Staminali, al Bambino Gesù nuova tecnica di trapianto di midollo da genitori a figli

ROMA – “Si tratta di una tecnica innovativa di ingegneria dei trapianti di midollo che, in assenza di donatore compatibile, consente il trapianto dai genitori ai figli”, spiega Franco Locatelli, responsabile del reparto di Oncoematologia e medicina trasfusionale dell’ospedale della Santa Sede. “Il protocollo messo a punto nei nostri laboratori – gli fa eco entusiasta Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’ospedale romano – rappresenta una pietra miliare nella terapia di molte patologie del sangue ed è destinato a incidere radicalmente sulla loro storia naturale”.

di Davide Patitucci

Le cellule staminali in Italia non sono solo fonte di polemiche e contenziosi nelle aule giudiziarie. Lo dimostra una nuova procedura, messa a punto dai ricercatori dell’Ospedale pediatrico Bambin Gesù, che ha già salvato la vita di decine di bambini con malattie genetiche rare o tumori del sangue. Illustrata oggi a Roma, la metodica ha già avuto un primo riconoscimento internazionale con la presentazione dei risultati lo scorso dicembre a New Orleans, nel corso del congresso della Società americana di ematologia, e la pubblicazione sulla rivista specializzata “Blood”. “Si tratta di una tecnica innovativa di ingegneria dei trapianti di midollo che, in assenza di donatore compatibile, consente il trapianto dai genitori ai figli”, spiega Franco Locatelli, responsabile del reparto di Oncoematologia e medicina trasfusionale dell’ospedale della Santa Sede. “Il protocollo messo a punto nei nostri laboratori – gli fa eco entusiasta Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’ospedale romano – rappresenta una pietra miliare nella terapia di molte patologie del sangue ed è destinato a incidere radicalmente sulla loro storia naturale”.

Il metodo è stato testato finora su circa 70 bambini affetti da leucemie e su una trentina di piccoli pazienti con malattie rare che coinvolgono il sangue o il sistema immunitario, come la talassemia, l’immunodeficienza severa, o l’anemia di Fanconi. Ma in cosa consiste la nuova metodica? “La tecnica – chiarisce Alice Bertaina, responsabile dell’unità trapianti di midollo del Bambin Gesù – consiste nel ripulire le cellule staminali del donatore, che può essere indifferentemente uno dei due genitori, eliminando solo quelle cattive che causano le principali complicazioni, ma preservando, allo stesso tempo, una grande quantità di cellule buone che proteggono il paziente dalle infezioni, soprattutto nei primi mesi successivi al trapianto. Questo metodo di trapianto di cellule staminali – aggiunge la studiosa – consente di avere oltre il 90% di probabilità di cura definitiva, e di ottenere una percentuale di successi confrontabile a quella che si aveva cercando un donatore compatibile”.

Fino a pochi anni fa le tecniche di manipolazione cellulari adoperate nei trapianti di midollo osseo comportavano, infatti, un elevato rischio di mortalità, a causa soprattutto di infezioni. Inoltre, i trapianti da uno dei due genitori erano caratterizzate da una probabilità di successo significativamente inferiore a quella ottenibile impiegando come donatore un fratello o una sorella, oppure un individuo immunogeneticamente compatibile, identificato al di fuori dell’ambito familiare.

In Italia, nel 2013, sono stati sottoposti a trapianto di midollo da donatore esterno per malattie non maligne 125 bambini. Grazie a questa nuova procedura, secondo gli esperti, almeno altri 40 bambini l’anno, destinati ad esempio a dipendenza cronica da trasfusioni, potranno avere una chance di guarigione definitiva. “Con questa tecnica possiamo offrire a tutti la speranza di un trapianto efficace per diversi tipi di malattie – sottolinea Locatelli -. Nonostante i registri dei donatori volontari di midollo osseo, che contano ormai più di 20 milioni di iscritti, e le banche di sangue cordonale e placentare, pari a 600mila unità in tutto il mondo, infatti, il 30-40% dei pazienti non riesce ancora a trovare un donatore idoneo”.

L’Abstract dello studio sulla rivista Blood

Nuova cura della malattia veno occlusiva epatica grave

Il primo e unico farmaco utile per il trattamento di questa grave patologia in adulti e bambini di oltre 1 mese di età sottoposti a trapianto di cellule staminali ematopoietiche

Frutto della ricerca italiana, defibrotide è stato presentato al 40° Congresso Annuale della European Society for Blood and Marrow Transplantation (EBMT) 2014

Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche (TCSE) è la terapia standard per curare i pazienti con tumori maligni del sangue, alcuni tumori solidi e in caso di patologie non maligne, come gravi emoglobinopatie. Purtroppo una delle complicazioni di questo intervento è rappresenta dalla malattia veno occlusiva epatica (VOD), che nella sua forma più grave è associata ad una mortalità che in alcuni casi supera l’80%. “La VOD grave è una malattia complessa, imprevedibile, con un notevole impatto per pazienti, medici e risorse sanitarie. Per queste ragioni è necessario un intervento precoce e concreto atto a salvare il maggior numero di vite e limitarne il più possibile gli effetti. Defibrotide è un farmaco da lungo atteso dagli specialisti per intervenire contro questa grave complicanza del trapianto” ha dichiarato Mohamad Mohty, presidente eletto dell’EBMT e professore di Ematologia al Saint-Antoine Hospital e all’Università Pierre & Marie Curie di Parigi. La VOD grave, caratterizzata da aumento di volume del fegato, associato a dolore, ittero, ritenzione di liquidi, ascite, insorge usualmente entro 30 giorni dopo il trapianto; l’evoluzione è verso l’insufficienza funzionale multi-organica, con coinvolgimento di altri organi come reni e polmoni, e la morte sopravviene con una frequenza molto elevata in assenza di trattamento. “La precocità dell’intervento terapeutico è cruciale per ottimizzare le probabilità di successo – ha spiegato Franco Locatelli, Direttore del dipartimento di onco-ematologia pediatrica e medicina trasfusionale presso l’Ospedale Bambino Gesù di Roma – Stante questa evoluzione, nel tempo, sono state impiegate diverse strategie di intervento con agenti antitrombotici, in associazione a terapia anticoagulante, ma i farmaci impiegati sono spesso risultati eccessivamente rischiosi”. “La condizione ideale sarebbe quella rappresentata dalla disponibilità di un farmaco in grado di proteggere le cellule endoteliali dei vasi sinusoidali del fegato, senza compromettere gli effetti della terapia citotossica e senza importanti effetti anticoagulanti sistemici. Defibrotide sembrerebbe rappresentare tutto questo” ha aggiunto Fabio Ciceri, Direttore dell’unità di ematologia e trapianto di midollo osseo dell’Istituto Scientifico San Raffaele di Milano.

Identikit del Defibrotide. “E’ il primo farmaco approvato in Europa per il trattamento della sVOD, un importante svolta per pazienti con questa malattia potenzialmente letale – ha detto Bruce C. Cozadd presidente e CEO di Jazz Pharmaceuticals plc – Il lancio europeo di questo farmaco rappresenta un passo importante nell’integrazione di Jazz Pharmaceuticals e Gentium, dopo l’acquisizione all’inizio di quest’anno e consolida il nostro obiettivo di fornire terapie altamente differenziate per le necessità dei pazienti in ambito ematologico e oncologico”. Per valutare la validità del farmaco è stato condotto uno primo studio pivotale per evidenziarne l’efficacia nella cura della VOD grave in pazienti sottoposti a TCSE. L’indagine ha valutato il farmaco confrontandolo con un gruppo di pazienti che aveva ricevuto una terapia di supporto standard. In questa analisi si sono dimostrati i vantaggi di defibrotide con ben il 52% in più di pazienti sopravvissuti oltre i 100 giorni dopo il trapianto rispetto al gruppo di pazienti che non ne hanno usufruito (38,2% nel gruppo defibrotide, rispetto al 25% di controllo storico). Nello studio clinico, il 23,5% dei pazienti trattati con il nuovo farmaco ha ottenuto una risposta completa dopo 100 giorni dal trapianto, rispetto al 9,4% di quelli che non ne hanno usufruito. Questi dati positivi sono stati confermati sia dalle analisi di uno studio di fase 2 per la definizione del dosaggio, che da quelli del programma internazionale di uso compassionevole; inoltre sono stati avvalorati da una analisi preliminare (subset di pazienti con VOD) di un’indagine in aperto Investigational New Drug (IND) in corso negli Stati Uniti. L’approvazione europea di defibrotide in pazienti con VOD è stata favorita dai risultati di un registro indipendente statunitense. Possiamo dire che il farmaco è ben tollerato a tutte le età. Nello studio pivotale di fase 3 le reazioni avverse al nuovo farmaco sono risultate simili a quella nel gruppo di controllo storico e tra le più frequenti vediamo emorragie, ipotensione e disturbi della coagulazione. (GIOIA TAGLIENTE)