Tumori: cervello bimbi, neuronavigazione e nuove armi per cura

ROMA – I tumori del cervello dei bambini, in aumento al ritmo dell’1% l’anno, possono essere attaccati dall’interno con armi intelligenti che ne rallentano la crescita, oppure con una chirurgia precisa e guidata passo passo dalla neuronavigazione (con risonanza e TAC) oppure con microtelecamerine introdotte nel cervello con sonde endoscopiche. Sono le ultime frontiere della neurochirurgia pediatrica, con l’obiettivo ambizioso ma sempre piu’ realistico di bloccare il tumore senza rovinare la funzionalita’ neurale del piccolo paziente, spiega Concezio Di Rocco dell’Unita’ di Neurochirurgia infantile del Policlinico Gemelli di Roma che presiede la ‘Consensus conference on Pediatric Neurosurgery’, in cui esperti di fama internazionale fanno il punto sulle migliori strategie di cura di due tumori infantili: il craniofaringioma e l’ependimoma. I tumori del cervello (35 nuovi casi per milione l’anno) sono in aumento probabilmente per cause ambientali che incidono sin nella vita intrauterina, spiega Di Rocco. ”Oggi possiamo fare interventi fino a 10 anni fa inimmaginabili – spiega – tant’e’ che la mortalita’ e’ scesa dal 30-40% all’1-2% in un decennio”. Tuttavia si vuole arrivare a cure sempre piu’ mirate e non invasive, per lasciare intatto il cervello e non bloccare la
crescita fisica dei bimbi. Per il craniofaringioma, aggiunge, oggi ci sono armi come l’interferone che, messe dentro il tumore, ne rallentano la crescita permettendo al bimbo di convivere col tumore e ritardando il piu’ possibile l’eta’ dell’intervento cosi’ da permettere al bimbo di crescere senza toccare i centri nevralgici della crescita e lo sviluppo sessuale; una chirurgia ‘dolce’, unita a radio e chemio, fanno il resto. Per l’ependimoma, curabile solo con la chirurgia, si
procede invece con la neuronavigazione o l’endoscopia e invece di fare un unico intervento invasivo se ne fanno due o tre piu’ dolci per ridurre gradualmente il male. ”Ma i bimbi hanno bisogno di una lunga riabilitazione – conclude Di Rocco – e servono centri ad hoc che in Italia purtroppo ancora mancano”.


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