Un cervello italiano in fuga. Paolo De Coppi, scopritore delle staminali nel liquido amniotico

E? chirurgo e oncologo pediatra, primario del Great Ormond Street Hospital di Londra, tra i più importanti centri al mondo per la chirurgia e l?oncologia pediatrica.  Paolo De Coppi coordina un gruppo di scienziati dell’universit? di Harvard e dell’Istituto di medicina dell’Universit? di Wake Forest, nel North Carolina (Stati Uniti), con i quali, lo scorso anno, a soli 35 anni, ha scoperto la presenza di cellule staminali nel liquido amniotico. Ma, forse, a sorprendere maggiormente non sono tanto la grande esperienza e la giovane et?, quanto il fatto che sia italiano. Ad Affari racconta il suo breve ma gi? esaltante percorso e svela, in anteprima, a cosa sta lavorando. Da connazionale, con ancora un poco di sano patriottismo, gli chiedo come mai un altro cervello in fuga…  "Purtroppo non dico nulla di nuovo: in Italia il sistema stagna, e i giovani non trovano spazio, come se la bravura dipendesse unicamente dal fattore anagrafico. Inoltre, c?? un grosso problema di meritocrazia e di mancanza di ricambio generazionale. Nel nostro Paese c?? chi aspetta per anni di entrare nel sistema e, così, non cresce professionalmente, tuttavia, quando il posto si libera il buonismo italiano spinge a gratificare proprio questo qualcuno che ha tanto atteso. Invece, bisognerebbe prendere chi sa far meglio le cose". Mentre oltre confine il sistema ? più attivo? "S?. Ho lavorato a Boston per due anni, ad Harvard, per approfondire le tecniche di ingegneria tissutale e di terapia cellulare. Negli Stati Uniti il sistema ? aperto, non certo un imbuto stagnante come quello italiano: anche se sei il più grande luminare, vieni messo continuamente sotto esame e se non rendi, da un giorno all?altro sei a spasso. Certo, trovi anche facilmente lavoro in un?altra universit? ". E nel Regno Unito come funziona? Anche qui la meritocrazia ? il metro di valutazione ed ? un criterio validissimo, per quanto dall?esterno il sistema possa apparire cinico: si assumono solo persone qualificate e non si esitano a scartare anche i propri figli, se non sono all?altezza e questo perché, se una persona non ?funziona?, il primo a perdere il lavoro ? chi lo ha assunto, anche se ? un cervello pazzesco. E, comunque, a 65 anni, non importa il tuo curriculum: vai in pensione e liberi posti. Inoltre, i contratti, anche il mio da primario, durano solo 5 anni, dopo di che sei sottoposto a verifica. E trovo che sia giusto così ". Non ha certo timore delle sfide continue. Perch? si ? ?rifugiato? proprio a Londra? "E? presto detto. Mi ? stata offerta l?occasione della vita: essere primario, a 34 anni, dell?ospedale punto di riferimento per la chirurgia pediatrica in Europa e nel mondo, dove poter coltivare entrambe le mie passioni, la ricerca e la clinica, coniugando l?amore per la manualit? chirurgica alla cura dei pazienti più difficili ma anche più gratificanti, i bambini". Indubbiamente correggere malformazioni congenite gi? prima della nascita o subito dopo e curare forme tumorali, quindi, di fatto, restituire vita e speranza a chi, questa vita, ce l?ha tutta davanti, deve essere una grande soddisfazione. A livello professionale quindi non le manca nulla…"Direi di no, per? lo spirito anglosassone, che ? differente dal nostro, si riflette anche nel lavoro e, se a Padova avevo un approccio particolare con i bambini e con le loro famiglie, forse più umano, quanto meno più coinvolgente, qui, invece, il rapporto che si crea ? più asettico, si interagisce meno. In parte, ? proprio una questione di differenti caratteristiche socioculturali, che si riflettono anche nella vita di tutti i giorni, in parte dipende dalla struttura in cui opero, dove i bambini arrivano solo per operazioni particolari, che non possono subire altrove, e quindi restano troppo poco perché si instauri un bel rapporto medico-paziente". A parte un po? del classico carattere aperto e solare ?alla pizza e mandolino? degli Italiani, non le manca altro? "Vivo qui da tre anni e l?Italia mi manca molto: mia moglie e i miei figli sono italiani e vivono qui con me, fortunatamente, ma le nostre famiglie d?origine e le amicizie sono lontane. E? sbagliato credere che la vita del ricercatore all?estero sia tutta rose e fiori. La speranza ? sempre quella di tornare". E consiglierebbe la vita del ?cervello in fuga? a un giovane italiano? "Assolutamente s?. Io sono un ottimista per natura, e in Italia il percorso di studi ? buono e comparabile a quello estero e gente in gamba ce n??, ma dopo la laurea, ecco il caos. E la situazione sta peggiorando, lo dico con il polso della situazione, facendo la spola periodica Londra-Padova: per esempio, ora vogliono venire a Londra anche giovani tesisti, non più solo dottorandi. Certo ? una via difficile, ma gratificante e credo sia importante espatriare per migliorare le proprie competenze, magari proprio per poi tornare in Italia e dare il via a una catena virtuosa". L?anno scorso il professor De Coppi ? balzato agli onori per l?importante scoperta delle cellule staminali nel liquido amniotico, multipotenti (che possono dare origine a molteplici tipi di cellule), ottenute senza sfruttare una cellula fecondata (come accade per quelle embrionali) che si isolano facilmente dal liquido amniotico attraverso l?amniocentesi. La ricerca ? durata sette anni, durante i quali le cellule sono state fatte crescere e sono state differenziate, con successo, in cellule adulte di muscoli, di sangue, di ossa, di sistema nervoso, di grasso e di fegato. Esperimenti su animali hanno dato ottimi risultati, tanto che la scoperta ? stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Biotechnology. Ma come si sente un ricercatore, dopo una scoperta di tale importanza? "La maggior parte del tempo passato su una ricerca ? frustrante, perché i risultati spesso sono negativi, ma tu continui a faticare, a sperimentare e questo ? il lato affascinante. Quando arrivi all?obiettivo e pubblichi, la tua sete di nuovi traguardi ti spinge gi? oltre. Dopo anni passati su uno stadio hai davvero voglia di andare avanti, nello stesso ramo oppure in un altro. Io, poi, che non sono un ricercatore puro, ma anche un clinico, vedo le mie ricerche come piccoli passi nella lunga strada verso un?applicazione pratica nei confronti del malato". E dunque qual ? il prossimo passo nella ricerca delle staminali? "Al momento, con l??quipe internazionale e il laboratorio di Padova, sto lavorando per vedere se ? possibile trasformare le staminali del liquido amniotico in cellule del sangue e usarle per curare malattie congenite del sangue. L?idea ? quella di prelevarle dal liquido amniotico del feto malato gi? durante la gravidanza, correggere il gene malato e reiniettare le cellule ?perfezionate?, in modo che l?organismo le riconosca come proprie e possa risolvere la malattia gi? prima della nascita".La ricerca nel campo delle staminali ? spesso costellata da problematiche di tipo etico. Lei cosa pensa al riguardo? "Personalmente, sono contrario all?uso delle staminali embrionali, cio? ottenute impedendo di fatto lo sviluppo di una nuova vita. Per altro, le trovo poco utili ai fini terapeutici: non ne conosciamo adeguatamente i meccanismi di controllo e possono dare anche problemi, come la formazione di tumori. Meglio le cellule staminali adulte, che di fatto gi? usiamo, e quelle fetali, che proliferano più rapidamente e con maggiore plasticit? di quelle adulte, ma senza i problemi, etici e non solo, di quelle embrionali. Nell?ultimo anno, poi, studiosi giapponesi hanno scoperto la possibilit? di riprogrammare le staminali adulte, facendole somigliare a quelle embrionali". Ci ha gi? detto che fa continuamente la spola tra Londra e Padova e che qui in Italia sta continuando parte della ricerca sulle staminali. Perch? questa scelta? "A Padova il terreno ? fertile per lo sviluppo delle idee in autonomia e devo molto sia all?Universit?, sia alla Fondazione Citt? della Speranza, onlus di cui sono pediatra, che ha finanziato e continua a finanziare le mie ricerche sulla staminali. Il mio vuole essere il tentativo di mantenere viva questa ricerca". Proprio la Fondazione Citt? della Speranza ha avviato il progetto "Torre della Ricerca". L?idea ? quella di creare, a Padova, un centro importante e internazionale dedicato alla studio e alla ricerca nell’ambito delle malattie pediatriche, con particolare riguardo alle forme tumorali. La posa della prima pietra ? prevista per il 16 dicembre 2008.  Potrebbe essere l?occasione per tornare? "S?, non nascondo che la speranza sia proprio quella, sempre se ovviamente avr? la possibilit? di continuare in Italia quanto sto facendo a Londra, anche dal punto di vista clinico, sfruttando le competenze acquisite qui". Anche se il ritratto del sistema italiano non ha smentito quanto gi? era tristemente risaputo, speriamo con noi che questo desiderio possa realizzarsi per lui e per numerosi altri ricercatori italiani. Perch? fra qualche anno sia per noi possibile parlare di un nuovo sistema italiano, nel mondo della ricerca medica e magari, perdonate l?ardire, anche in qualche altro ambito! (Di Valeria Ghitti)


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