Papillomavirus Umano (HPV): ancora troppo poche le adolescenti italiane che si vaccinano

Ogni anno in Italia si registrano circa 3.500 nuovi casi di persone contagiate da Papillomavirus (HPV), con un migliaio di donne morte per patologie dovute all’infezione e forme tumorali da HPV, sempre più spesso segnalate anche nei maschi.

Ancora oggi l’HPV è poco conosciuto e, spesso, i suoi effetti vengono sottovalutati da parte degli adolescenti italiani e dei loro genitori.

Eppure, l’infezione da HPV, tra le più comuni Malattie Sessualmente Trasmesse, è la causa necessaria perché si sviluppi il cancro del collo dell’utero, secondo tumore più frequente, nell’Unione Europea, tra le donne di età compresa tra i 15 e i 44 anni, dopo quello della mammella.

“Nel mondo, circa il 70% delle donne entra in contatto con il virus HPV almeno una volta nella vita – afferma la Prof.ssa Susanna Esposito, Direttore UOC Pediatria 1 Clinica, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Università degli Studi di Milano e Presidente della Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (SITIP) – e la maggiore prevalenza di infezioni da HPV si riscontra all’età di 20 anni, proprio in coincidenza con il recente inizio dell’attività sessuale”.

Dopo questa età, infatti, alcuni ceppi di HPV vengono eliminati dalle difese dell’organismo della donna, lasciando un’immunità specifica: ne consegue, quindi, che oltre i 20 anni la prevalenza di infezioni da HPV diminuisca.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e le autorità sanitarie di tutti i Paesi raccomandano, quindi, una vaccinazione anti-HPV precoce, già tra le pre-adolescenti, in un’età compresa tra gli 11 e i 12 anni, quando la risposta immunitaria è migliore e il beneficio è massimo. La vaccinazione è molto efficace, inoltre, se effettuata anche prima dell’inizio dell’attività sessuale perché induce una protezione maggiore prima di un eventuale contagio con l’HPV.

L’Italia risulta essere ben lontana dall’esempio del Regno Unito, dove le coperture con 3 dosi di vaccino anti-HPV superano l’85%. Nel nostro Paese, infatti, passata la grande attenzione mediatica che si è avuta al momento della prima disponibilità gratuita del vaccino nel 2008 e il forte sostegno subito dimostrato anche dalle nostre Istituzioni Sanitarie nei confronti del ‘vaccino contro il cancro’, le coperture vaccinali in questi anni non hanno visto un grande incremento e si sono osservate importanti differenze tra una Regione e l’altra.

L’HPV si trasmette durante i rapporti sessuali, anche non completi, per contatto diretto fra la cute o le mucose di un soggetto infettato e quelle di un soggetto suscettibile, cioè di una persona che non aveva mai incontrato in precedenza quel particolare tipo di HPV. L’utilizzo corretto e costante del profilattico previene la maggior parte delle infezioni batteriche e virali, ma l’infezione da HPV ha un suo aspetto caratteristico, legato al fatto che, se l’HPV si trova su un tratto di pelle non coperta dal profilattico, la trasmissione può ugualmente avvenire.

Sono 120 i tipi di HPV esistenti e di questi, 40 sono associati a patologie genitali e al cancro del collo dell’utero: il tipo 16 risulta il più frequente, tanto che da solo copre più del 50% di tutti i cancri della cervice, seguito dal tipo 18. Sono, infatti, questi i due tipi ad alto rischio presenti in ambedue i vaccini che esistono in circolazione.

Tipi particolari di HPV provocano, inoltre, lesioni a carico della cute, come le verruche e quelle a livello degli epiteli genitali, come i condilomi acuminati.

L’HPV è risultato associato anche ad altri tumori delle vie ano-genitali, del cavo orale e della cute in generale, quali:

• Dal 64% al 91% dei tumori della vagina

• Dall’88% al 94% dei tumori dell’ano

• Nel 25,9% dei tumori della bocca e del laringe

• Nel 30-50% dei tumori non melanomatosi della cute

• Meno di frequente nei tumori della vulva e del pene

“Sebbene in un gran numero di donne si possa riscontrare un’infezione da HPV a carico del collo dell’utero – prosegue Susanna Esposito – nella gran parte di esse il processo non progredisce verso il cancro, grazie all’intervento delle difese dell’organismo. Tra i fattori che favoriscono la persistenza dell’infezione è l’insorgenza del tumore al collo dell’utero, è possibile indicarne alcuni:

• Cofattori ambientali ed esogeni: fumo di tabacco, contraccettivi ormonali, coinfezione con altri agenti infettivi sessualmente trasmessi

• Cofattori virali: tipo di HPV e coinfezioni con altri tipi di HPV, varianti di HPV, grandezza e ripetizione dell’inoculum, e integrazione virale

• Cofattori dell’ospite: numero di gravidanze (rischio relativo fra 1,08 e 1,12 per ogni gravidanza), alti livelli di ormoni endogeni, fattori genetici, risposta immune individuale e numero di partner sessuali”.

Da sfatare, inoltre, la convinzione che l’HPV colpisca soltanto le donne. Nel corso della vita, infatti, il 50% degli uomini, quindi 1 su 2, potrebbe contrarre un’infezione da HPV: il DNA dell’HPV tipo 16 è stato identificato nelle mucose dei genitali e della cavità orale, e sulla cute di soggetti di sesso maschile, soprattutto omosessuali e bisessuali.

Anche per la popolazione maschile, infatti, in alcuni Paesi quali Stati Uniti, Canada e Australia è raccomandata la vaccinazione contro l’HPV.

Eppure, nonostante lo scenario prospettato desti una certa preoccupazione sia per le donne sia per gli uomini, la copertura vaccinale anti-HPV non è così elevata come ci si aspetterebbe.

“In Italia – sostiene Susanna Esposito – probabilmente la vaccinazione anti-HPV non è stata percepita in tutta la sua importanza e valutata per il forte impatto positivo che può rivestire solo in presenza di elevate coperture vaccinali. Inoltre, il fatto che vi fosse già un intervento di prevenzione secondaria disponibile (Pap test e conseguente intervento sulla lesione eventualmente rilevata) ha fatto ritenere che la vaccinazione costituisse una sorta di ‘doppione’, in fondo non così necessario. Negli ultimi tempi, poi, abbiamo assistito ingiustamente ad un attacco concertato alle vaccinazioni, accusate da persone senza alcuna base scientifica, di essere causa di gravi patologie a fronte di dubbi vantaggi, tentando di far passare il sospetto che esse siano effettuate con la connivenza degli operatori sanitari a solo vantaggio delle aziende produttrici”.

In realtà la vaccinazione anti-HPV, per le donne e gli uomini, può esplicare in pieno il proprio effetto di riduzione delle patologie da HPV, soprattutto di tipo tumorale, solo se si raggiungono coperture vaccinali molto elevate. In caso contrario, il rischio è quello che le stesse persone che non eseguiranno regolarmente lo screening in età adulta siano anche quelle che non ricevono oggi la vaccinazione, con l’effetto di fornire le misure preventive in modo completo ad una parte di popolazione, e nessuna misura ad un’altra parte.

Tumori infantili: qual è il prezzo del successo?

Gli esperti chiedono meno ostacoli e più attenzione per le sperimentazioni sui bimbi per evitare effetti collaterali
MILANO – Gli studi di sopravvivenza indicano che oggi più di sette bambini su 10 guariscono completamente da una neoplasia. Gli effetti collaterali a lungo termine delle cure, in particolare di chemio e radioterapia, sono ormai ben noti e i medici sono preparati a tenerli sotto controllo. Inoltre gli oncologi sono alla costante ricerca di nuove terapie meno tossiche: uno studio pubblicato su Lancet Oncology riassume le principali conseguenze a lungo termine finora note dei più recenti farmaci utilizzati in oncologia pediatrica e un approfondimento sulla stessa rivista richiama l’attenzione sulla necessità di condurre più ricerche per trovare trattamenti efficaci mirati per bambini e adolescenti malati, il cui organismo è diverso da quello degli adulti. Altrimenti si rischia di arrestare gli straordinari successi ottenuti negli ultimi 50 anni: l’80 per cento dei tumori pediatrici è ora curabile, ma un bambino su cinque che si ammala di cancro è senza cura perché non esistono farmaci efficaci contro la sua malattia.
STUDIARE GLI EFFETTI DEI FARMACI SUI BAMBINI – «Sappiamo che sul lungo periodo i bambini possono andare incontro a neutropenia (basso numero di globuli bianchi), infezioni, problemi cardiaci o infertilità dovuti ai chemioterapici tradizionali – dice Chris Porter, ricercatore e docente di pediatria alla University of Colorado School of Medicine, autore dello studio -. Seguiamo per anni i bambini guariti e, a seconda del rischio che corrono per il trattamento subìto, cerchiamo di prevenire il possibile problema. I nuovi farmaci a bersaglio molecolare, stando alle sperimentazioni finora condotte, appaiono efficaci e molto meno tossici, ma abbiamo bisogno di raccogliere più informazioni sui possibili effetti indesiderati nel lungo periodo nei bambini». Per loro stessa natura le target therapies hanno effetti collaterali differenti dai chemioterapici tradizionali e bisogna anche valutare l’ipotesi che diano conseguenze nei bambini diverse rispetto agli adulti.
RIVOLGERSI A CENTRI DI ESPERIENZA – Le cure chirurgiche odierne per i piccoli con tumore sono meno invasive, le radiazioni più mirate, le dosi chemioterapiche più blande, ma poiché le target therapies sono state introdotte fra i trattamenti anticancro solo negli ultimi anni, servono tempo e attenzione per monitorarne gli esiti negli anni successivi. Ad oggi si sa che i farmaci molecolari nei pazienti pediatrici possono fermare la crescita, ritardare la pubertà o accelerare la comparsa di diabete. E si stanno studiando potenziali sequele neuro-cognitive o motorie: «Il fatto è – prosegue Porter – che questi farmaci bloccano i canali di crescita cellulare (per fermare la proliferazione delle cellule tumorali). Il che può non essere un grosso problema negli adulti, ma potrebbe portare a complicazioni per chi è in piena età dello sviluppo. Proprio perché sempre più bambini guariscono vogliamo garantire loro una vita serena e il più possibile sana, per questo servono maggiori ricerche mirate sull’uso dei farmaci anticancro nei bambini». In attesa di raccogliere le informazioni necessarie, gli esperti raccomandano di utilizzare questi farmaci all’interno di protocolli sperimentali e di curare i giovani pazienti in centri dove ci sia una buona esperienza, sia nel trattamento dei tumori pediatrici che nel follow up dei malati.
TROPPI OSTACOLI PER LA RICERCA – Una serie di ricerche pubblicate sempre su Lancet Oncology sottolinea ulteriormente il cuore del problema: per continuare a fare progressi contro queste neoplasie servono sperimentazioni e studi ritagliati su bambini e ragazzi, che portino a sviluppare e approvare nuove cure efficaci e sicure per loro. «Sebbene nei Paesi occidentali sempre più giovani sopravvivano al cancro, questo resta la prima causa di morte fra 1 e 15 anni – dice Richard Sullivan, docente al King’s College di Londra e al King’s Health Partners Integrated Cancer Centre -. I progressi compiuti hanno portato la sopravvivenza dal 30 all’80 per cento per chi si ammala in questa fascia d’età, ma ci sono troppi limiti per l’accesso dei piccoli pazienti ai trial clinici, il che ritarda lo sviluppo di nuovi farmaci, complicato ulteriormente dalla mancanza d’investimenti per sperimentazioni in quest’ambito». La ricerca in quest’ambito, insomma, è troppo lenta a causa di ostacoli pratici, metodologici, finanziari e burocratici. L’appello degli esperti va dunque agli enti regolatori, perché semplifichino le normative di studio, e a una maggiore collaborazione internazionale fra ricercatori, oncologi e pediatri, istituzioni e associazioni dei pazienti.
Vera Martinella (Fondazione Veronesi)

ITALIANI SCOVANO UNO ‘STOP MOLECOLARE’

Individuata da ricercatori italiani una molecola che potrebbe aiutare a battere una delle neoplasie piu’ frequenti tra i bambini, il medulloblastoma: si tratta della cosiddetta ‘chemiochina Cxcl3′ che in animali ha mostrato la capacita’ di arrestare la crescita del tumore. Lo studio, pubblicato sul Journal of Neuroscience e finanziato dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro, e’ stato condotto dal team di Felice Tirone dell’Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibcn-Cnr), con l’Istituto di scienze neurologiche del Cnr e Fondazione Santa Lucia.   L’utilizzo della chemiochina Cxcl3 come agente terapeutico nel medulloblastoma e’ stato brevettato dal Cnr. Gli esperti hanno scoperto che nel tumore Cxcl3 e’ ‘KO’, e che in sua assenza e’ impedita la naturale migrazione dei neuroni del cervelletto al cervello, fenomeno che si verifica in eta’ postnatale e che e’ compromesso nel medulloblastoma. I ricercatori hanno scoperto che, trattando con Cxcl3 il medulloblastoma, e’ possibile tornare a stimolare la migrazione dei precursori neuronali, anche di quelli in stadio pre-neoplastico, riducendo cosi’ l’estensione delle lesioni tumorali. C’e’ naturalmente ancora molto lavoro da fare, ma questi risultati aprono nuove e importanti prospettive terapeutiche, sostiene Tirone.

AIEOP, aumento tumori bimbi in tutti i siti contaminati

MILANO – “In tutta Italia i tumori infantili sono aumentati dell’1,7%. E secondo i dati di uno studio che presenteremo a breve, un incremento particolare si registra in tutti i siti contaminati del nostro Paese”. Lo spiega all’Adnkronos Salute Fulvio Porta, presidente dell’Aieop, l’Associazione italiana ematologia oncologia pediatrica.

     “Il primo dato da sottolineare – dice Porta – è che il trend dei tumori infantili segnala un aumento in tutta Europa, e per l’Italia l’incremento è pari al +1,7%”. Proprio per far luce su questa

crescita, “la nostra associazione insieme all’Airtum (Associazione italiana registri tumori) sta lavorando a una fotografia nazionale dei tumori in età pediatrica”. Inoltre, “a breve saranno diffusi i

risultati dello studio ‘Setil’ condotto dall’Aieop: una ricerca durata 14 anni, da cui emerge appunto che un particolare eccesso di tumori infantili si registra in tutti i siti contaminati” della Penisola.

     Porta evidenzia che “una delle ipotesi alla quale si sta lavorando, per spiegare l’aumento dei tumori nel primo anno di vita, è l’esposizione preconcezionale a fattori di rischio ambientali. Si

chiama cioè in causa l’esposizione ambientale delle madri addirittura prima del concepimento – precisa il numero uno dell’Aieop – che potrebbe causare alterazioni del Dna e portare appunto a una maggiore incidenza di tumori infantili”.

11 storie per sostenere ricerca su cancro

Merli bianchi e tartarughe veloci. Bambini tristi e principi svogliati. Sono alcuni dei protagonisti delle storie inedite - racchiuse nel volume 'Un sacchetto
profumato... e altre storie' - che sono state donate da 11 autori all'Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc). Obiettivo: sostenere la ricerca.
 La ricchezza di questa raccolta e' costituita proprio dalla diversità degli stili e dei temi trattati e dall'apporto personale degli autori: Piero Angela, 
Silvia Ballestra, Caterina Bonvicini, Isabella Bossi Fedrigotti, Gianrico Carofiglio, Benedetta Cibrario, Philippe Daverio, Dacia Maraini, Chiara Rapaccini, 
Cesare Rimini e Silvia Vegetti Finzi. Ciascuno di loro, con le proprie storie inventate o fortemente radicate nella propria infanzia, ha fatto
propria la causa comune della battaglia contro il cancro. I protagonisti di queste storie contemporanee si dibattono tra il bene e il male, la verità e 
la menzogna, l'uguale e il diverso con leggerezza e delicatezza. Per un momento sogneremo di essere in Africa e salvare un leoncino, oppure 
nella città di cristallo dove il bene fatto viene ricompensato. 
     "Leggendo queste storie d'autore scritte per bambini - scrive Clio Napolitano nella prefazione al volume - mi sono posta la domanda
di come le avrei raccontate ai miei nipoti quando erano piccoli". A sottolineare il suo ruolo di nonna, oltre che di ricercatrice, anche
Maria Ines Colnaghi, direttore scientifico di Airc, che spiega come "sia importante che i bambini inizino da subito a conoscere il valore
della ricerca attraverso la lettura di questo libro". Colnaghi ricorda quanto "l'Airc sia impegnata nella battaglia contro i tumori che
colpiscono i più giovani. Questo e' un libro per i bambini che lo leggeranno e per quelli che saranno curati grazie alla ricerca".
A ricordare che "la leucemia infantile e' il tumore piu' diffuso in eta' pediatrica" e' Robin Foa', responsabile del dipartimento di Ematologia 
dell'universita' 'Sapienza' di Roma, che sottolinea anche "i grandi passi in avanti fatti negli ultimi anni grazie alla ricerca. Passi importanti 
nella cura dei pazienti con leucemie acute e croniche, come le linfoblastiche acute del bambino, dove oggi nel mondo occidentale si cura 
oltre l'80% dei casi".
     La distribuzione dei volumi non avverra' tramite i canali tradizionali, ma attraverso la rete del Lions Club e dei Comitati
regionali Airc, a fronte di un contributo minimo di 10 euro. Per ulteriori informazioni e' possibile chiamare il numero verde 800350350
o consultare il sito internet www.airc.it. Un ringraziamento particolare a tutti i protagonisti dell'iniziativa e' arrivato dal
presidente di Airc, Piero Sierra.

Nuove accuse a cellulari e cordless, fino a +5 volte rischi tumore cervello

Telefoni cellulari e cordless tornano sul banco degli imputati. Un nuovo lavoro degli scienziati svedesi guidati da Lennart Hardell, del Dipartimento di oncologia dell’ospedale universitario di Örebro, ha calcolato che usare per più di 10 anni telefonini o apparecchi senza fili, appoggiati sempre allo stesso orecchio, moltiplica da 3 a 5 volte e mezzo il rischio di ammalarsi di glioma, una forma di cancro al cervello. Secondo la ricerca, pubblicata su ‘Pathophysiology’, il pericolo è massimo per gli adolescenti, cresce con l’aumentare delle ore d’impiego ed è maggiore se il telefono viene usato sempre dallo stesso lato. Infine, sempre secondo le conclusioni del team scandinavo, la probabilità di sviluppare tumori cerebrali associati a cellulari e cordless è indipendente dal rischio ereditario e dall’esposizione a raggi X. L’ultimo lavoro pubblicato da Hardell e colleghi, che già in passato hanno messo sotto accusa i cellulari per possibili danni la salute, raggruppa i risultati ottenuti in 3 studi tutti dell’équipe svedese. Due hanno incluso persone malate di glioma ancora in vita, e controlli sani, di età compresa fra 20 e 80 anni. Uno dei due ha coinvolto pazienti diagnosticati fra il 1 gennaio 1997 e il 30 giugno 2000, l‘altro persone che avevano ricevuto la diagnosi tra il 1 luglio 2000 e il 31 dicembre 2003. Il terzo studio ha riguardato invece persone decedute per tumori cerebrali maligni, e controlli morti per altre cause. Questi i risultati: usare telefoni cellulari per più di 10 anni, dallo stesso lato della testa, aumenta il rischio glioma di 2,9 volte. E con lo stesso utilizzo di telefoni cordless, il pericolo di ammalarsi cresce di 3,8 volte. Le probabilità di tumore, spiegano gli studiosi, aumenta in modo statisticamente significativo con l’uso cumulativo di telefoni wireless per 100 ore e per ogni anno in più di utilizzo. Per quanto riguarda il rischio di gliomi di alto grado, l’uso di cellulari allo stesso orecchio per oltre 10 anni produce un aumento di 3,9 volte del pericolo di cancro al cervello; e il rischio cresce di 5,5 volte usando il cordless. Un Dna predisponente (cioè avere precedenti di malattia in famiglia) aumenta il rischio glioma di 3,4 volte, mentre l’esposizione ai raggi X lo fa crescere di 1,3 volte. Ma il pericolo legato all’uso di telefonini e cordless – sentenziano gli autori – risulta indipendente dal ruolo dei geni, come pure dall’esposizione ai raggi X.

Tumori: GB, medici famiglia non riconoscono segni in1 teenager su 3

Due terzi degli adolescenti con un tumore si rivolgono al proprio medico di famiglia lamentando almeno uno dei più comuni sintomi di cancro. Ma in un caso su tre il dottore non li riconosce. E’ quanto emerge da uno studio condotto in Gran Bretagna per la conferenza 2012 del Teenage Cancer Trust, che ha indagato sulle esperienze di ragazzi di 13-24 anni quando per la prima volta hanno sperimentato i sintomi del tumore. Ebbene, uno su quattro ha dovuto recarsi dal proprio medico almeno quattro volte prima di essere indirizzato a uno specialista. Di quelli che all’inizio erano stati mal diagnosticati, il 12% si è sentito dire che stava solo cercando di attirare l’attenzione, e il 15% che aveva solo avuto un virus. In altri casi i segni di cancro erano stati ‘scambiati’ con indigestione, vertigini, lesioni sportive o influenza suina. Cinque dei più comuni sintomi e segnali di tumore nei giovani sono un dolore inspiegabile e persistente, una massa o un gonfiore, una stanchezza estrema, una perdita di peso significativa o le alterazioni di un neo. I ricercatori sottolineano che lo studio mette in luce il grave problema della diagnosi ritardata nei giovanissimi. Inoltre più di un terzo dei ragazzi malati di tumore è convinto che delle lezioni a scuola lo avrebbe aiutato a identificare prima i propri sintomi. Non a caso, il 59% vorrebbe che i segni e i sintomi del tumore fossero inclusi nell’istruzione scolastica. Un’idea che piace a Simon Davies, direttore esecutivo della Teenage Cancer Trust. “Abbiamo sollecitato l’inserimento del cancro nel programma scolastico nazionale per anni – dice al quotidiano britannico ‘Daily Mail’ – Stiamo ancora aspettando. I giovani hanno bisogno che i medici di famiglia adottino un approccio ‘a tre colpi’: se una persona giovane si presenta con gli stessi sintomi per tre volte, il medico di medicina generale dovrebbe automaticamente indirizzarlo a ulteriori indagini”, conclude Davies.

Il dottor Euro e i 40 milioni per la Città della speranza

PADOVA – Sulle fiancate sono dipinti un bimbo stilizzato col sole al posto della testa, tre case colorate, due montagne e la scritta «Fondazione Istituto di ricerca pediatrica Città della speranza». Sul cofano è impresso un codice a barre QR: lo inquadri con uno smartphone e sul display ti si apre la pagina internet cittadellasperanza.org. Sotto i finestrini posteriori campeggia un verbo che nelle intenzioni del guidatore avrebbe dovuto spiegare tutto: «Io sostengo». Già, ma va’ a spiegarle, certe cose, a chi ha la vista annebbiata dalla cattiveria e dal pregiudizio. Così, sabato scorso, sotto il tergicristallo del Maggiolino bianco nuovo di zecca parcheggiato in piazza Eremitani a Padova, Stefano Bellon s’è trovato questo biglietto scritto in fretta e furia con la biro: «Che vergogna viaggiare in maggiolone acquistato col denaro dei cittadini firmato un papà». Eppure riesce a sorriderne: «L’auto è mia, immatricolata a febbraio, l’ho pagata 25.000 euro. Pensavo d’essere stato chiaro: “Io sostengo”… Sottinteso: la Città della speranza. E dire che ho speso altri 500 euro per farmi incollare quegli adesivi sulla carrozzeria». Omnia munda mundis, e il dottor Stefano Bellon, medico di famiglia che nella città del Santo assiste 1.200 mutuati, è un puro, e un duro, abituato a confrontarsi con i tumori dei bambini, la sofferenza, la morte, figurarsi se si lascia impressionare dalla stupidità. In effetti potrebbe chiamarsi dottor Euro. È un autentico fuoriclasse nel fund raising, cioè la raccolta di fondi da parte di organizzazioni non profit. In 18 anni, da quando esiste la Città della speranza e lui ne rappresenta il cardine, è riuscito a tirar su oltre 30 milioni di euro, a farsi dare altri 10 milioni di euro dalla Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo, a diventare un primatista veneto nella campagna del 5 per mille (oltre 700.000 euro l’anno), a inventarsi Il gusto per la ricerca che in otto edizioni ha raccolto 1.278.805 euro, a conseguire due record entrati nel Guinness dei primati grazie a uno stuolo di atleti che hanno pagato per poter partecipare all’avventura. Il tutto senza percepire stipendi o rimborsi, sia detto a beneficio dei papà idioti che vergano fogli volanti per strada. La paga morale il dottor Bellon l’avrà, tutta intera e in un colpo solo, il 9 maggio, quando il presidente della Repubblica verrà a Padova per inaugurare il «suo» capolavoro: la Torre di ricerca. È un grattacielo di 11 piani, 20.000 metri quadrati di superficie, costruito nell’area Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche). Nella sua struttura esteriore, l’edificio spiega molto dell’idea che ci sta dietro. Ne è autore l’architetto Paolo Portoghesi, il quale, contagiato dall’entusiasmo del medico di base, è stato ben felice di regalargli il progetto. I primi sei piani ruotano di 5 gradi l’uno sull’altro in senso antiorario, i rimanenti in senso orario. L’immagine finale ricorda sia la doppia elica del Dna sia un angelo con le ali socchiuse a protezione dei bambini. Il grattacielo, costruito in tre anni, è costato 30 milioni di euro, ma il valore commerciale è stimato in almeno 45 milioni, «perché siamo bravissimi a ottenere gli sconti e a costringere le imprese a lavorare un pochino gratis per noi». Dal 1° ottobre sarà la sede della Fondazione Istituto di ricerca pediatrica Città della speranza. Bellon, che ne è il direttore generale, coordinerà le attività scientifiche di 350 ricercatori provenienti da tutto il mondo e scelti in base al merito. Qui verranno ospitati i laboratori dei dipartimenti di pediatria e di scienze oncologiche chirurgiche dell’Università di Padova. «Sarà dei nostri Paolo De Coppi, lo scienziato e chirurgo di Conegliano, attualmente primario all’ospedale del bambino Great Ormond Street di Londra, diventato celebre nel 2007 per aver scoperto che si possono estrarre cellule staminali dal liquido amniotico senza sacrificare gli embrioni umani. E probabilmente lavorerà con noi anche la virologa di fama internazionale Ilaria Capua, cui si deve la pubblicazione della sequenza genetica del virus responsabile dell’influenza aviaria». Bellon, 52 anni, ex azzurro che ha vinto 18 campionati nazionali di nuoto, riesce a occuparsi della Città della speranza nonostante come medico di base sia impegnato dalle 9 alle 13 in ambulatorio e dalle 14 alle 17 nelle visite a domicilio. E questo sarebbe niente. Deve anche accudire una figlia diciottenne che soffre di epilessia. «Stamane è al liceo scientifico, impegnata nel compito in classe di matematica. Da due anni non ha ricadute, è tornata persino a sciare. Ma c’è stato un periodo in cui per tre mesi ha avuto bisogno di un cordone sanitario, guardata a vista 24 ore su 24. È stato quello il momento in cui più mi è servito il mio motto nella lotta ai tumori infantili: mai mollare». Perché ha fatto il medico? «Dovrei risponderle: perché lo era mio padre. In realtà la motivazione non è stata quella. Sentivo il bisogno di mettermi a disposizione degli altri, ecco». Suo padre era medico ospedaliero? «No, condotto. Come me. Ho ereditato una parte dei suoi pazienti. Si chiamava Antonio. Lavorava 24 ore su 24, sette giorni su sette, 365 giorni l’anno. Non ricordo d’aver mai fatto una vacanza con lui. Anche quando andavamo al mare a Jesolo, arrivava alla sera da Padova e ripartiva all’alba per farsi trovare in ambulatorio». Com’è nata la Città della speranza? «Per iniziativa di un privato, Franco Masello, un imprenditore vicentino del ramo marmi. All’epoca, 1994, era amministratore delegato della Deroma, un’azienda di Malo, leader mondiale nei vasi in terracotta. Suo nipote Massimo morì a 8 anni di leucemia acuta mentre aspettava il trapianto di midollo in pediatria a Padova. Allora per questi piccoli malati si poteva fare ben poco, persino la loro sistemazione in ospedale era precaria. Masello protestò col primario, il professor Luigi Zanesco. “Non ci sono soldi”, si sentì rispondere. “Fasso mi”, replicò lui. Riunì le 10-12 fornaci che fornivano la Deroma e a ognuna chiese un contributo minimo di 10 milioni di lire. Raccolse i primi 250 milioni. Altri 130 li trovò il luminare fra imprenditori amici. E con quei quattrini nacque la Fondazione Città della speranza». E poi? «Bisognava edificarla, questa Città della speranza. Masello coinvolse l’ingegner Gaetano Meneghello, fratello dello scrittore Luigi, l’autore di Libera nos a Malo. “Dobbiamo costruire un ospedale per i bambini malati di cancro”, gli disse. Meneghello mise a disposizione l’architetto Giuseppe Clemente, che lavorava nel suo studio. Bussarono alle porte delle imprese della zona. Molte decisero di partecipare a costo zero. E così sorse la clinica di oncoematologia pediatrica, con una spesa di 12 miliardi di lire. Oggi i 26 posti letto, pur importanti, sono diventati un’inezia rispetto alla ricerca scientifica finanziata finora dalla fondazione con 25 milioni di euro». Per questo serviva la Torre di ricerca? «Esatto. Pochi sanno che già ora le diagnosi di tutte le leucemie e di tutti i linfomi Hodgkin e non Hodgkin in età pediatrica scoperti in Italia vengono eseguite a Padova. Non solo: siamo il centro di diagnosi e terapia anche per tutti i sarcomi e i tumori rari che colpiscono i bambini in Europa. La Città della speranza s’è accollata i costi di gestione, 3 milioni annui. Solo per il trasporto dei campioni da tutta la penisola fino a Padova sborsiamo 50.000 euro l’anno. Paghiamo persino i pasti per il nostro personale, 21 dipendenti più 6 contrattisti a progetto che lavorano in ospedale. Ci aggiunga i reagenti chimici, le altre spese di laboratorio e di gestione, le tasse…». Le tasse? «Certo. Abbiamo dovuto presentare un interpello all’Agenzia delle entrate per ottenere la riduzione dal 20 al 10 per cento dell’Iva su tutte queste attività che regaliamo all’Azienda ospedaliera di Padova. Quando Annamaria De’ Claricini, una pediatra friulana emigrata a Milano e affetta da una malattia ematologica dell’anziano, nel 2006 venne a sapere di questa abnormità, decise di lasciarci il 90 per cento dei suoi beni, 4,5 milioni di euro, vincolando l’eredità alla ricerca pediatrica. È stata la molla che ci ha spinti a costruire la Torre che sarà inaugurata dal capo dello Stato». Che cosa dirà quel giorno a Giorgio Napolitano? «Che il lavoro dei ricercatori restituisce vita alle generazioni future. Mi sembra il messaggio migliore, adesso che il Nordest non è più la locomotiva d’Italia». Lei da chi è pagato? «Da me stesso. La fondazione non ha mai riconosciuto nulla a nessuno, a parte il direttore generale e due segretarie. Per raccogliere i 3 milioni di euro annui che sostengono le nostre attività non spendiamo mai più del 3 per cento. Il 90 per cento delle offerte vengono dai privati. A Natale incassiamo 70.000 euro impacchettando i giocattoli negli ipermercati. Altri 40.000 regalando una pergamena, invece delle bomboniere, agli invitati che partecipano a matrimoni e battesimi». Poi c’è il Guinness dei primati. «L’iniziativa s’intitola 24H for children. Finora ci ha fruttato 110.000 euro d’iscrizioni. Nel 2010 abbiamo organizzato una staffetta di nuoto della durata di 24 ore con 5.028 partecipanti, battendo il record di un college femminile sudafricano che era arrivato a 3.941. Nel 2011 altra staffetta di 24 ore con 4.531 podisti che si sono dati il cambio nei 100 metri su una pista in Prato della Valle, superando i 3.807 che avevano fatto la stessa cosa in Estonia. Quest’anno, il 22 e 23 giugno, sempre in Prato della Valle, faremo 12 ore di corsa e 12 ore di nuoto insieme per entrare per la terza e quarta volta nel Guinness World Records». Poi c’è Il gusto per la ricerca. «Ho corteggiato per mesi Massimiliano Alajmo, chef tristellato Michelin delle Calandre di Rubano, e alla fine l’ho convinto. Adesso ogni anno organizziamo un pranzo con 8 o 12 fra i cuochi più blasonati d’Europa. I grandi li abbiamo avuti tutti: da Michel Troisgros a Roger Vergé, da Sirio Maccioni a Gianfranco Vissani, da Fulvio Pierangelini a Heinz Beck, da Annie Feolde a Massimo Bottura. I commensali non pagano mai meno di 500 euro a testa, ma nel 2006, al San Pietro di Positano, la quota minima è stata di 1.250 euro». Lei è bravissimo a raccogliere fondi, ma non si vergogna a fare la questua? «No, perché qui non va perso nulla, c’è trasparenza assoluta. Lei vuol sapere dov’è finito il suo euro? Viene a Padova e lo vede. Devo ammettere che non è sempre facile. Quando nel 1993 organizzai la prima partita del cuore, andai a chiedere un contributo alle aziende che erano reclamizzate ai bordi dello stadio Appiani di Padova. Molte mi risposero: “Che c’importa? Tanto i nostri cartelloni pubblicitari sugli spalti li abbiamo già”. Ah sì? Due giorni prima dell’incontro di calcio mi sono arrampicato fin lassù e glieli ho coperti uno per uno con i sacchi neri della spazzatura». Non si ferma proprio davanti a niente. «Approfitto della statura: sono alto 1 metro e 98. Le vede le telecamere che controllano il cantiere della Torre di ricerca? Le ho montate io con l’aiuto di un altro volontario. Non mi tiro indietro né quando ci sono da appendere gli striscioni promozionali né quando ci sono da allestire i gazebo in occasione degli eventi». Chi maneggia quattrini è sospettato di interessi personali. Non la spaventa? «Sì, tanto. Lo dico sempre ai miei ragazzi: ricordatevi che, per ogni amico trascinato dalla nostra parte, ci facciamo due nemici. Ma si va avanti lo stesso». Quanti bambini vengono ricoverati ogni anno nella vostra clinica? «In media vediamo 150 nuovi casi, il 25-35 per cento dei quali provenienti da altre regioni italiane e dall’estero. Fino ai primi anni Settanta scampavano alle leucemie solo 10 bambini su 100. Oggi, fatta la media di tutte le neoplasie infantili, siamo a una percentuale di sopravvivenza del 75-85 per cento a cinque anni dalla diagnosi. Ma io voglio arrivare a salvarli tutti». «I peggiori sono i tumori cerebrali con metastasi. Lì siamo fermi a 40 anni fa, i nostri piccoli pazienti li perdiamo tutti. E poi ci sono le leucemie fulminanti, che spesso non ti lasciano nemmeno il tempo di fare la diagnosi. Quando con la chemioterapia e il trapianto di midollo regrediscono, poi sono in agguato le ricadute. La sfida è questa: debellare la malattia residua, raggiungere la matematica certezza che il cancro non si ripresenterà. Sarò contento solo quando riempiremo due treni speciali molto più lunghi di quelli che nel 2005 abbiamo organizzato per portare in udienza da Benedetto XVI gli ex pazienti passati in questi anni dall’oncologia pediatrica e guariti. Erano ben 3.300, molti già grandi, sposati e con figli». Che cosa capiscono i bambini della loro malattia? «Posso dirle quello che ci ho capito io. Anche nella condizione più tragica, non perdono mai la caratteristica di essere bambini. Vomitano ma giocano. Nel 2004 ho organizzato per loro un concerto con Claudio Baglioni. Madri e infermiere in deliquio. I bambini no, hanno continuato a disegnare. I bambini non mollano mai. Un giorno ne ho visto uno scappare dalla clinica. Ha rigurgitato l’anima in giardino. Subito dopo ha ridato la mano a suo padre, dicendogli: “Papà, torniamo dentro”. Comprende adesso da chi ho imparato?».stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Anziani e bambini: perchà la ricerca li trascura

Già oggi il 60% dei malati di tumore ha almeno 65 anni e ogni anno in Italia si registrano oltre 170 mila nuovi casi fra gli over 65. «Siamo riusciti a
ottenere che l’età di per sé non sia una discriminante per scartare un paziente da una sperimentazione – spiega Lazzaro Repetto, Direttore dell’oncologia
all’Inrca di Roma -, ma resiste la convinzione diffusa (fra medici, malati e familiari) che dopo una certa età si sia deboli per tollerare cure intense.
Oltre all’età, invece, va valutata la situazione generale: dalle altre eventuali patologie in corso (diabete, disturbi cardiovascolari, disfunzioni
renali) allo stile di vita, al contesto familiare». Anche l’oncologia pediatrica negli ultimi 20 anni ha fatto enormi progressi e oggi guariscono
due su tre dei circa 1.500 bambini italiani che si ammalano ogni anno.
«Grazie a terapie sempre meno aggressive possiamo limitare gli effetti collaterali nel tempo – spiega Fulvio Porta, presidente dell’Associazione di
ematologia e oncologia pediatrica -, ma i farmaci testati su adulti e usati a dosaggio ridotto sui piccoli sono ancora troppo diffusi».
V. Ma.
19 giugno 2011

FONTE: www.corriere.ithttp://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/11_giugno_19/dossier-oncologia-anziani-bambini-ricerca_dda85f14-98ea-11e0-bb19-8e61d656659c.shtml