) si evidenzia il suo potenziale effetto immunosoppressivo, rendendosi così responsabile di diverse infezioni, in questo l’ossicodone nella sua formulazione e rilascio controllato, rappresenta una valida alternativa alla morfina orale.
L’altra problematica da valutare con attenzione sono le reazioni avverse alla terapia antidolorifica, perché se placare il dolore è una priorità per per il miglioramento della qualità di vita, anche ridurre le reazioni avverse e gli eventi collaterali è una priorità, altrettanto invalidanti per la azioni di vita quotidiana.
Effetti avversi potenziali agli oppioidi sono:
effetti gastrointestinali, nausea, vomito, stipsi;
effetti autonomici, ritenzione urinaria, ipotensione;
effetti sul sistema nervoso centrale, sedazione, delirio, allucinazioni, depressione respiratoria;
effetti cutanei, prurito, sudorazione.
Per la gestione di questi, le linee guida AIOM, suggeriscono l’utilizzo degli antagonisti dei recettori oppioidi, in particolare il naloxone è molto efficace nel controllo di quasi tutti gli effetti avversi, in quanto agisce su tutti e tre i recettori oppioidi.
L’U.O. di oncologia di Piacenza si è distinta sul territorio nazionale, per aver partecipato fervidamente alla ricerca e per essersi resa protagonista nell’ottimizzare l’assistenza ai pazienti, attraverso l’utilizzo di un assetto organizzativo particolarmente efficiente.

La struttura infatti ha sviluppato una rete oncologica, estesa in tutta la provincia: i medici si spostano presso gli altri tre ospedali del territorio (Fiorenzuola, Bobbio e Castelsangiovanni), garantendo continuità e coerenza nelle cure erogate a 300 pazienti.
Tra le peculiarità dell’ unità operativa, c’è quella di possedere una preparazione centralizzata dei farmaci antitumorali per tutta la provincia, e questo grazie anche alla collaborazione dei farmacisti, garantendo equità e sicurezza ai pazienti.
Ancora, la struttura è accreditata Esmo, per quanto riguarda la continuità assistenziale, ha dunque la capacità di prendere in carico il paziente dal momento della somministrazione della terapia e per tutto il decorso della malattia, con una reperibilità continua degli oncologi, 24h su 24 h tutti i giorni dell’anno.
Anche in Italia esiste la buona sanità, le eccellenze, peccato che non facciano mai notizia.
Questa di Piacenza è un ottimo esempio di eccellenza in sanità; l’esempio di come il cancro venga curato globalmente, nel tentativo di garantire una buona qualità di vita e fine vita.

infermieristicamente.it 21.4.16